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14.07.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:50

Patria, liti e tasche vuote: in viaggio nella Russia di Putin

Spostarsi non è semplice e ogni simbolo è un pretesto per guardarsi in cagnesco o fare a botte. I negozi sono senza merce, le tv piene di propaganda

di Giuseppe D’Amato
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Keystone
Un giovane di Mosca passa davanti alle magliette di Putin
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L’aereo da Tallinn per Milano è in forte ritardo. La folla stufa di aspettare si addensa vicino alla porta d’uscita, subito dopo l’ultimo check-in, come quasi volesse accelerare le procedure d’imbarco. Fa caldo. È ormai notte fonda. Un neonato piange disperatamente.

Nella ressa, noto, con sorpresa, un fiocco di San Giorgio (il nastro nero e arancione esibito dai separatisti filorussi in Ucraina) sbucare fuori dalla tasca di una ragazza bionda sui 25 anni. Dopo una ventina di minuti appaiono quattro poliziotti che circondano la giovane. "Quello è vietato. Ce lo consegna volontariamente o fa resistenza?", le dice in inglese un’ufficiale estone sotto lo sguardo sgomento di centinaia di persone.

La ragazza le porge il simbolo russo, vietato nei Paesi baltici ed equiparato a svastica e falce e martello. Poi, quasi per giustificarsi coi vicini, l’incauta soggiunge in italiano "dalla Russia non ci sono voli aerei".

Alta tensione

Soltanto dopo che i poliziotti sono andati via, un mezzo energumeno con indosso una camicia a fiori sbotta nella lingua di Pushkin: "Ecco la democrazia europea! Ci vorrebbero un paio di missili per farglielo capire!". L’atmosfera si fa subito pesante. Un gigante con la moglie al fianco e un trolley in mano inizia a lanciare occhiate truci al tipo da spiaggia il cui tanfo di alcool incendia la tensione. Qualcuno si sposta per precauzione: può volare di tutto. Il mezzo energumeno inizia a provocare con frasi sconclusionate; il gigante gli sta per piantare il trolley tra i denti. Passano un paio di minuti interminabili.

All’improvviso: "Signore e Signori passeggeri, adesso potete imbarcarvi". L’annuncio di una hostess dell’aeroporto di Tallinn distrae i contendenti. La moglie porta immediatamente via il gigante, mentre il fenomeno da baraccone è preso sotto braccio da un compare.


Serrande abbassate anche a San Pietroburgo (Keystone)

Il viaggio di andata in Russia, una settimana prima, era stato più tranquillo anche se, come sempre, stancante. Sull’autobus per San Pietroburgo vi era solo una donna ucraina, controllata per 40 minuti alla frontiera federale. Se gli ucraini a bordo del mezzo sono in tanti si può rischiare di passare giornate intere ad aspettare il via libera dei doganieri.

La tradizionale camminata per il Nevskij prospekt, la via principale della capitale baltica, e per la piazza del Palazzo (quella dell’Ermitage) in attesa del treno per Mosca indicava che vi era qualcosa di strano nell’aria. E infatti: non c’era manco l’ombra di un turista. Nemmeno per le tradizionali "notti bianche". I cartelli onnipresenti nella metro con le "Z" coi colori nero-arancio di San Giorgio e la scritta "Non abbandoniamo i nostri!" colpivano ancor di più dopo aver osservato ovunque in Estonia le bandiere gialloblù ucraine.

Borsch e patriottismo

"Tante storie per aver eliminato qualche bandito" dice il pensionato moscovita Anton mentre si gusta un piatto di borsch. "Noi facciamo del bene e guarda che reazione l’Occidente, che ci vuole distruggere", prosegue sua moglie Marija, una fan di Vladimir Solovyov, il "maggiore propagandista" russo, oggi sotto sanzione internazionale.

Quando ho necessità di misurare il livello di ubriacatura patriottica-popolare, da anni visito gli Ivanovy – brava gente, ma facilmente influenzabile per il loro livello culturale medio, perennemente col televisore acceso in casa. Il pranzo si trasforma ben presto in un interrogatorio. "Giuseppe, sei contro di noi?", chiedono. Il loro modo di ragionare è elementare (bianco/nero; giusto/sbagliato; buono/cattivo) e ha concezioni generiche ("i serbi sono nostri amici"). Nella scala dei valori per loro la "Patria" viene prima di tutto.


Un enorme nastro di San Giorgio per le strade della Crimea (Keystone)

Chi ha vissuto in epoca sovietica sembra quasi celi dentro di sé un trauma e abbia subìto un torto per la scomparsa dell’Urss, la superpotenza invincibile. Ecco perché queste persone tifano oggi per la rivincita. "Nelle famiglie – rivela l’intellettuale liberale Olga, orfana della radio Eco di Mosca, spenta all’inizio della ‘Operazione speciale’ –, i vari componenti litigano tra loro per quanto avviene. Tantissimi conoscenti vivono situazioni conflittuali".

Come in epoca sovietica la gente discute "in cucina" e con il televisore ben acceso per non farsi sentire dai vicini. La differenza è che oggi anche amici di vecchia data si dividono. "Ho cancellato il numero di telefono di Anton – racconta Oleg –. Ogni giorno mi chiamava e diceva str…".

Il popolino si informa dalla tv, infestata da talk show, che sembrano più di indottrinamento politico con il moderatore nelle vesti di ultras. I più giovani, invece, usano i programmi informatici Vpn per Internet e aggirano i divieti, leggendo le notizie in russo sui siti dei media internazionali o su Telegram.

Accendo il televisore. Il canale EuroNews è stato sostituito da uno di Solovyov, che pare non dorma mai; tutto quello che era straniero non si vede più. D’estate il canale sportivo non fa altro che trasmettere combattimenti di qualsiasi tipo di arte marziale con pestaggi selvaggi in serie. Qualsiasi telegiornale ripropone la narrativa ufficiale.


Stalin, Putin e Harry Potter (Keystone)

Bisogno di vittorie

"Abbiamo bisogno di nuove vittorie", mi disse una volta lo scrittore scomparso Eduard Limonov, punto di riferimento dei nazional-bolscevichi, alla fine di un comizio. La sensazione è che in tanti abbiano sottovalutato certi passi: alla vigilia dello scoppio della tragedia ucraina gli esperti militari russi prevedevano una marcia trionfale.

La gente, dopo l’euforia delle prime settimane, inizia ad aver paura. "Per ora la compagnia paga. La mia posizione è al momento sicura", sostiene Ksenija. "Non posso permettermi di non prendere qualche lavoro. Chissà cosa succederà più avanti", rimarca l’imprenditore Ivan.

Il mattino mi sveglio e le notizie economiche si sono trasformate in qualcosa di simile a un bollettino di guerra. La lista delle società straniere, che, dopo 3 mesi di congelamento delle loro attività, hanno deciso di farla finita con la Russia: è impressionante. Soltanto la svedese Ikea ha chiuso 4 fabbriche e 15 megacentri commerciali: 15mila lavoratori sono stati licenziati anche perché non si intravedono possibili compratori russi di questo business. E meno male che le sanzioni occidentali non funzionavano.

Interi distretti industriali sono fermi. L’economia federale è una catena di montaggio i cui ingranaggi sono all’80% occidentali. La Russia è isolata logisticamente. Non c’è compagnia di shipping mondiale che venga qui. Il trasporto marittimo è fermo, mentre quello ferroviario funziona solo a est. Su ruota, a ovest, si passa solo dal Baltico, ma cambiando la motrice dei tir alla frontiera. Tale giochetto, però, non è più possibile dal 10 luglio.


L’ingresso di un negozio Ikea ormai semivuoto (Keystone)

Finora si è andati avanti grazie alle enormi scorte, che si stanno esaurendo: i pezzi di ricambio auto e il materiale da costruzione sono già un problema. Alcune società straniere che intendono proseguire a lavorare qui stanno cercando sostituti locali a ciò che serve per la propria attività, ma non si trova nulla di comparabile né in Russia né nella vicina Turchia.

E la Cina per ora rimane in disparte: per il nuovo mandato presidenziale a Xi, in novembre, Pechino si tiene accuratamente lontano dallo scontro Russia-Occidente. Del resto l’interscambio con Mosca vale 145 miliardi di dollari; quello con Ue e Usa esattamente 10 volte di più. Nell’ex "Impero celeste" nessuno intende mettere a rischio una torta del genere.

La megalopoli e la lavatrice

"Senti, anche se la mia funziona ancora bene, pensi che dovrei comprarmi una nuova lavatrice?", domanda un’amica. Fare incetta di merce, come in epoca sovietica, è tornato di moda. Entriamo in un supermercato della Dns. Se a inizio anno non si riusciva a camminare tra le corsie per gli elettrodomestici di ogni tipo ammassati ovunque, per i computer e per i gadget, adesso tre quarti del locale sono chiusi al pubblico. Restano in vista solo qualche smartphone cinese e poco altro.

"Ma è tutto come prima", commenta l’adolescente Anna dopo una visita al Vkusno i Tochka, la variante russa dei McDonald’s. Guardiamo il menù: è tutto molto più rozzo – dalle denominazioni dei panini al cibo proposto. Gli inservienti si affannano a spiegare ai clienti le corrispondenze tra passato e presente. Ai Kfc, specializzati in pollo, l’unica diversità è che le dolciastre bibite nazionali hanno preso il posto di quelle internazionali. Le ultime Coca-Cola le si comprano nei supermercati.


Al lavoro nella nuova catena russa che ha preso il posto di McDonald’s (Keystone)

La megalopoli da 15 milioni di abitanti, fino a febbraio comparabile con New York, pare essersi svuotata. Gran parte degli occidentali ha fatto le valigie; rimangono i migranti asiatici ex sovietici che fanno andare avanti la città, accontentandosi di stipendi da fame. Non si vedono più neanche i tanti russi delle immense province venuti a sbarcare il lunario.

La Myasnitskaya, la strada della movida, ha ogni 4 locali uno chiuso in "remont", ristrutturazione. Si ha la sensazione che le compagnie che hanno monopolizzato con le loro reti di bar e ristoranti la vita cittadina per un paio di decenni abbiano ora mollato.

Non resta che l’autostop

Le previsioni macroeconomiche per il 2022 sono pessime: -10% di Pil e inflazione al 20%. I prezzi degli alimentari sono spaventosi. Con metà delle riserve congelate all’estero dall’Occidente e le altre troppo immobilizzate a casa il Cremlino è sopravvissuto solo grazie alla novantina di miliardi di dollari incassati in primavera dalla vendita di gas e petrolio. In banca l’euro vale 60 rubli; ai cambio-moneta 66. Ma se lo vuoi acquistare ne servono 73. "Il rublo è fuori mercato", ripete un economista sul canale Rbk. Le carte di credito occidentali non funzionano più; si gira di nuovo con le mazzette di banconote.

Riparto in treno da Mosca di notte. I pochi bus tra San Pietroburgo e Tallinn sono pieni all’inverosimile. Tocca fare l’autostop, come quando si era ragazzi. Alla fermata dei bus locali mi carica un taxista "intercittadino" che per 40 franchi mi porta a Ivangorod. Passo a piedi il ponte sul confine. Le fatiche vengono appagate dal sorriso di una bella doganiera russa: "Arrivederci, signore – mi dice –. Torni presto".

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