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Keystone
Regno Unito
07.07.22 - 15:22
Ats, a cura di Red.Web

La caduta di Boris, dalla Brexit agli scandali

L’uomo della Brexit nonché il leader Tory più originale e incline alle gaffe della storia britannica moderna è caduto di fronte agli scandali interni

L’uomo della Brexit nonché il leader conservatore più originale, istrionico, scapigliato e incline alle gaffe della storia britannica moderna ha concluso la sua corsa cadendo di fronte all’ostacolo insormontabile degli scandali interni.

Boris Johnson a 58 anni si prepara a lasciare obtorto collo l’incarico di primo ministro del Regno Unito inseguito per una vita, sempre con l’illusione o la pretesa di essere una sorta di erede di Winston Churchill.

Una corsa che termina però ben prima di quella del suo idolo, dopo non più di tre anni al numero 10 di Downing Street trascorsi in gran parte sulle montagne russe: fra trionfi elettorali e qualche successo nazionale come la campagna di vaccinazione anti-Covid; non senza la passerella internazionale dell’impegno a sostegno dell’Ucraina invasa dalla Russia di Vladimir Putin; ma anche da passi falsi in serie, errori di valutazione e noncuranza.

Il tutto con la sicurezza di essere un gatto dalle nove vite, come si dice nei Paesi anglosassoni, e la convinzione da predestinato quasi per diritto di nascita. Ma in un quadro in cui la capacità retorica, le citazioni argute e un certo populismo non sono bastati in ultimo a salvarlo. Ispirato da un carattere derivato anche dal mix particolare del sangue che gli scorre nelle vene, Boris, o BoJo, è figlio di un ex deputato conservatore del Parlamento europeo (Stanley Johnson) e di una pittrice (la defunta Charlotte Offlow Fawcett).

Ha frequentato le scuole migliori del Regno, prima Eton, poi l’università di Oxford, dove ha coltivato la passione per la letteratura, la storia e le classicità. Nato a New York con il nome completo di Alexander Boris de Pfeffel Johnson ha antenati musulmani ed ebrei, oltre che cristiani.

Dopo gli studi, sceglie la carriera giornalistica: al Times e al Daily Telegraph s’impone, come corrispondente da Bruxelles, per la narrativa irridente sull’Ue e gli eurocrati. Intessuta però di esagerazioni, se non di fake news vere e proprie che gli saranno rinfacciate anche nella campagna referendaria pro Brexit del 2016.

Propensione che rappresenta il suo tallone d’Achille, confermato platealmente negli ultimi mesi: da "bugiardo patologico", come è stato bollato a più riprese dalle opposizioni (e non solo) che lo hanno accusato di aver mentito alla Camera dei Comuni sul Partygate e gli altri scandali; fino al fatale inciampo delle coperture accordate al viceministro Chris Pincher, "palpeggiatore" seriale di uomini.

La sua carriera giornalistica raggiunge l’apice con la nomina a direttore dello Spectator, settimanale conservatore per antonomasia. L’ingresso in politica arriva poi nel 2001, quando esordisce come tribuno reboante e conquista un seggio in Parlamento.

Nel 2004 per qualche mese è viceministro ombra della Cultura, ma perde l’incarico per aver mentito su una delle sue non poche relazioni extraconiugali. È del resto vittima ricorrente d’ingarbugliate vicende personali sui tabloid.

Johnson ha 7 figli (noti) e si è sposato tre volte. La moglie attuale, Carrie Sydmonds, gli è stata a fianco nei tre anni a Downing Street, durante i quali gli ha dato un maschio e una femmina, a cui giura di cambiare spesso i pannolini. E sulla first lady non sono mancati sospetti d’interferenza sullo staff e uno scontro coi consiglieri messi a suo tempo alla porta, come l’ex potentissimo guru della Brexit, Dominic Cummings: figura chiave nell’ascesa (e nella caduta) di Johnson.

La carriera politica di BoJo decolla con l’elezione a sindaco di Londra nel 2008. Resta in carica per due mandati fino al 2016. Nel frattempo prepara il ritorno ai Comuni, nel maggio del 2015. E da subito si pone come spina nel fianco dell’allora premier e vecchio amico David Cameron, fino a farsi paladino della campagna pro Leave in favore della Brexit.

La vittoria nel referendum non gli permette però di lanciare subito l’attesa sfida alla leadership Tory, che per il dopo Cameron va invece inizialmente a Theresa May. Riceve comunque l’incarico di ministro degli Esteri, che finisce per mollare nel luglio 2018 dopo una serie di baruffe con la premier.

La rivincita arriva nel 2019, con la designazione a valanga al posto di May e il trionfo storico nelle elezioni di dicembre contro il Labour a trazione rossa di Jeremy Corbyn. L’ampia maggioranza conquistata gli consente di affrontare il periodo di transizione della Brexit e le difficili trattative con l’Ue, introdurre controverse riforme dell’immigrazione in senso restrittivo, con la promessa di poter offrire un futuro di prosperità a un Paese finalmente "libero dai vincoli" di Bruxelles.

Ma intanto arrivano sfide storiche, come la pandemia da Covid (che lo colpisce in prima persona fino a un drammatico ricovero di 3 giorni in terapia intensiva, e quindi di nuovo con lo scandalo Partygate dei ritrovi organizzati in violazione del lockdown e la sanzione ricevuta dalla polizia, primo caso per un primo ministro in carica nel Regno di Elisabetta).

La successiva ripresa economica viene arrestata dalla crisi energetica e dalla guerra in Ucraina. Ma ad affondare Johnson è il moltiplicarsi di scandali tutti interni: in oltraggio a regole, comportamenti e standard di condotta considerati forse non così importanti da colui che da bambino voleva essere il "re del mondo".

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