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NAUFRAGHI.CH
11.03.22 - 07:22

La guerra che è in noi

C’è il rischio che il conflitto in Ucraina apra divisioni anche nella nostra società e nelle nostre coscienze, come durante la tragedia nei Balcani

di Pietro Montorfani
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Keystone

Da molti anni una donna di mia conoscenza ha preso l’abitudine, una di quelle rigorosissime abitudini tipiche delle signore di una certa età, di tenere da parte abiti smessi "per l’Albania". Ne deduco che deve avere cominciato attorno al 1997, quando il paese era sull’orlo della guerra civile a causa di un improvviso quanto prevedibile collasso economico, e non mi sono mai dato la briga di spiegarle che i suoi abiti avranno trovato nel frattempo altre destinazioni, e saranno approdati verosimilmente ad altri drammatici lidi, comunque mediterranei (Siria, Turchia, Grecia). Ho il sospetto però che questa volta, senza fare grandi discorsi, abbia colto al volo anche da sola che la nuova Albania si chiama Ucraina.

Questo piccolo aneddoto, cui si potrà dare il valore che ha, mi è tornato alla mente leggendo il coraggioso affondo di Tomaso Montanari in difesa del pacifismo e del suo valore pedagogico apparso su Micromega e ripubblicato su Naufraghi/e. L’obiezione cui ci troviamo confrontati quotidianamente, noi idealisti ingenui del terzo millennio, quelli che un tempo si sarebbero chiamati uomini e donne «di buona volontà», è la sostanziale inutilità sia delle parole ragionevoli che delle manifestazioni di piazza. Non si fermerà così una guerra fratricida che ogni giorno alza la posta gioco, a spese soprattutto di civili inermi. È vero e non è vero, perché le guerre come questa sono sempre duplici: una è quella che si combatte sul campo, per la quale servono armi, soldi, sacrifici e una volontà di ferro, e l’altra è quella che si combatte tra di noi, «nei nostri cuori», avrebbe chiosato uno di quei vecchi sacerdoti da oratorio, prima di dare un calcio a un pallone. Una guerra fisica e una guerra culturale, altrettanto importanti, anche perché la seconda, di solito, dura molto più della prima.

Seduti nelle nostre poltrone o davanti agli schermi del pc, fatichiamo ad accettare che la battaglia da combattere alle nostre latitudini non è la stessa che si dispiega tragicamente tra le strade di Kiev: nessuno ci chiede, per fortuna, di imbracciare fucili o anche soltanto di offrire soluzioni praticabili, di cui siamo invece prodighi, forti del nostro passato di allenatori e virologi e, oggi, di grandi strateghi militari ed esperti di geopolitica. Quello che ci è richiesto è molto più semplice e al contempo difficilissimo: continuare a fare quel «mestiere» che è la vita (chi inventò questa formula ne pagò in prima persona tutte le contraddizioni) senza venire meno al dispiegarsi della nostra umanità. Senza diventare cinici. Senza rinunciare a un futuro di speranza per tutti, nonostante le notizie drammatiche e le contingenze terribili del momento presente.

Non è possibile gioire di fronte a matrimoni in tuta mimetica o a bambini di dieci anni che preparano bombe molotov, anche se questi gesti dicono tutto l’amore per la propria terra e la propria casa in pericolo. Non è possibile gioirne perché la guerra proietta sempre un’ombra lunga ben oltre la stretta cronologia del conflitto armato, imbrattando della sua pece intere generazioni, e si fa prima a ricostruire edifici bombardati che a disegnare un orizzonte praticabile di convivenza pacifica.

Per questa ragione non riesco ad accettare il paragone con le due guerre mondiali, di cui questa sarebbe quindi la terza in forza degli ampi fronti contrapposti e soprattutto della paventata minaccia nucleare. Mi pare assai più calzante, ahimè, il confronto con i Balcani, che troppo spesso si dimenticano quando si parla in questi giorni di «ritorno della guerra in Europa» (figurarsi se mancava dal ’45! E in questo, giornalisti e politici occidentali sono colpevoli in pari grado). La tragedia jugoslava è stata, tra le altre cose, una débâcle del pacifismo e della cultura della fratellanza, una guerra esportata per anni in tutto il continente sotto forma di odio latente e corrosivo – la Svizzera ne sa qualcosa – e sapere che russi e ucraini sperimenteranno per decenni la medesima cappa velenosa, pur provenendo dalla stessa tradizione secolare, affascinante come poche, è la principale sconfitta di questi pochi giorni di guerra. Un’eredità lugubre alla quale saremo tutti confrontati e alla quale saremo chiamati in un modo o nell’altro a rispondere, con le "armi" di cui sapremo dotarci per disinnescarla il prima possibile.

Questo contenuto è stato pubblicato grazie alla collaborazione con il blog naufraghi.ch

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