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12.07.22 - 05:30
Aggiornamento: 17:56

La verità, vi prego, su Srebrenica

I leader serbi snobbano la cerimonia per le vittime del genocidio e chiedono pari dignità ai loro morti in guerra, dimenticando le responsabilità

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Keystone
Una mano accarezza una tomba nel cimitero di Potocari
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La verità, dopo una guerra, spesso non è altro che la versione dei vincitori. Ma quando non vince nessuno, come nelle guerre fratricide degli anni Novanta nei Balcani, ognuno si sente in diritto di plasmarne una sua, che gli stia cucita abbastanza bene addosso da non vergognarsene troppo, fino a tramandarla ai propri figli, che aggiungeranno altre bugie a quella verità.

In ‘Se questo è un uomo’ Primo Levi scriveva che "accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso". Levi – a cui toccò in sorte il ruolo ingrato della vittima – parlava del genocidio più famoso della storia, quello degli ebrei ad opera dei nazisti. Quel dolore sembra così specifico e circoscritto, eppure è il dolore di ogni sopraffazione, di ogni massacro che perde ogni misura, nei numeri e nell’efferatezza, fino a prendere un altro nome: genocidio.

I genocidi sono storie collettive di singoli popoli. Situazioni specifiche, peculiari. Eppure ascolti le voci di chi li racconta e sono tutte uguali, perché raschiano – tutte, in egual misura – il fondo di un’umanità disumana. L’ultimo inganno su Srebrenica è del sindaco della città, Mladen Gurjicic, di etnia serba, che ha ribaltato la realtà – a 24 ore del ventisettesimo anniversario di un genocidio con più di 8mila vittime – accusando i politici locali bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) di non voler partecipare alla commemorazione delle vittime della guerra: una commemorazione in cui, secondo Gurjicic, andavano onorate e piante tutte, indistintamente.


Le lacrime davanti al memoriale (Keystone)

Un fatto di decenza

Certo, ci furono molte vittime di etnia serba in quella folle guerra tra ex vicini di casa telecomandata da Belgrado. Ma pretendere di equiparare quelle morti è uno sfregio alla verità e alla decenza in un fatto storico che alla decenza non potrà aspirare mai. Nemmeno dopo la raffica di condanne a chi quel massacro l’ha voluto (Ratko Mladic e Radovan Karadzic in testa, capo militare e leader politico dei serbi di Bosnia), nemmeno dopo le scuse delle truppe olandesi dell’Onu, quelle che erano lì per difendere i massacrati e non mossero un dito. Nel giorno in cui l’inevitabile stava per accadere, i cittadini di Srebrenica si riversarono nella sede dei caschi blu chiedendo protezione: si accalcavano, spingevano. Topi in trappola. Prelevarli per le truppe serbe fu semplice: la selezione era fatta con criteri semplici, di chi non ha tempo da perdere. Chi ha più di 12 anni viene prelevato e poi ucciso. Le donne vengono violentate. I bambini costretti a vedere quel che non potrebbe sostenere un adulto.

Srebrenica, a due passi dalla Serbia, ancora oggi dentro la parte serba della Federazione bosniaca è un posto grigio e freddo, che ti fa presagire la morte. Come ebbe a dire una delle madri di Srebrenica lasciate senza prole, che perse tutto, e quindi se stessa, "la vita è nera come la terra che copre mio figlio".


In preghiera davanti alle tombe (Keystone)

Tutto pianificato

Quel giorno era l’11 luglio del 1995. Ma il genocidio non era arrivato per caso, era stato pianificato, così come a suo tempo per gli ebrei, gli armeni, i cambogiani, i tutsi del Ruanda. Qualche giorno prima Ratko Mladic aveva convocato in un albergo due ufficiali dell’Onu. Per intimidirli fece sgozzare un maiale nel cortile appena fuori la sala. Poi sbatté sul tavolo l’insegna spezzata del Comune di Srebrenica: "D’ora in poi si fa come dico io". E così si fece. Quello fu il giorno in cui perse l’Onu, che inizialmente annacquò le responsabilità dei caschi blu olandesi e la verità per provare a salvare la faccia. Per fortuna non ci riuscì. I musulmani di Srebrenica avevano già perso, i serbi lo faranno di lì a poco.

"Fin dalle prime deportazioni di gente strappata dai loro villaggi, il destino delle donne fu in un certo senso diverso da quello degli uomini. Questi ultimi furono brutalmente uccisi, le donne brutalmente sottomesse o accompagnate verso il nulla. Furono loro a resistere e a conservare il senso di un’identità che altrimenti si sarebbe smarrita". No, non è la Bosnia, ma era un genocidio, quello degli armeni, nelle parole di Antonia Arslan.


Le magliette per ricordare gli 8’372 morti ufficiali del genocidio (Keystone)

"Se guardi le migliaia di tombe sulle colline, e le fosse comuni, hai l’impressione di essere capitato in un cimitero sterminato, dove per i becchini, senz’altro un po’ pigri, viste tutte quelle ossa ancora in mostra, c’è un lavoro di anni. Per i giudici e gli storici c’è invece un lavoro di decenni. Forse più". Sembra una fotografia della Bosnia di allora, una qualunque collina di Sarajevo oggi, un Paese che dall’alto sembra fatto di fiumi, boschi e cimiteri. Eppure il reporter Bernardo Valli stava parlando del genocidio del Ruanda.

Ci salveranno pezzi di memoria condivisa. E la memoria è stata onorata ieri, al cimitero-memoriale di Potocari, alle porte di Srebrenica, dopo le polemiche della vigilia e le prevedibili assenze dei rappresentanti serbi di Belgrado e dei serbo-bosniaci della Republika Srpska che continuano a sostenere che a Srebrenica in quell’estate del 1995 furono commessi orrendi crimini e atrocità che non si possono tuttavia definire genocidio, come stabilito invece dalla giustizia internazionale. Insistono a rimettere al centro le vittime serbe di quel conflitto. E per questo, ieri, alla vigilia delle commemorazioni, i serbi hanno esposto su pannelli di legno, lungo la strada che porta a Potocari, centinaia di foto di serbi uccisi nell’est della Bosnia.


Il memoriale visto dall’alto (Keystone)

Negare, negare, negare

Sono stati in tanti nel corso delle commemorazioni a denunciare il cocciuto negazionismo da parte dei serbi, parte dei quali considerano autentici eroi Mladic e Karadzic, condannati entrambi all’ergastolo dal Tribunale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità, in particolare proprio per il genocidio di Srebrenica. Pretendere uguale rispetto per i morti senza pesare le responsabilità di chi li ha uccisi è malafede. D’altronde, come diceva Jean-Luc Godard, "dimenticare lo sterminio, fa parte dello sterminio".

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