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I dibattiti
09.06.21 - 20:450

Le forze propulsive emerse dalle macerie

I traumi possono irretire le vittime in una tela da cui non si riesce più ad uscire o possono dare la spinta al cambiamento. Dalle macerie dell’ex Macello, che sono una ferita ancora aperta nel nostro tessuto sociale, sono però emerse forze propulsive importanti, che (mi auspico) non verranno gettate alle ortiche, ma serviranno a creare nuove basi per la comunità. Ne elenco alcune:

1. Il bisogno di fare comunità. È questo quello che è emerso dal festoso e pacifico corteo del dissenso, che da piazza “Rivolta” a piazza Molino Nuovo ha espresso il bisogno di dire no a politiche autoritarie, al culto della forza come risposta al dissenso stesso, allo strano fraintendimento per cui il dialogo è interpretato come l’accettazione passiva di proposte dall’alto e non come la lenta ricerca di una soluzione fra le parti.

2. Il bisogno di spazi alternativi e liberi, di occasioni di incontro e scambio vere, al di là di quelle prestabilite, controllabili. Thoreau in un bellissimo e breve saggio, intitolato “Camminare”, diceva che quando esce di casa per camminare non sa mai dove andrà, dove lo porteranno i piedi. Questo può in effetti spaventare, ma la vera ricerca è proprio questo: un rischio. Un pericolo fecondo. Sporgiamoci, ogni tanto, sondiamo l’abisso.

3. Il bisogno di ripensare i luoghi pubblici come beni di tutti/e. I luoghi non appartengono quindi solo a chi li possiede sulla carta, ma a chi li anima, li vive, secondo un concetto per cui la casa è uno spazio in cui tessere relazioni di tipo identitario. Ricordo una vignetta, mostrata durante una lezione di geografia al liceo, in cui di fronte al classico scempio edilizio un personaggio cartoonesco gridava: “Avete distrutto i miei luoghi!”. Questo accomuna l’ex Macello ai tanti, troppi edifici storici buttati giù senza pensarci due volte.

4. Il valore di una cultura ampia, inclusiva, pensata per una comunità grande, con valori diversi dettati da esigenze diverse: una cultura che sappia confrontarsi, anche scontrarsi, nel rispetto di una dialettica che però non sfocia in violenza.

5. L’importanza della parola, intesa come cura: ne è un esempio il reading aperto a tutti organizzato davanti alle macerie, un momento di lutto e di messa a fuoco del trauma stesso. L’importanza di dare parola al dissenso, anche, e l’importanza della parola di spiegazione e di scuse (la stiamo aspettando con ansia).

6. Il coraggio di dire no, tutti/e insieme, quando le cose ci calpestano, non ci rispettano, non sono in linea con i nostri principi di democrazia. In un cantone in cui un po’ troppo spesso il dissenso è portato avanti da pochi intrepidi coraggiosi, fa davvero piacere vedere tanti no, uno dietro l’altro, a costruire un enorme muro di resistenza. Speriamo di farne tesoro anche in futuro.

7. La voglia di tendere la mano alla parte più pura della società: i giovani. È stato bellissimo vedere tante generazioni, tutte insieme, mescolate.

8. Il bisogno di bellezza, intesa non come bellezza mercificata, capitalizzabile, ma come bellezza della relazione, soprattutto, bellezza dello stare insieme come scambio e costruzione di nuove prospettive.

9. Il valore della diversità, intesa non come zona d’ombra da temere e combattere, ma come elemento arricchente, nel contesto di una standardizzazione che tende a rendere sempre più monotoni i nostri spazi cittadini, perfetti, pettinati, ma vuoti e tristi. Per questo è importante che il progetto di autogestione non venga relegato ai margini, anche geograficamente.

10. Il bisogno, ancora una volta, della parola, una parola che sappia lenire le ferite, ma anche ricostruire, inventare altro, ripartire dalle macerie.

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