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L’OSPITE
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24.03.22 - 07:13
di Orazio Martinetti, storico

Tra cerchio di fuoco e depressione

Anche la Svizzera è in guerra? Indirettamente, moralmente, sì. Lo è attraverso le sanzioni. Inutile nascondersi e scantonare

Anche la Svizzera è in guerra? Indirettamente, moralmente, sì. Lo è attraverso le sanzioni che l’Unione europea ha decretato e il governo federale approvato. Inutile nascondersi e scantonare come nulla fosse. Ci saranno conseguenze se il conflitto in Ucraina non dovesse cessare entro breve. Già ora l’Europa occidentale deve attrezzarsi per fronteggiare un afflusso di profughi elevatissimo: famiglie, donne con prole, orfani, malati, feriti, anziani. Poi, in un secondo tempo, dovrà fare i conti con le ripercussioni sul piano economico, energetico e commerciale. Anche umano e culturale. Crescerà soprattutto il prezzo del gas e del carburante, in subordine materie prime provenienti da quelle regioni martoriate come l’acciaio e i cereali. Gli aumenti non saranno irrisori; anzi, incideranno pesantemente sui sempre più sofferenti bilanci familiari.

L’interruzione dei flussi economici e finanziari è una misura che non colpisce soltanto lo Stato sanzionato, nel caso specifico la Federazione russa. Sono un’arma a doppio taglio. Più i legami sono fitti e ramificati, e più le ricadute sono rilevanti, soprattutto in economie altamente interdipendenti come quelle venutesi a creare negli ultimi trent’anni. L’embargo, per essere davvero efficace, dovrebbe comprendere petrolio e gas, due fonti energetiche che l’Ue ha invece escluso per non azzoppare la ripresa economica post-Covid degli Stati membri. Gli americani se lo possono permettere, intensificando lo sfruttamento delle fonti endogene, tra cui il contestatissimo «fracking», o fratturazione idraulica degli strati rocciosi; ma non gli europei, non la Germania e l’Italia, largamente dipendenti dalle forniture russe.

Sanzionare uno Stato debole – per esempio Cuba – non è come sanzionare uno Stato forte dotato di armi nucleari. Questi ha infatti la capacità e le risorse per rivolgersi altrove, a paesi amici, a comunità e classi dirigenti complici, spostando il baricentro dei suoi commerci verso aree che non condividono il modello occidentale. La Cina è sicuramente interessata a questa strategia; ma è anche irritata, perché la guerra compromette le sue relazioni con l’Occidente e la sua politica neocoloniale in Africa. Ogni sanzione crea circuiti alternativi, economie sommerse, meccanismi di contrabbando sempre più sofisticati in grado di eludere i controlli. Incrementa insomma i traffici illegali, come il mercato della droga insegna.

Non è detto, infine, che i provvedimenti sortiscano l’effetto sperato, ovvero l’indebolimento delle élites al potere, o addirittura la destituzione dell’autocrate di turno. Anzi, è molto più probabile che a subirne le conseguenze siano gli strati popolari e le famiglie del ceto medio-basso, ora alla mercé della propaganda e della disinformazione.

Dallo scorso febbraio, la maggioranza dell’opinione pubblica europea ha assicurato il suo appoggio alle misure decise a Bruxelles. Ma, come detto dianzi, il consenso potrebbe presto squagliarsi se i prezzi dovessero impennarsi fuori misura. A Mosca lo sanno, per cui sono certi che la compattezza del fronte nemico non reggerà a lungo. Gli ucraini devono resistere al cerchio di fuoco che li dissangua; noi al rischio di cadere in una lunga depressione dagli esiti incerti, economica ma anche morale.

Sì, siamo in guerra anche noi. Per ora nelle retrovie. Domani chissà. Uno scenario simile non se lo era immaginato nessuno.

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