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L'ospite
15.06.20 - 15:360

La lezione di Max Weber

Accanto alla ricerca storica e alla sociologia delle religioni, spicca in Weber l’analisi del mondo moderno, in particolare del capitale nell’era della razionalizzazione delle aziende e dell’affermazione capillare della burocrazia

Le varie ondate di «spagnola» che verso la fine della Grande Guerra falciarono milioni di persone si portarono via, il 14 giugno del 1920, anche Max Weber, uno dei padri della sociologia moderna. Nato ad Erfurt nel 1864, il suo nome è rimasto legato alla relazione tra l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, saggio pubblicato nel 1904-5 nell’«Archiv für Sozialwissenschaft und Politik». Studio fondamentale, che ancora oggi divide la comunità dei sociologi, degli storici e dei teologi, ma che rappresenta solo una parte del suo vastissimo campo d’indagine, avviato con una tesi sulle strutture agrarie in epoca romana. Alla sua improvvisa scomparsa, Karl Jaspers fece notare che la sua opera rigurgitava di singoli lavori ma che mancava l’«opus magnum»: «Di fatto sono tutti frammenti. Fatta eccezione per la storia agraria romana, un opuscolo sulla Borsa, alcune conferenze e alcuni quaderni degli ultimi anni, Weber non ha fatto uscire un solo libro. Tutta la sua produzione saggistica sta chiusa in riviste, archivi, giornali».

Oggi le cose stanno diversamente. I materiali sparsi sono stati raccolti, ordinati e pubblicati. La «Gesamtausgabe» conta 47 volumi, una miniera per gli esploratori del suo pensiero. Anche l’editoria italiana ha contribuito alla riscoperta dell’autore; quest’anno Massimo Palma ha curato per Donzelli un’edizione storico-critica di Economia e società suddivisa in cinque volumi: Comunità, Comunità religiose, Diritto, Dominio, La città.

Weber ebbe una vita travagliata, inframmezzata da depressioni. Questo spiega la frammentarietà della sua opera, improvvisi lampi di genio all’interno di lunghe notti di abulia. Eppure questo sterminato cumulo di osservazioni – dalle riflessioni metodologiche alla storia, dall’economia alla politica come professione-vocazione – ha segnato e condizionato le vicende successive delle scienze sociali, sia in Europa che negli Stati Uniti. Echi del suo universo mentale sono rintracciabili anche nell’attuale congiuntura politica, ad esempio nelle accese discussioni sul ruolo dell’Unione europea, sulla funzione della Banca centrale, sull’opportunità o meno di emettere Eurobond (titoli di Stato garantiti da tutti i paesi dell’eurozona). Impossibile ignorare che dietro i dissidi spunta sempre, in un modo o nell’altro, l’ombra di Weber, con la sua teoria sui rapporti tra il retaggio religioso e le forme economiche. Un atteggiamento che in buona parte era da ricondurre all’educazione protestante e ai suoi precetti, fondati su una sorta di ascesi mondana. L’imprenditore-credente doveva dimostrare nell’aldiquà di meritarsi l’aldilà attraverso la dedizione al lavoro, disposizione virtuosa che sembrava invece assente nell’etica cattolica, molto più permissiva e fondata sul nesso confessione-perdono.

Come detto, le teorie weberiane hanno dato vita ad infinite diatribe i cui riflessi sono tuttora visibili nel dibattito politico a Bruxelles: una «vulgata» parziale e mirata messa in campo con l’unico scopo di sbarrare ai popoli mediterranei un accesso semplificato ai crediti europei. Un’interpretazione che non ha mai perso smalto e fortuna, soprattutto sulle pagine dei rotocalchi ad ampia tiratura, sulla base di schemi di facile assimilazione: da un lato il Nord, con la sua severa etica del lavoro, la disciplina, la «mirabile vigoria» delle razze teutoniche; dall’altro la fascia meridionale, dal Portogallo alla Grecia, neghittosa, incapace di darsi una regola ed esposta ad ogni genere di corruzione. E ancora: da una parte comunità laboriose, dedite al risparmio, individui-formica preoccupati del domani; dall’altra popoli-cicala che amano crogiolarsi nel «dolce far niente». In passato era stato coniato l’ingiurioso acronimo di Piigs; ora invece siamo agli «Stati frugali» capeggiati dall’Olanda e da altri paesi dell’ex Lega anseatica.

Simili giudizi (o pregiudizi) emergono regolarmente. Non sono mai spariti nemmeno da noi, tra maggioranza e minoranze, tra chi ritiene di amministrare in modo rigoroso le finanze pubbliche (i cantoni germanofoni) e chi invece dà l’impressione di agire con più leggerezza (romandi e ticinesi).

Max Weber non avrebbe condiviso simili forzature strumentali. La sua ricerca s’inseriva in un ambizioso programma di studio comparato delle religioni, che si estendeva anche al continente asiatico (induismo, buddismo, confucianesimo). La sua tesi era che il momento economico non condizionava in modo meccanico i comportamenti e le preferenze sociali. Non era sua intenzione – come invece sosteneva la scolastica marxista – affermare che la religione fosse un epifenomeno, un semplice derivato delle condizioni materiali ed esistenziali.

Accanto alla ricerca storica e alla sociologia delle religioni, spicca in Weber l’analisi del mondo moderno, in particolare del capitale nell’era della razionalizzazione delle aziende e dell’affermazione capillare della burocrazia. Negli anni della «belle époque» rivolge le sue attenzioni all’ascesa di un regime capitalistico di tipo nuovo, organizzato e fondato sul calcolo e sull’applicazione di tecniche sempre più raffinate, «scientifiche», al processo produttivo. Weber non è l’unico scienziato sociale a sezionare le trasformazioni urbane e socio-economiche in atto: accanto a lui operano figure come Georg Simmel (Filosofia del denaro) e Werner Sombart (Il capitalismo moderno), ai quali risponderanno Rudolf Hilferding (Il capitale finanziario) e Rosa Luxemburg (L’accumulazione del capitale).

Un altro concetto che riporta immediatamente a Weber è quello di «carisma», per indicare una personalità straordinaria, fuori del comune, dotata di poteri superiori. Anche qui la matrice è religiosa: carisma è la grazia, dono elargito da Dio e perciò non revocabile e non estinguibile. Colui che ne beneficia è quindi predestinato ad assumere all’interno di una comunità la funzione di guida e di profeta. Il capo carismatico incanta e trascina le folle. La democrazia, con il suo primato della legge, cede il posto all’arbitrio e alle volontà del dittatore, del duce, del caudillo, del Führer, del «padre dei popoli» Stalin. Weber non fece in tempo a vederli tutti pienamente all’opera.

 

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