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I dibattiti
13.01.21 - 19:250

Pazienza cognitiva o solitudine digitale?

L'esperienza della scorsa primavera ha dimostrato che la vera scuola si fa... a scuola

Qualche settimana fa, laRegione ha ospitato un interessante articolo del docente e scrittore Daniele Dell’Agnola, intitolato “Il cervello che legge in un mondo digitale”. Esso prende spunto dal bellissimo libro “Lettore, vieni a casa” della neuro-scienziata Maryanne Wolf (edizioni Vita e Pensiero): è un testo che conosco e che consiglio vivamente a chiunque si occupi e si interessi di scuola.

Supportata da studi scientifici, la ricercatrice evidenzia i profondi cambiamenti e i rischi che la lettura digitale porta con sé: superficialità, disattenzione e minore approfondimento, tutto a svantaggio di riflessione, pensiero critico, cultura e la cosiddetta ‘lettura profonda’. In questo senso, soprattutto con i più piccoli deve essere incoraggiato un approccio alla lettura con i tradizionali libri cartacei, anche perché promuovono una sorta di ‘pazienza cognitiva’ (e non una tempesta di informazioni e stimoli tipici dei mezzi digitali): necessitiamo di processi cognitivi più lenti per favorire il pensiero critico, l’empatia e per costruire i fondamenti di conoscenza. Maryanne Wolf, comunque, non demonizza giustamente le tecnologie: propone infatti un’alfabetizzazione parallela, che favorisca la lettura profonda e la pazienza cognitiva ma che porti anche i bambini a confrontarsi con la tecnologia.

In relazione a ciò, si inserisce spontaneamente il tema della didattica a distanza. L’esperienza avuta nella scorsa primavera ha dimostrato che la vera scuola si fa a… scuola, in presenza tra allievi e docenti. Le nuove tecnologie non devono sminuire l’approccio pedagogico e didattico basato sulla relazione interpersonale, l’autenticità e la manualità. Insomma, quella pedagogia delle emozioni e delle relazioni “cento volte più educativa del silenzio di una cameretta illuminata da uno schermo” (pag. 152), di cui parla lo psichiatra Paolo Crepet nel suo ultimo libro (“Vulnerabili”, Mondadori). Il Decs ha opportunamente dichiarato l’essenzialità della scuola in presenza, soprattutto per il settore dell’obbligo. La scuola a distanza, se riattivata, arrischia di favorire continuamente una sorta di “solitudine digitale” negli allievi (oltre che nuocere soprattutto a chi è più in difficoltà e aumentare i disagi in famiglia): essa costringerà i più piccoli a crescere con minor autonomia, autostima e creatività, tre colonne portanti di una buona esistenza.

Questi importanti temi, con altri, sono al centro di una mia interrogazione inoltrata, con altri colleghi, proprio in questi giorni. L’atto parlamentare vuole stimolare la riflessione all’interno del Decs ma mira soprattutto a capire se e in che modo al Dipartimento di formazione e apprendimento (Dfa), ossia chi è tenuto a formare i nuovi docenti, si rifletta attorno a questi aspetti per me strategici.

La tecnologia è un importante strumento che porta con sé diverse opportunità al nostro agire quotidiano, tuttavia non deve sostituirsi ad esso: uno schermo variopinto e accattivante non riuscirà a colmare ciò che la vita reale ci offre, nella sua concretezza, tutti giorni. Per lo sviluppo conoscitivo, comportamentale e morale dei nostri giovani, ossia i cittadini di domani, anziché la solitudine digitale è quindi importante favorire la pazienza cognitiva e un approccio emozionale in ogni forma di apprendimento.

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