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19.02.22 - 10:00

Gli applausi non bastano… ma nemmeno le briciole

di Giuseppe Sergi, coordinatore Mps
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È una buona cosa che si ritorni a parlare di salari. Soprattutto perché i salari reali, quelli che determinano la vita quotidiana delle persone, tornano a scendere. Complice la politica salariale imposta dal padronato, le difficoltà di un capitalismo sempre più in affanno (e il Covid c’entra relativamente), la debolezza del movimento sindacale.

La ripresa dell’inflazione (tumultuosa in alcuni paesi, un po’ più moderata ma comunque importante rispetto al recente passato anche da noi) è lì a testimoniare questa perdita di potere d’acquisto.

Persino i settori ai quali si era promesso una giusta ricompensa per il compito decisivo svolto in piena pandemia (a cominciare dal personale sanitario e da quello – indispensabile – impiegato nella grande distribuzione) hanno dovuto accontentarsi delle classiche briciole (dopo aver ampiamente digerito – rimanendo a stomaco vuoto – gli applausi).

Nelle scorse settimane, ad esempio, è entrato in vigore il nuovo contratto collettivo di lavoro per il personale dell’Eoc. Il quale ha dovuto accontentarsi di un amento generale dello 0,5%, al quale si è aggiunto un nuovo scatto sui massimi della scala salariale (un 2% una tantum per chi arriverà – quando arriverà – al massimo). Se si pensa che questo aumento dello 0,5% avviene quando il rincaro per il solo 2021 si è fissato all’1,5% comprendiamo subito che in realtà si tratta di una diminuzione dei salari reali. Se torniamo indietro agli ultimi anni, la perdita sarebbe ancora maggiore. Per il resto poco o nulla per il rinnovo di un contratto che, come hanno affermato in molti pubblicamente, "era fermo da una ventina d’anni". Nulla o quasi soprattutto per quel che riguarda l’onere lavorativo: la causa fondamentale – oltre ai bassi livelli salariali – dell’elevato tasso di abbandono della professione con tutte le conseguenze del caso.

Non è andata meglio ad altri settori. In quello dell’edilizia i padroni hanno detto di No a qualsiasi compensazione salariale e non si sono nemmeno disturbati di partecipare a nuove trattative. Lo stesso in molti altri settori dove non si è andati oltre alla messa a disposizione di ridicole somme salariali (lo 0,5%) da dividere tra i lavoratori e le lavoratrici: aumenti individuali secondo il "merito". Vale la pena segnalare quello bancario o, ancora, quello della grande distribuzione dove si segnalano eccezionali "recuperi" e, in alcuni casi, il superamento di situazioni pre-Covid.

Tutto questo deve cambiare. A noi pare decisivo che il movimento sindacale si dia una mossa. Prenda atto delle sue difficoltà e rilanci una strategia di mobilitazione e di lotta che risponda a questa rinnovata esigenza di difesa dei salari di fronte a un’inflazione che tende ad accelerare.

Da questo punto di vista la situazione appare difficile: riconoscerla sarebbe già un primo segnale per sviluppare poi una riflessione su come ripartire. Ultimo esempio, la manifestazione del 30 ottobre (all’insegna del motto "ora tocca a noi", "gli applausi non bastano" etc.) che ha visto a Bellinzona la partecipazione di poche centinaia di salariati/e. E non era andata meglio con quella del 9 ottobre a Mendrisio per protestare contro i tentativi di derogare al pur misero salario minimo legale. Avevano messo in evidenza, proprio nel corso del 2021, questa debolezza sindacale altri appuntamenti "andati a vuoto": la manifestazione del personale sanitario (Ocst-Vpod) del 29 maggio (un centinaio di persone in tutto) o quella dello scorso settembre contro la prospettata diminuzione del 20% delle prestazioni pensionistiche della cassa pensione dei dipendenti del Cantone.

E non ci si venga a dire che non sono più tempi di mobilitazioni e manifestazioni. Basti pensare che negli ultimi tre anni la Svizzera ha visto le più grandi mobilitazioni della sua storia: valga per tutte quella – quasi "oceanica" per il nostro paese – delle donne (o, ancora, del movimento per il clima)! E, nemmeno, che queste mobilitazioni toccano aspetti diversi da quelli tradizionali come quelle sui salari. Vi è, ad esempio, una questione più "tradizionale" della discriminazione salariale (dal 20 al 30%) che tocca il lavoro delle donne?

L’urgenza della questione salariale (e reddituale) è ormai sotto i nostri occhi. A noi tutti coglierla e darle uno sbocco positivo.

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