laRegione
28.11.22 - 21:52
Aggiornamento: 22:34

La protesta cinese è un foglio bianco

Migliaia di persone in piazza in diverse città per protestare contro le misure anti-Covid, tra esasperazione e censura. Resta da capire se c’è dell’altro

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(Keystone)

Fogli bianchi levati al cielo, forse perché il bianco in Cina è il colore del lutto, forse perché anche volendo non ci si potrebbero scrivere sopra grandi slogan, sicché quello è l’unico modo per sfidare la censura. È questa la peculiarità della protesta contro la strategia ‘zero Covid’ che ha portato in piazza migliaia di persone a Shanghai – dove si è rivelata particolarmente partecipata e vivace –, a Pechino, ma anche a Chengdu, Wuhan, Guangzhou, Zhengzhou (città, quest’ultima, nella quale a ribellarsi sono stati gli operai della megafabbrica Foxconn che produce gli iPhone: vedi ‘laRegione’ di sabato). E ancora cittadine e villaggi in tutto il Paese, a partire dalla provincia dello Xinjiang, di cui più spesso si parla per via del genocidio culturale ai danni della minoranza musulmana uigura: è stata la morte di dieci persone a Urumqi, per un incendio che ha divorato un palazzo ‘sigillato’ dal lockdown anti-Covid, a dare il via alle proteste nel Paese.

Ai fogli bianchi i manifestanti hanno accompagnato simboli e slogan che evidenziano la natura eterogenea del loro malcontento: si sono viste le bandiere rosse, si sono sentiti gli inni di sempre, ma anche qualche ironico “più chiusure” e il ben più rischioso “Xi Jinping, dimettiti”. Dopo le proteste perlopiù pacifiche che abbiamo visto fino a domenica, a scoraggiarne di nuove il governo cinese ha ora mandato la polizia, con l’incarico, a quanto pare, di sorvegliare più che di reprimere: dopo le manganellate di Zhenghzhou e l’arresto con annesso pestaggio di un reporter della Bbc a Shanghai, ora il Guardian dà notizia di pattuglie e agenti in borghese alle fermate della metropolitana di Pechino e altrove nel Paese, col profilo basso di chi vuole prevenire – e casomai isolare e blindare i ‘facinorosi’ – più che menar le mani.

Al centro del dissenso è la politica delle chiusure a tappeto che l’esecutivo comunista ha imposto un po’ ovunque, con un terzo della popolazione sbarrato in casa, spesso in condizioni di grande disagio, mentre i contagi toccano comunque picchi senza precedenti. La strategia ‘zero Covid’ rifiuta di mettere a rischio vite pur di accettare una convivenza col virus, però ora l’imporsi delle nuove varianti – meno pericolose, ma più contagiose – rischia di vanificare l’efficacia di misure che stanno mettendo a dura prova la cittadinanza. C’è da chiedersi se gli eventi di questi giorni spingeranno il presidente Xi Jinping a cambiare registro, ma anche se dietro non vi siano ulteriori moventi che esulano dalla gestione della pandemia. Ne discutiamo con Gabriele Battaglia, corrispondente dalla Cina per la Rsi e autore per l’editore Prospero di ‘Massa per velocità. Reportage dalla Cina profonda’ (vedi ‘laRegione’ dello scorso 25 luglio).

Perché queste proteste, perché proprio ora?

I fatti di Urumqi hanno fatto da scintilla per un’esasperazione che andava montando già da mesi. L’idea che l’incendio abbia fatto vittime perché i soccorsi non sono arrivati a causa degli sbarramenti anti-Covid segue un’altra serie di notizie analoghe, come la morte di alcuni bambini che a causa del lockdown non sono stati curati in tempo per altre patologie. È come se con quanto accaduto a Urumqi – la cui reale dinamica è ancora da confermare, anche a causa della scarsa trasparenza delle autorità – si fosse oltrepassato un limite: finora i cittadini subivano la situazione e chi di dovere eseguiva gli ordini, con sempre più stanchezza, ma credendo alla propaganda che presentava certi sacrifici come necessari per salvare vite. La giustificazione ricorrente era che solo così si sarebbe evitato un disastro come quello visto negli Usa. Queste morti mettono in forte crisi tale tipo di argomenti.

C’è già chi fa paragoni con le proteste di piazza Tienanmen, nel 1989. Voli pindarici?

Occorre anzitutto considerare che alcune migliaia di persone a fronte di un miliardo e quattrocento milioni di cinesi non paiono ancora una massa critica enorme. C’è però da notare l’inedita trasversalità non solo geografica, ma soprattutto sociale di questa protesta: c’è l’operaio di Foxconn che scende in strada perché teme di essere affiancato a colleghi positivi e c’è l’abitante del compound borghese che al contrario contesta i trasferimenti forzati nei centri Covid, ci sono il contadino e lo studente. Tutti uniti da una protesta contro le politiche governative.

Possiamo aspettarci che ora il Partito comunista allenti le misure anti-Covid?

Difficile dirlo. Potrebbe, con una certa intelligenza tattica, allentare progressivamente le misure più impopolari, magari dando la colpa dei disagi ai funzionari locali e cercando di separare la protesta legata alla pandemia dalle frange di chi si oppone più radicalmente alla guida di Xi Jinping, in modo da isolare e reprimere quest’ultima ‘corrente’ della contestazione. In ogni caso va ricordato che il partito comunista non è sopra la gente, ma in mezzo a essa: tra chi manifesta ci sarà senz’altro anche qualche tesserato, ed è verosimile attendersi un certo senso della realtà. D’altronde qualche allentamento si era già tentato, anzi: probabilmente proprio il fatto che non gli si sia dato seguito a causa dell’aumento di contagi ha tradito le aspettative di molti, esacerbando il malcontento.

Anche con lockdown e misure così draconiane, la Cina registra da diversi giorni il record di contagi: siamo ormai sui 40mila al giorno. Inoltre il vaccino sviluppato ‘autarchicamente’ appare meno efficace di quelli occidentali. Da un punto di vista sanitario, qual è la situazione?

Al di là dell’efficacia del vaccino, le persone più vulnerabili – in particolare gli anziani – preferiscono non immunizzarsi, un po’ perché come altrove nel mondo alcuni hanno paura, un po’ perché in una situazione di isolamento immediato e rigido dei positivi non ne sentono l’urgenza. Nel frattempo, molti dei vaccinati hanno ricevuto l’ultima dose molto tempo fa e avranno quindi perso la protezione, mentre proprio i lockdown impediscono lo sviluppo di un’immunità naturale di fronte alle nuove varianti: solo pochi milioni di cinesi hanno ‘fatto’ il Covid. Il rischio, in caso di allentamenti repentini, è allora che proprio gli anziani siano falcidiati, con un sistema sanitario che si troverebbe in grande difficoltà.

Tornando alla protesta, c’è chi nota che un contributo potrebbero averlo dato anche i Mondiali: i cinesi vedono che in Qatar la gente si affolla festosa sugli spalti, mentre loro non possono neppure uscire di casa. Tanto che la tivù di Stato sta cercando di tagliare le immagini delle tribune.

Si tratta di un fenomeno molto interessante, che si intreccia col ruolo dei social. I quali non solo sono stati probabilmente essenziali per organizzare certe proteste pur spontanee – pensiamo all’esibizione coordinata dei fogli bianchi –, ma hanno permesso nelle ultime settimane la circolazione di una lettera aperta al governo articolata in dieci domande, ora censurata ma già molto condivisa. Queste domande sono rivolte proprio alla gestione della pandemia e comprendono, oltre alla richiesta di sapere cosa succede in Paesi vicini come India e Hong Kong, un quesito sul perché i Mondiali di calcio si stanno giocando tranquillamente. Il senso della questione è: solo noi siamo ancora alle prese con questa pandemia? E davvero è pensabile ‘azzerarla’ invece di iniziare a conviverci come capita altrove?

Oltre alla pandemia, è possibile leggere nelle proteste una più ampia reazione alla natura repressiva del regime cinese? Parlando dei famosi fogli bianchi, un manifestante pechinese ha spiegato all’agenzia Reuters che “rappresentano tutto ciò che vogliamo dire, ma non possiamo”.

Non saprei dire se e in che misura altre rivendicazioni, come quella contro una censura in effetti sempre più opprimente, si accompagnino a questa protesta. Nel caso delle proteste a Foxconn, è stata anche una questione di soldi: retribuzioni promesse e non pagate – stando all’azienda, a causa di un problema informatico – per chi era stato chiamato a sostituire i molti operai in fuga, spaventati a loro volta dai contagi. Le proteste hanno anche interessato un’ottantina di università, ed è probabile che proprio in ambito studentesco vi siano altri livelli di rivendicazione contro quella che negli ultimi anni è una vera e propria mortificazione del pensiero, un ritorno ad antiche forme di mandarinato. Va ricordato d’altronde che Tienanmen e altri episodi storici evidenziano come gli studenti siano spesso l’avanguardia della protesta, ma possano poi anche essere usati come strumento del governo. Per inciso: oggi, a differenza che nel 1989, Piazza Tienanmen è talmente blindata che ai manifestanti sarebbe impossibile anche solo arrivarci. Ancora una volta, resta comunque il fatto che queste proteste colpiscono soprattutto per la loro inedita trasversalità.

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