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Vladimir Putin con il generale Aleksandr Dvornikov da metà aprile capo delle operazioni in Ucraina
Guerra in ucraina
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02.05.22 - 18:01
di Giusepppe D’Amato

Tra i ‘falchi’ e le ‘colombe’ dell’uomo solo al comando

Generali e alti ufficiali dell’esercito russo licenziati in tronco o addirittura finiti in prigione a Lefortovo

Alla fine è sempre uno che decide. E questo uno è Vladimir Putin, che non aveva avvertito manco i suoi più stretti collaboratori dell’inizio ‘dell’Operazione speciale’ in Ucraina. O perlomeno quasi tutti, persino i frequentatori delle "stanze dei bottoni", erano convinti che non si sarebbe andati oltre a un’esibizione di muscoli, tanto che la Banca centrale russa, ad esempio, non aveva messo in sicurezza le sue riserve, gran parte delle quali sono state congelate dall’Occidente – a quanto pare più di 300 miliardi, che sono ora pronte per essere usate per la ricostruzione dell’Ucraina del dopoguerra, con tanti ringraziamenti del presidente Zelensky e della comunità internazionale.

"Ma il Cremlino ha un piano"? È la domanda che si pongono adesso gli osservatori, mentre la tensione si taglia col coltello negli ambienti che contano. Sono saltate le prime teste: di alcuni generali degli alti comandi, licenziati in tronco. O peggio è andata a qualcuno che è finito in galera a Lefortovo, come il generale Serghej Beseda, capo del Quinto dipartimento dell’Fsb, unità con compiti informativi, voluta da Putin in persona, fiore all’occhiello dei Servizi segreti russi.

Il problema attuale, a parte la confusione, è che entro il 9 maggio, "giornata sacra" in cui si celebra la vittoria contro il nazi-fascismo, il Cremlino necessita di mostrare al Paese che in Ucraina si è avuta la meglio. L’obiettivo dichiarato il 24 febbraio era quello di mettere in sicurezza la popolazione del Donbass, anche se invero si è tentato di eliminare Zelensky con la marcia fallita su Kiev.

Sarmat, l’arma intercontinentale a testate nucleari multiple

Contemporaneamente alla questione del 9 maggio è iniziato con gli occidentali il solito giochetto, sempre di moda nei periodi di turbolenze, dei "falchi" e delle "colombe" all’interno delle "stanze dei bottoni" del potere federale, tra fughe in avanti di esperti e voci inverificabili di corridoio, come se le ostilità dovessero finire in quella data. Con la solita abilità di farsi sfuggire notizie un generale del Distretto centrale (che non è nemmeno impegnato in Ucraina) ha comunque rilanciato affermando che i russi vorrebbero estendere il "corridoio sud" fino alla Transnistria, allargando il conflitto alla Moldavia. Quest’ultima idea è nota agli addetti ai lavori fin dal 2014, quindi nulla di nuovo. E non contenta Mosca ha portato a termine l’esperimento col "Sarmat", arma intercontinentale a testate nucleari multiple, seguendo la tradizione dei lanci intimidatori usata contro l’Occidente nei momenti in cui il Cremlino è in difficoltà.

Tornando ai "falchi" e alle "colombe", il vero direttorio che dirige la Russia è il Consiglio di sicurezza, dove, a parte il ministro della Difesa Shojgu e l’ex presidente Medvedev, sono soltanto i cosiddetti "siloviki" – tutti pietroburghesi, amici di lunga data di Putin con uguale passato nei servizi di intelligence – ad avere influenza sul capo del Cremlino. Prendendo come metro di giudizio le ultime dichiarazioni pubbliche e il carattere fin qui mostrato, si possono inserire tra i "falchi" i "duri" Nikolaj Patrushev, Aleksandr Bortnikov e Serghej Ivanov, tutti e tre già direttori dell’Fsb, l’ex Kgb. Sulla stessa linea vi è anche Dmitrij Medvedev che sta tentando di recuperare visibilità mediatica, appoggiando in toto "l’Operazione", nonostante durante la sua presidenza (usata per aggirare il vincolo costituzionale dei due mandati di Putin: 2000-2008) avesse espresso posizioni liberali e pro-occidentali.

Chi, invece, è indicato come una "colomba" è Serghej Naryshkin, capo dell’Svr, la potentissima intelligence all’estero, "uomo" di estrema fiducia di Putin, installato al Cremlino a controllare Medvedev negli anni della presidenza dell’allora "delfino" (2008-2012). Proprio Naryshkin, che all’Svr ha preso il posto addirittura dell’ex premier Fradkov, ha espresso pubblicamente i dubbi più forti tra le élite sugli eventi ucraini.

Dvornikov e Gerasimov, i due generali strateghi delle operazioni in Ucraina

L’indeciso è il ministro della Difesa Serghej Shojgu, un "genio" dell’organizzazione, il classico brav’uomo, che all’apparenza deve essere anche discreto e particolarmente disponibile ad ascoltare un suo superiore. Sebbene sia dopo Putin la seconda persona più popolare di Russia, la mancata vittoria in tre giorni gli sta nuocendo.

Su di lui, che è un civile e un ingegnere di studi, il punto di vista di maggiore effetto sarà quello del generale 66enne Valerij Gerasimov, il capo di Stato maggiore (anch’egli nel Consiglio di Sicurezza e detentore dei codici nucleari insieme a Putin e a Shojgu), e del generale Aleksandr Dvornikov, da metà aprile circa, comandante delle operazioni in Ucraina.

Gerasimov è indicato dagli occidentali come la "mente" - nella primavera del 2014 - delle operazioni in Crimea, un vero capolavoro di arte militare. Il generale a quattro stelle viene considerato l’ideologo della "Dottrina" della "guerra ibrida". In pratica, guerra totale in cui politica e operazioni militari sono all’interno della stessa azione. Guerriglia, hacker, media, fake news, uso dei social media, mezzi militari convenzionali sono un tutt’uno.

Il 60enne Dvornikov, dal 2016 "Eroe della Federazione russa", ha invece il merito di aver liberato Palmira dallo Stato islamico e sotto il suo comando sono stati lanciati missili da crociera dal mar Caspio su obiettivi in Siria.

Una posizione a parte è quella di Ramzan Kadyrov, un altro "falco". È lui ‘l’uomo forte’ del Cremlino in Caucaso. Secondo quanto riportano le cronache, quando Kadyrov ha saputo che l’obiettivo vero della "operazione militare" era Kiev, ha espresso grande soddisfazione. "È necessario – ha poi dichiarato Kadyrov, irritato per l’eccessiva lentezza dell’operazione, – passare a misure su larga scala per distruggere i nazisti e per liberare le città".

In Ucraina, però, le cose non stanno andando troppo bene per i "kadyrovtsy". Sabato 26 febbraio i ceceni sono caduti in un’imboscata a Hostomel e – sostiene Kiev – 56 loro carri armati sono stati distrutti. Nello scontro sarebbe stato ucciso il generale ceceno Magomed Tushaev, capo del 141esimo reggimento motorizzato della Guardia nazionale cecena, e "braccio destro" di Kadyrov. In aprile i suoi uomini sono stati impegnati a Mariupol in scontri casa per casa.

In questa situazione, in cui la Russia – stando all’idea di Putin – si gioca il futuro di potenza mondiale nel XXI secolo, gli oligarchi e i grandi dirigenti delle aziende di Stato sono fuori gioco. L’ultimo magnate che ha provato a mettere il becco in politica è Michail Khodorkovskij, nel 2003 "uomo più ricco" di Russia, finito per 10 anni a cucire guanti in prigioni del nord, oggi in esilio in Gran Bretagna.

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