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01.09.22 - 05:25
Aggiornamento: 15:52

La lezione di Gorbaciov, tra coraggio ed errori

Cercò di riformare – non senza contraddizioni – un Paese al collasso. La sua audacia servirebbe anche ai russi di oggi, di fronte ai loro tiranni

di Luca Lovisolo
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Keystone

È deceduto l’altroieri, 30 agosto, Michail Sergeevic Gorbaciov, ultimo capo di Stato dell’Unione Sovietica, protagonista del tentativo di riforma chiamato perestrojka. Fu insignito del Premio Nobel per la pace nel 1991. Si è detto tutta la vita convinto comunista. «Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza» disse Manzoni di Napoleone, astenendosi dal giudizio. I posteri di Gorbaciov siamo noi, qualcosa dobbiamo dire.

In Occidente, Gorbaciov è osannato da quasi tutti come colui che aprì l’Unione Sovietica alla modernità. Per i popoli dell’Est Europa è il liberatore dal sistema comunista che li condannò per decenni alla subalternità. L’immagine di Gorbaciov si oscura invece quando ne parlano i cittadini non russi dell’ex Unione Sovietica: per loro è l’ultimo rappresentante del potere imperiale di Mosca. Precipita tra i russi: i più giovani potrebbero dirvi che non sanno chi è; gli adulti e anziani ricordano che Gorbaciov aveva suscitato entusiasmo. Per la prima volta, un capo di Stato sovietico parlava a braccio, non leggeva discorsi soporiferi da interminabili pile di carte, scendeva in strada, stringeva le mani ai passanti. Poi, però, raccontano le tragedie economiche del suo governo e il senso di spoliazione seguito alla fine dell’Urss.

Tutti, a Est e a Ovest, dalle Alpi alle piramidi, attribuiscono a Gorbaciov la fine dell’Unione Sovietica.

Una scelta obbligata

Gorbaciov arriva a Mosca negli anni Settanta da Stavropol, dove aveva presieduto il Partito locale. Pochi lo conoscono. Gli uomini di sistema lo ricordano per averlo incontrato nella sua città, dove c’è un sanatorio che frequentano volentieri. Gorbaciov andava a trovarli, si faceva notare con la sua loquacità e il piglio deciso. Sale al potere nel 1985. I meccanismi del Partito comunista sovietico sono esausti: alla morte di Brezhnev, anziano e immobile, erano seguiti i brevi segretariati di Andropov e Chernenko.

Eleggere Gorbaciov è una scelta obbligata. Persino il vecchio Gromiko, inossidabile ministro degli Esteri che aveva aspirato alla poltrona più alta, capisce che serve un capo di nuova generazione. Fa un passo indietro e suggerisce anche lui di nominare l’astro cinquantenne che dirige già molte funzioni del partito. È laureato in legge, perciò diventa uno dei capi di Stato più colti di tutta la storia sovietica. Nonostante ciò, basta che apra bocca perché si capisca da dove arriva: l’accento della sua regione, influenzato dalla parlata ucraina, emerge impietoso anche nei discorsi ufficiali.

La prima prova, per il ‘giovane’ Gorbaciov, viene il 26 aprile 1986. Esplode il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. Gorbaciov racconta di essere stato informato la mattina presto, tirato giù dal letto da una telefonata. Deve affrontare il problema e comunicare al mondo la situazione in modo adeguato al nuovo corso che lui stesso ha inaugurato.

È molto avvincente sentire il racconto di quelle ore dalla sua voce. I ricordi di altri protagonisti non corrispondono sempre ai suoi, però. Passano giorni, prima che Gorbaciov si presenti in televisione per annunciare la tragedia. È più aperto di quanto lo sarebbero stati i suoi predecessori, forse, ma impone che a Kiev si svolga comunque la parata del primo maggio. La capitale ucraina dista da Chernobyl meno di 150 km, il livello di radiazioni non è compatibile con una manifestazione all’aperto. Il governo ucraino tenta invano di assumere un ruolo nella gestione della catastrofe. Dal Cremlino di Gorbaciov arrivano gli stessi silenzi che arrivavano già negli anni precedenti, quando Kiev ammoniva contro il cattivo stato delle centrali nucleari e la carenza di personale qualificato.

Senza sapone

Gorbaciov intraprende la riforma dell’economia. Dar vita a un’economia privata senza tradire quella socialista, rilanciare l’industria senza scontentare i settori del Partito che la controllano e senza escludere l’esercito, che ne è un cardine. È un pantano. Il rilancio delle cooperative, viste come strumento ideale tra economia privata e collettivizzata, causa corruzione e svendita del patrimonio produttivo. La riforma dell’industria comincia dalla coda: invece di spingere sulla produzione di beni di prima necessità per una popolazione delusa e affamata, Gorbaciov investe sull’industria pesante e dei macchinari. Il risultato sono negozi sempre più vuoti e una popolazione sempre più nera. Nella quasi totalità dell’Unione Sovietica, i cittadini non possono acquistare nemmeno il sapone senza presentare la tessera del razionamento.

Accortosi che le sue riforme incontrano la crescente opposizione del Partito, Gorbaciov tenta di aggirarlo con una modifica costituzionale. Istituisce l’Assemblea dei deputati del popolo. Non esistono i partiti politici, ma l’Assemblea è l’organo più simile a un parlamento che l’Unione Sovietica e la Russia imperiale abbiano mai conosciuto. Vi vengono eletti anche dissidenti, attivisti di varia provenienza, rappresentanti delle accademie. I partiti si formano spontaneamente al suo interno: lo storico sovietico Roj Medvedev, emigrato negli Usa e tornato in patria attratto dal nuovo corso, viene eletto. Nel suo saggio "Gli ultimi anni dell’Unione Sovietica" racconta il nascere nell’Assemblea delle tendenze conservatrici e progressiste, di quelle legate agli interessi locali e alle minoranze etniche.

Per far cessare l’eterna sovrapposizione tra cariche di Stato e di partito, Gorbaciov crea la figura del presidente dell’Unione Sovietica. L’Assemblea elegge lui. Sarà il primo e l’ultimo.

Cocci etnici

Proprio di fronte alla questione etnica, Gorbaciov registra un fallimento bruciante. Federalista solo sulla carta, il sistema sovietico non tollera le diversità etniche. Leonid Kravchuk, che nel 1991 diventerà primo presidente dell’Ucraina indipendente, nel 1975 aveva tenuto un discorso di saluto per il 50° di costituzione della Repubblica sovietica dell’Uzbekistan. Aveva detto: «Il popolo ucraino si congratula con il popolo uzbeko per il cinquantesimo della sua repubblica.» Era stato subito rimproverato dall’allora primo segretario del Partito comunista ucraino: «Compagno Kravchuk, Lei non sa che il popolo ucraino e quello uzbeko non esistono? Esiste un solo popolo sovietico. Lei una cosa simile non la dice più».

I conflitti etnici avevano condotto l’Impero russo alle soglie dello sfaldamento già alla fine della Prima guerra mondiale. Lenin, con astuzia, era riuscito a rincollarne i cocci sotto forma di Unione Sovietica federale, ma le autonomie locali erano minime. Su tutto aveva messo il coperchio dell’ideologia, fondata sul mito del popolo unito, mobilitato nella lotta per il comunismo. All’arrivo di Gorbaciov, negli anni Ottanta, la mobilitazione è finita: è rimasto un misto di noia, rabbia e delusione. Dai Baltici al Caucaso, i popoli non russi si ribellano all’egemonia di Mosca. Gorbaciov, cresciuto in una cultura che riconosce le questioni etniche solo come attentato alla sicurezza dello Stato, fa intervenire l’esercito. L’esito sono morti e feriti che marcano l’ultimo addio all’Unione Sovietica e all’Impero. La guerra in Ucraina, oggi, è l’onda lunga di quella prepotenza, che rimonta a Pietro il Grande.

La fine era già iniziata

È questo insieme di contraddizioni, che fa crollare l’Unione Sovietica, non le riforme di Gorbaciov. Uno Stato fondato sulla società chiusa e sull’economia socialista non può essere riformato verso l’economia di mercato e la società aperta. Gorbaciov ci prova, non ha alternative. Se avesse proposto lo scioglimento dell’Unione e la ricostruzione dei Paesi uscenti su principi liberali, lo avrebbero eliminato. Se non avesse tentato la riforma, l’Urss sarebbe crollata comunque, in modo forse ancor peggiore.

Nell’agosto del 1991 un colpo di Stato fallisce per un soffio. L’Unione Sovietica finisce di esistere materialmente quell’estate. Nell’animo dei cittadini, la sua fine era cominciata negli anni Settanta, quando avevano capito che il comunismo falliva, dinanzi al crescente divario di sviluppo rispetto all’Occidente capitalista. L’8 dicembre 1991 Ucraina, Russia e Bielorussia fondano la Comunità degli Stati indipendenti e dichiarano cessata l’Unione Sovietica. Da quel giorno Gorbaciov è un presidente senza Stato. Il suo progetto di riforma diventa carta straccia. Si dimette il 25 dicembre.

Eredità d’un funambolo

In questo quadro fallimentare, la forza di Michail Gorbaciov si capisce quando si ascoltano i suoi discorsi. Parla a braccio, dice tutto e niente perché deve tenersi in equilibrio come un funambolo tra conservatori e progressisti. Rimpiazza con il carisma la nebulosità dei contenuti. Con quel suo accento che sa di campagna, fieno e sudore di vecchie contadine spettinate, arringa assemblee di uomini di partito più vecchi di lui di venti, trent’anni. Lo guardano con gli occhi di sangue, perché sta smontando il sistema che ha permesso loro di campare di privilegi. Ci voleva del coraggio, a parlare così a quelle assemblee. L’opera di Michail Gorbaciov è un alternarsi di parziali successi e tragici errori. La lezione che lascia al mondo è il suo coraggio. Servirebbe anche ai russi di oggi, di fronte ai loro tiranni, ma sembra che l’abbiano dimenticata.

Luca Lovisolo è traduttore e ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. I suoi articoli, approfondimenti, saggi e serie video sono disponibili sul sito: www.lucalovisolo.ch.

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