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Il dibattito
15.06.20 - 17:300

Niente più come prima? Magari!

Nessuno è per ora in grado di prevedere che mondo sarà quello del dopo e di cosa saranno fatte le nostre esistenze future. Restiamo però in fiduciosa attesa...

 

Grazie al, o per colpa del Covid 19, ci siamo abituati a pensare, o illuderci, che, secondo un già logoro luogo comune, «niente sarà più come prima», allorché nessuno è per ora in grado di prevedere che mondo sarà quello del dopo e di cosa saranno fatte le nostre esistenze future. Restiamo però in fiduciosa attesa che la scienza medica trovi un vaccino o altre soluzioni per contrastare efficacemente la pandemia e consentirci di ritornare presto a qualche forma di normalità nella nostra vita quotidiana; sia pure con precauzioni particolari, magari difficili da adottare e penose da vivere, nonché più o meno prolungate nel tempo, del tipo di quelle resesi necessarie nel momento della massima emergenza: distanziamento sociale, mascherine, guanti, disinfettanti e forte limitazione della vita sociale.

Impossibile tuttavia esimersi dal riflettere pure su certi aspetti dell’organizzazione sociale e del modo di produzione che ci hanno condotti al presente indubitabile punto di non ritorno. In particolare, non è più eludibile l’interrogativo di fondo: possiamo ancora permetterci di vivere in balia del nostro distorto sistema economico, dal quale discendono tanti problemi e tanti rischi per tutti? Secondo me, no. Sembra anzi venuto il momento di cominciare a ragionare seriamente sugli scenari futuri, suscettibili di farci uscire dalla situazione di stallo planetario in cui tale sistema ci ha condotto. Essendo esso fondato sui meccanismi di funzionamento di un capitalismo esasperato e sfrenato, nessuno sembra infatti più in grado di governarlo e orientarlo nel senso della promozione umana e del rispetto della natura. Un meccanismo perverso, fondato sulla globalizzazione a oltranza e inceppatosi perché ispirato dalla religione del mercato, che tutto prevedrebbe e tutto regolerebbe, purché lasciato libero di inseguire e conseguire, sempre e dovunque, il massimo profitto. A qualsiasi costo. Ma è proprio da questo inestricabile combinato disposto che discendono i problemi essenziali, le ingiustizie, le disuguaglianze, le minacce per la pace, la rottura degli equilibri della natura, i mutamenti climatici e gli attentati alla biodiversità, che tanti guasti hanno già provocato, compresa, non da ultimo, l’apparizione di nuove gravi malattie. La rottura di tanti delicati equilibri si accompagna per altro alla divisione dell’umanità in due campi principali e antagonisti, costituiti, da un canto, dai pochi che hanno tutto e di più e, dall’altro, da una maggioranza, fatta di milioni, quando non miliardi, di esclusi e di indigenti, abbandonati a se stessi, umiliati, dimenticati e frustrati, che, nel migliore dei casi, hanno giusto di che sopravvivere.

Sarebbe assai ingenuo immaginarsi che di tali squilibri e sconvolgimenti non faccia parte un sistema produttivo caratterizzato dalla deindustrializzazione della nostra parte di mondo e dallo sfruttamento intensivo di risorse naturali e umane, a basso costo, dell’altra. Al punto che, in un momento di crisi mondiale come quella prodotta dal Covid 19, paesi anche tra i più ricchi e meglio attrezzati del pianeta si sono scoperti improvvisamente disarmati, vulnerabili e impotenti. In ogni caso, incapaci di rispondere nell’immediato alla forte richiesta di medicinali di uso comune e di strutture sanitarie di base: disinfettanti, respiratori, guanti o mascherine di protezione. La loro produzione essendo ormai stata demandata o appaltata a un’area geopolitica situata a migliaia di chilometri di distanza dai centri di potere del nostro ricco e opulento Occidente. Tutto ciò, in nome del passaggio di quest’ultimo ad un lucroso sistema improduttivo, fondato su un’economia a base essenzialmente finanziaria e speculativa. Con il paradossale risultato che un Paese come la Svizzera, sede europea dell’ONU, dell’Organizzazione mondiale della sanità, della Croce Rossa internazionale, dell’Alto commissariato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, nonché patria di alcuni dei maggiori colossi mondiali dell’industria chimico-farmaceutica e che per dipiù dispone del sistema sanitario più costoso d’Europa (secondo soltanto a quello degli USA), sia stato colto del tutto impreparato e sprovvisto degli strumenti più elementari per fronteggiare una devastante pandemia, per altro, annunciata e prevista da anni dagli ambienti scientifici più autorevoli e lungimiranti.

A questo punto, sembrerebbe ovvio auspicare che l’ormai già usurato mantra del «niente sarà più come prima» possa davvero tradursi in pratica. Il che comporta necessariamente l’adozione dei correttivi del caso, affinché una guida più responsabile dell’umanità (la famosa governance?) provveda, quanto meno, a progettare un nuovo modo di produzione, più umano, più equo, più rispettoso della natura e dei suoi equilibri, secondo, ad esempio, quanto proposto da Thomas Piketty nel suo ultimo illuminante saggio sulle varie tappe e le diverse realizzazioni storiche del capitalismo (compreso in realtà come Giappone, Cina, India e mondo coloniale). Il suo concetto di «socialisme partécipatif», del quale converrà ancora tracciare i contorni precisi e creare i presupposti per metterlo in pratica, parrebbe infatti ormai l’unica via percorribile per uscire dal vicolo cieco in cui l’umanità si è cacciata.

Certo, definire in linea teorica un’ipotesi di lavoro e taluni indirizzi-guida per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso è un conto, trasformarli in scelte politiche operative e realizzazioni concrete un altro. Ma, da qualche parte bisognerà cominciare, purché ci sia la consapevolezza di cosa non si debba più fare. In questo senso, se il «niente sarà più come prima» potrà essere tradotto in atti concreti, disporremo, quantomeno, di un buon punto di partenza per assicurarci un futuro più promettente di quanto ereditato dal passato e da quanto vissuto in questi difficili tempi, con i troppi guasti prodotti da un sistema produttivo disumano, inefficiente, obsoleto e fondamentalmente iniquo. Dunque, niente più come prima? Fosse vero!, verrebbe da dire, ma almeno sembra chiaro da dove cominciare…

 

 

 

 

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