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Il dibattito
02.07.20 - 17:110

I colori della Politica futura

La buona politica dovrebbe fondarsi su idee non astratte (o a volte astruse) ma costruttive, e non di parte, ma a disposizione di chiunque voglia usarle

La politica è un’attività relazionale alla quale non ci si può sottrarre, neanche volendo, perché basta essere in due e già c’è relazione, e quindi politica. Purtroppo, è facile essere politici nel modo sbagliato. Per evitarlo occorrerebbe - ma peccherò di idealismo - rimuovere gli ostacoli che impediscono a intelligenza e buona volontà di esplicarsi. La buona politica dovrebbe fondarsi su idee non astratte (o a volte astruse) ma costruttive, e non di parte, ma a disposizione di chiunque voglia usarle. La speranza dovrebbe essere una motivazione più alta dell’interesse attuale e particolare. In una società matura dell’informazione, com’è il nostro Paese, il progetto umano deve essere prima di tutto etico e poi unire politiche “verdi” (economia green, circolare e dello share) e politiche “blu” (economia digitale e dell’informazione) e favorire un modo di vivere insieme centrato sulla qualità delle relazioni e dei processi, anziché sul consumo e sulle cose. Il turchese (colore che mescola blu e verde - il quale esprime vitalità ed emana un senso di tranquillità e dedizione oltre ad avere proprietà terapeutiche) potrebbe essere quello di politiche fondate su idee quali: altruismo sociale, patto intergenerazionale, cura del mondo, responsabilità civile ed ecologica, visione cosmopolita e ambientalista. Idee e valori ingenui? Forse, ma la postmodernità (che sarà delle generazioni non ancora al potere) rifugge sempre più dalle cose per andare verso le relazioni, e la crescita della tecnologia porterà all’astrazione dal materiale. La politica deve quantomeno seguire se già stenta a prevedere. Il progetto umano per il 21° secolo non può che essere volto ad un futuro sostenibile e preferibile: che si muova in un circolo virtuoso tra natura e tecnologia.

Le ultime due emergenze: ambientale e epidemica ci dovrebbero insegnare tra altro un paio di cose.

A livello ambientale: il progetto umano futuro verosimilmente accantonerà il principio del contratto sociale, ancorato all’ontologia delle cose. Esso dovrà essere sostituito dalla teoria del “trust universale”, di natura pubblica e relazionale; principio – rubato al diritto privato a tutela del patrimonio - secondo cui ogni essere umano inizia la propria esistenza quale beneficiario del mondo, ne diventa fiduciario responsabile e conclude l’esistenza come donatore del mondo (patrimonio che dev’essere conservato) alla generazione seguente.

A livello cosmopolita: dall’emergenza Covid è emerso che l’interdipendenza tra le nazioni, invece di promuovere il progresso della conoscenza e comprensione tra i popoli, ha scatenato egoismi e ultranazionalismi. Non vi è coscienza planetaria dell’umanità, una globalizzazione buona. Lo sviluppo economico capitalistico degli ultimi 40 anni ha scatenato la crisi della democrazia, il danneggiamento della biosfera, l’aumento delle diseguaglianze, e la crescita delle ingiustizie, la proliferazione di nuovi autoritarismi demagogici.

Bisogna incentivare la cooperazione tra le nazioni per far crescere sentimenti di solidarietà e fraternità tra i popoli e verso l’ambiente terrestre e la salute pubblica, un po’ come durante il lock down dove lo spirito di solidarietà pareva aver superato l’individualismo. Gli Stati Nazione sono isole sperdute nel mare del mercato globale senz’anima né conoscenza, né coscienza, in pasto a qualche squalo multinazionale.

Siamo entrati in quel tempo di mezzo tra l’ordine precedente andato in crisi e il nuovo che non è ancora nato. Abbiamo ora due possibilità: o diventeremo più isolazionisti e soggiogati alla retorica incendiaria dei demagoghi e dei “negazionisti climatici”, oppure diventeremo più umili, connessi, e avremo più a cuore l’eguaglianza, imparando a prenderci cura degli altri e del pianeta. Se possiamo essere patrioti possiamo essere anche cosmopoliti. Le due cose non si escludono.

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