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16.02.22 - 07:30
di Roberto Kufahl, Grumo di Torre

Biopolitica è come ci siamo istituiti

Rileggendo gli articoli di Francesca Rigotti (CdT 20.1.2022) e di Marcello Ostinelli (laRegione 26.1.2022) non trovo traccia del concetto “biopolitica”. Fabio Merlini nel suo “La stupidaggine della biopolitica” (laRegione 12.2.2022) loda il secondo e bacchetta la prima, che sulla politica sanitaria si è concessa qualche “libertà di troppo”. Il filosofo di Minusio si era già espresso opponendosi alla filosofa nell’autunno 2020 e io l’avevo sostenuto (“Regimi categorici della nostra civilizzazione”, CdT 17. 12.2020), poiché la filosofa femminista spesso scivola nel libertarismo che, tra l’altro, è piuttosto vivo nelle menti dei personaggi maschi. Egli solleva ora la questione etico-politica che la biopolitica è concetto inopportuno sulla via della spiegazione e soluzione in questo corsaro intervallo della pandemia. È detto giustamente e giustamente si sa che anche filosofi paranoici possono cadere nella trappola di accusare semplicemente “il sistema” o “la civiltà” di aver ordito e gestito la patologia con lo scopo di aggiornare il controllo generale sulla moltitudine. Merlini di certo si basa su affermazioni enunciate in Italia, Paese dal complottismo facile. Oppure ha anche letto il pezzo del mio amico Filippo Contarini. Ma io lo ringrazio soprattutto per la descrizione da maestro della biopolitica che lui sa non essere una scioccheruola – invito anche per questo a riconsiderare il suo intervento on line –. In sintesi, biopolitica è il modo di costituire anima e corpo con tutti gli elementi della civiltà iniettati nella natura animale del nostro essere. Si può far uso della biopolitica, nella teoria e nella prassi, con l’intenzione di affinarla ulteriormente (biopotere), oppure la si può subire inconsciamente nutrendola nel linguaggio e nella gestualità del vivere quotidiano. Il secondo caso è ciò che accade nelle nostre azioni senza che qualcuno ne sia risparmiato.

Il pensatore ticinese parla anche del “capitalismo della sorveglianza” nel quale siamo finiti “come polli”. Ma mi chiedo: polli anche domani e dopodomani? Ecco, vedo molto utile un convegno filosofico sulla biopolitica e su quant’altri concatenamenti argomentativi nel più tranquillo dopo pandemia. Si potrebbe dibattere sull’“interventismo sradicato, iperattivo e predatorio”, sul piglio strategico inquietante dell’economicismo hobbesiano (homo homini lupus), sull’efficientismo sociale imperante, sul soluzionismo esasperato dei politici eccetera. Ma io inviterei sia filosofi non paranoici che filosofi paranoici: la verità non è mai univoca, perché se a interloquire sono solo gli ottimisti, allora siamo persi. Un altro ma sarebbe questo: è pratica ancora corrente fabbricare consapevolezza fra pochi da una parte, invece non tradurre la pappardella a profitto di una cerchia possibilmente estesa dall’altra parte, cioè verso i mortali comuni fuori dal discorso. Mancanza di mediatori? Eppure i giornalisti di qualità qui ci sono, i media cartacei reggono ancora nonostante ostacoli sistemici e consensi popolari mancati (vedi il triste 13 febbraio).

Noi bipedi autoumanizzatisi dobbiamo far progredire la democrazia, un progredire che non è lo scontato acquisto del nuovo mezzo tecnologico. Quale democrazia, attrezzati con una consapevolezza che si replica antiquata per l’atmosfera che si respira? Democrazia è dibattito continuativo e collettivo. In un testo di Cornelio Castoriadis leggiamo che democrazia, politica e filosofia nascono e vivono insieme come forme di messa in discussione del dato sociale istituito nello spazio pubblico della polis per mezzo del logos. Personalmente resto scontento perché nei media vedo politici onnipresenti e invece filosofi quasi del tutto assenti. Spesso vengono chiamati, forse non senza intenzione, per convenire, convalidare, confortare.

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