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Il dibattito
18.06.20 - 12:220

Razzismo: rischiamo di sprecare un'occasione?

Mi ha colpito l’invito a leggere “certe azioni iconoclaste” dei manifestanti anche come segnali “di disperazione e del bisogno di essere ascoltati”

Mi ha un po’ stupito il contributo di Lorenzo Erroi nella sua rubrica “Distruzioni per l’uso” su laRegione del 15 giugno, dal titolo “Sul razzismo rischiamo di sprecare l’occasione”. Sono un suo lettore ammirato, per solito, dalla larghezza di vedute e profondità di pensiero che la sua buona cultura gli consentono. Non mi pare invece che questa volta l’abbia messa a frutto adeguatamente, nonostante alcune osservazioni interessanti. Per incominciare di lì, mi ha colpito l’invito a leggere “certe azioni iconoclaste” degli odierni manifestanti anche come segnali “di disperazione e del bisogno di essere ascoltati”. Mi ha ricordato lo spirito del 68 al quale da 18enne non potei non aderire cordialmente, anzitutto come rivolta alla cappa di formalismo beneducato sotto la quale gli adulti di allora, dalla scuola alla famiglia alla Chiesa, ci obbligavano a vivacchiare. Questo era disperante, perché i valori ai quali le forme sociali imposte si ispiravano non ci erano più comunicati in modo vivo, tale da accendere il desiderio di bene, di vero e di bello che covava in noi adolescenti. Ma c’era un altro aspetto sul quale la nostra genuina esigenza di giustizia voleva essere ascoltata: la scoperta, allora incipiente in piena epoca di decolonizzazione, del colossale problema della fame nel mondo. Per tagliar corto, quelle esigenze e quei problemi furono assorbiti strumentalmente da un’ideologia che aveva già imposto a una parte del mondo sistemi politici fondati sulla violenza, sulla menzogna e sulla soppressione della libertà, un’ideologia che ora veniva diffusa in modo virulento tra noi giovani tradendo le nostre aspirazioni e conducendo molti di noi su sentieri di autodistruzione.
Per venire invece a quanto non mi ha convinto nel racconto di Erroi –espresso come al solito in una prosa brillante e stimolante- è la mancanza del necessario senso storico con il quale le opere e le forme di pensiero dei nostri antenati vanno messe a fuoco. Tutto il tema del razzismo, ad esempio, va ricondotto al lento e lungo percorso attraverso il quale la nostra civiltà europea si è liberata durante i secoli dal retaggio schiavistico ereditato dalle stesse culture che ne hanno posto le basi, a partire da quella greca e romana (distruggere il Colosseo e tutte le tracce di quelle culture?).
Qualche giorno fa ne ilfederalista.ch abbiamo cercato di portare la scure alla radice del male. Cito: “Duemila anni fa, ricordiamolo, l’unico uomo che aveva tutti i diritti umani era il civis romanus. Uno dei più grandi giuristi dell’epoca, Gaio, distingueva tre tipi di utensili che il civis (cioè l’uomo con tutti i diritti) poteva possedere: “gli utensili che non si muovono e non parlano; gli utensili che si muovono e non parlano, cioè gli animali; e gli utensili che si muovono e parlano, gli schiavi”. (cfr. Gaio, Institutionum Commentarii quattuor, II, 12-17). È stato il seme gettato dal cristianesimo a introdurre il concetto di persona, cioè della pari dignità di ogni singolo essere umano – a prescindere dal sesso, dalla razza o dalla religione. Seme che nella stessa “civiltà cristiana” ha impiegato secoli per crescere e liberare la vita sociale dalle tante forme di schiavitù e di discriminazione sopravvissute e che – notiamolo - possono sempre ritornare in guise diverse poiché nel campo delle conquiste etiche e spirituali (diversamente da quanto accade per quelle materiali) non c’è mai trasmissione automatica di valori da una generazione all’altra, ognuna delle quali deve riconquistarli liberamente.
Sono partito da lontano, ma qualcuno ogni tanto deve pur farlo (per non “sprecare l’occasione” di imparare la storia, come giustamente esorta Erroi). Venendo ai tempi moderni, solo qualche breve nota. Cristoforo Colombo: giusto, per i nativi la sua impresa e le sue sequele non ebbero lo stesso impatto che per un genovese dell’epoca; ma quanto allo stato dei diritti umani presso i nativi suggerisco una ripassata veloce tramite visionamento di “Apocalypto” di Mel Gibson. Churchill: neppure lui fu immune dal peccato originale ma, come dico spesso, senza di lui è probabile che in questo momento starei scrivendo in tedesco. Alfred Escher, la cui statua campeggia in Banhofplatz: io lo lascerei lì perché, se anche il patrimonio da lui ereditato fosse stato frutto di coltivazioni di caffè a Cuba, questo zurighese mise in piedi tre cosette tipo Politecnico Federale, Credito Svizzero e Gotthardbahn.
Infine un raccordo con le battaglie del primo 68: molto resta da fare perché il Continente più colpito dalla fame, l’Africa, sia aiutato a uscire dalla miseria. Proprio in questi giorni in Consiglio Nazionale se n’è parlato nell’ambito della nuova strategia federale per la cooperazione allo sviluppo. Ma l’aiuto materiale del nostro Paese verso chi soffre la fame resta “sottosviluppato”, nonostante il nostro benessere, conquistato anche con lo sfruttamento dei Paesi del Continente nero. Una battaglia sempre da ricominciare.

 

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