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01.03.22 - 09:33

La mostra di Banksy e la mancata coerenza

di Laura Di Corcia, autrice
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Sono andata a vedere la mostra su Banksy a Villa Ciani quando la Russia non aveva ancora invaso l’Ucraina, quando i cieli internazionali erano ancora liberi e quando, qualora avessi voluto, avrei potuto prendere un volo per vedere, finalmente, Mosca e San Pietroburgo, città non ancora visitate. Certo, la situazione era già tesa, molto tesa, ma potevamo ancora sperare in una risoluzione delle cose meno drastica e meno violenta. La situazione è velocemente precipitata e mi sono quindi chiesta se valesse la pena scrivere questa riflessione, concentrata sul nostro piccolo mondo, ora che i giochi sembrano farsi (si sono sempre fatti?) su piani e prospettive molto, molto più ampi; infine mi sono detta che forse sì, vale la pena, a maggior ragione, riflettere su questi temi. La mostra su Banksy, chiunque esso, essa o essi/e sia(no), è un buon momento di riflessione sul senso dell’arte, che può, quando vuole, essere conturbante, mostrare in maniera anche eclatante – questo il senso della street art tutta – una protesta politica. Le immagini viste sui muri degli spazi di Villa Ciani lo mostrano bene: pur parlando da sole, in modo chiaro, e meno banalizzante di quello che potremmo aspettarci, raccontano anche attraverso delle ottime didascalie le ipocrisie di un Potere che rimbambisce chi sta sotto a suon di immagini sorridenti e di divertimento. Un Potere basato, invece, sulla sofferenza e sulla distruzione. Lo mostra molto bene l’opera "Napalm", nella quale Banksy ritrae tre personaggi: Mickey Mouse e Ronald McDonald e una bambina, ovvero la novenne Phan Thi Tim Phuc, immortalata nel giorno 8 giugno 1972 da Nick Ut nella fotografia vincitrice del premio Pulitzer, durante i bombardamenti in Vietnam in guerra contro gli Stati Uniti. Quella bambina non rappresenta solo se stessa, rappresenta tutti i bambini vittime delle guerre, anche quelli che oggi muoiono in Ucraina. Molto bene, potremmo dire, molto bello che la città di Lugano ospiti una mostra con messaggi politici così forti, a maggior ragione in un momento come questo. Tuttavia propongo di grattare la superficie: Banksy è uno street artist e quelle opere le fa normalmente sui muri delle città, in luoghi disturbanti. Perché devono essere visibili a tutti e soprattutto perché non devono essere confinate nello spazio "normalizzante" di un museo. La città di Lugano, che ora propone alla cittadinanza queste opere, è la stessa che qualche mese fa ha fatto di tutto per decentralizzare l’unico centro sociale cittadino, arrivando ad un’azione di forza in cui (anche se i colpevoli pare non vi siano) ha distrutto l’edificio, e con esso anche il punto di riferimento di una comunità di giovani che non si riconosce nei valori dominanti. Durante la manifestazione organizzata dopo le macerie, sono stati fatti dei graffiti sui muri della città, ampiamente stigmatizzati da una fascia della popolazione. Voglio sperare che gli stessi e le stesse non siano andati alla mostra su Banksy. Sarebbe leggermente contraddittorio (e forse anche un po’ ipocrita).

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