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26.09.22 - 18:52
Aggiornamento: 21:04

Meloni sulla testa di Letta e Salvini

Un riassunto di quel che è successo alle elezioni in Italia, ‘per chi l’ha visto e per chi non c’era’

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(Keystone)

"Düra minga. Non può durare". Sono in molti a minimizzare così – come Ernesto Calindri in un vecchio Carosello – lo schiacciante trionfo di Giorgia Meloni alle elezioni italiane. Dopotutto, i governi romani durano il tempo d’un respiro. Intanto, però, l’ascesa della ‘destra destra’ – coi Fratelli d’Italia al 26%, tanti voti quanti quelli dell’intero centrosinistra, e la coalizione sopra il 43% – garantisce ampi margini di manovra in vista del nuovo esecutivo. E si abbatte come una bastonata, sia pur prevista, sulle teste di molti.

A cominciare dal Partito democratico di Enrico Letta, che col suo 19% raccoglie più o meno lo stesso risultato, già funesto, del 2018. Ma una percentuale da sola non basta a dire l’entità del disastro: il centrosinistra cessa di essere la coalizione più votata perfino in regioni storicamente ‘rosse’ come l’Emilia-Romagna e la Toscana, nei collegi uninominali non ha toccato palla ed è l’unica alleanza progressista in Europa a restare sotto la soglia del 30%. Al segretario molti contestano una campagna tutta giocata sul ‘voto utile’ per arginare Meloni, senza proposte di sostanza, incapace di convincere chi la destra non l’avrebbe votata in ogni caso, ma è stufo di turarsi il naso e scegliere il meno peggio. Il chiodo più lungo nella bara, però, l’ha piantato il fallimento del "campo largo" con altre forze, da Azione/Italia Viva al Movimento 5 Stelle. Letta ha ammesso la sconfitta e ha già detto che non si ricandiderà per un secondo mandato da segretario: dopo di lui potrebbe essere il turno di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna che nel 2020 riuscì a sventare la conquista di Bologna da parte di Matteo Salvini. Ma circola anche il nome della ‘ticinese’ Elly Schlein, sua vice ora eletta alla Camera, e dell’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando.

Dolorosi doppiaggi

È proprio Salvini l’altro grande sconfitto di domenica. La sua Lega si è fermata sotto al 9%, a pochi decimali di distanza perfino dall’ormai mummificato Silvio Berlusconi, ed è stata doppiata da Fratelli d’Italia nelle sue roccaforti venete e lombarde. Questo significa che il Capitano molto probabilmente se la può scordare, quella poltrona da ministro degli Interni che in passato aveva fatto da piedistallo alla sua arrembante spregiudicatezza. Barcolla parecchio anche la sua egemonia sul partito, che però potrebbe faticare a trovare un sostituto vincente. Chi potrebbe essere? Il vicesegretario federale e ministro dello Sviluppo economico, il ‘moderato’ Giancarlo Giorgetti, non ha una personalità particolarmente carismatica. Il presidente del Veneto Luca Zaia ha saputo ottenere un consenso bulgaro nelle sue terre, ma negli assetti del partito finora si è sempre imposto il ‘cerchio meneghino’. Intanto, Salvini fa lo struzzo, rallegrandosi per la vittoria della destra ed esclamando: "Dimettermi? Mai avuta tanta voglia di lavorare".

Livorno, addio

Salvini piange, Meloni ride. Fratelli d’Italia, che nel 2018 aveva preso il 4% dei voti, ha beneficiato del suo ruolo di ‘sola’ opposizione a Mario Draghi, e ha vinto anche laddove la sfida aveva un altissimo valore simbolico. Come a Sesto San Giovanni, cuore della Milano operaia e vecchio fortino del Pci; o a Modena, in Romagna e a Livorno, in quelle che un tempo erano terre di falce, martello e case del popolo.

Conte esce dalle macerie

A mostrare una tenuta quasi soprannaturale non è stato solo Berlusconi. Ha del miracoloso il 15% del Movimento 5 Stelle, liberatosi dalle macerie del governo che esso stesso aveva fatto crollare. Si è trattato di un risultato ottenuto soprattutto al sud, dove temi come il reddito di cittadinanza fanno più breccia: in Campania i grillini si confermano primo partito. Poi d’accordo, arrivavano dal ben più gagliardo 32% di quattro anni fa, e l’abisso che negli ultimi mesi si è aperto col Pd rende improbabile un riavvicinamento tattico; ma la leadership dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in questo momento appare solida.

Esclusi e terzi incomodi

Poi ci sono tutti gli altri. Il cosiddetto ‘terzo polo’ di Carlo Calenda e Matteo Renzi ha mancato l’obiettivo del 10%, fermandosi poco sotto all’8 con voti ‘rubati’ soprattutto ai Dem: molti scommettono che i due prim’uomini si separeranno a breve, in cerca di chissà quale nuova avventura. Però almeno sono entrati in parlamento, loro. E pure l’alleanza tra Verdi e Sinistra. Mica come il povero Luigi Di Maio, che una volta uscito dal Movimento 5 Stelle ha dovuto tirar su una lista tutta sua e non è stato eletto: Impegno civico non ha superato neppure la soglia dell’1% necessaria per far contare le proprie schede a favore della coalizione. Salvo riconteggi resterà fuori per un soffio anche +Europa (i ‘post-radicali’ di Emma Bonino). Tra gli altri esclusi, insieme ai no euro di Italexit, anche i rossobruni di Italia sovrana e popolare e i loro contendenti a sinistra di Unione popolare, la formazione dell’ex magistrato e sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

Affluenza minima

Un discorso a parte lo merita l’affluenza, ferma al 64% degli aventi diritto: una percentuale che non si era mai vista nell’intera storia repubblicana (valore, per inciso, comunque più alto del 59% alle ultime elezioni cantonali e del 49% alle federali). C’è chi se la prende col maltempo – che domenica ha smentito il gaberiano "chissà perché non piove mai quando ci sono le elezioni" – e chi con limiti più strutturali, quali il disincanto e l’impossibilità di votare fuori sede e per posta. Secondo alcuni esperti, a scontare di più la scarsa partecipazione sarebbe stato soprattutto il Partito democratico. Interessante anche il dato sul voto all’estero, che in Svizzera – come nel resto d’Europa – ha visto in leggero vantaggio la coalizione di centrosinistra.

Andiamo a comandare

Mentre sui social ci si chiede sarcasticamente per chi tifi Meloni alla partita Italia-Ungheria e se i treni arriveranno finalmente in orario, ora per lei si tratterà di governare, sia pure senza quella maggioranza assoluta che le avrebbe permesso di far passare riforme costituzionali schivando il referendum. I giornali italiani cominciano già con la lotteria dei nomi, ma è davvero presto per capire chi potrà aspirare a un ministero ed essere tollerato anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’entrata in carica del nuovo governo è comunque prevista per l’inizio di novembre, dopo il passaggio al Colle e il voto delle camere.

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