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vaccino-responsabili
10.07.21 - 06:55
di Stefano D’Archino, pastore Chiesa Evangelica Riformata di Bellinzona e dintorni

Vaccino-responsabili

Ho due medaglie sul braccio, come molti. A dire il vero ormai per l’età si sono un po’ logorate, ma un tempo erano ben evidenti.

Erano gli anni Settanta quando andai a fare il richiamo del vaccino contro il vaiolo, una delle più antiche malattie infettive umane. Come potete immaginare, avendo sui dieci anni ero un po’ titubante e non particolarmente motivato nel farmi vigorosamente pungere il braccio. Ricordo la giornata di sole e le parole di qualcuno che rispondeva alla mia domanda sul perché vaccinarsi per una malattia che in Europa non c’era più. E la risposta fu duplice. Primo perché in Pakistan e in altri paesi mieteva ancora vittime. Secondo: perché si voleva sconfiggere per sempre la malattia. Ciò mi diede una fiera motivazione per vaccinarmi.

Il vaiolo fu dichiarato poi eradicato nel 1979. E insieme a milioni di persone porto due medaglie, senza essere stato eroico, per aver vinto quella battaglia.

Allora vaccinarsi lo facevamo per i pakistani, per i somali, oggi vaccinarsi (che ha sempre un piccolo elemento di rischio) lo facciamo per i nostri anziani, per i giovani che hanno patologie o debolezza contro il virus, lo facciamo per la società (come dimostra la ripresa delle nazioni con alto tasso di vaccinati) e anche per la nostra economia, per ristoratori, artigiani, musicisti... Ci sono cristiani, però, che dicono “a me non serve, non è importante, è un complotto…” e alle contestazioni rispondono fieri: “E soprattutto ho la mia libertà!”. Altro che prima i nostri, siamo al prima io, e solo io, altro che quella responsabilità individuale che spesso decantiamo.

Invece di annunciare complotti apocalittici, i cristiani dovrebbero con gesti semplici dare prova di amore verso il prossimo, che in un mondo interconnesso non è solo il vicino di casa, questo sarebbe un messaggio compreso da tutti.

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