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Keystone
Vladimir Putin
02.05.22 - 09:20
Aggiornamento: 16:15
di Luca Lovisolo

Le mire di Putin sono di chiaro stampo neocoloniale

Dopo la sconfitta a Kiev, la seconda fase della guerra ha l’obiettivo di riportare nell’orbita russa tutto il Sud-est dell’Ucraina, Mar Nero compreso

Il 22 aprile scorso le agenzie di stampa russe Interfax e Tass hanno diffuso una nota che rende espliciti gli obiettivi della guerra in Ucraina: una "seconda fase" del conflitto, iniziata con il ritiro dell’esercito russo dai dintorni di Kiev. Sono espressioni riprese da una relazione pronunciata a Ekaterinburg dal vicecomandante della Regione militare centrale, Rustam Minnekaev. La dichiarazione di Ekaterinburg non è stata smentita, né dal Cremlino né dal Ministero della difesa russo.

Eccone i punti salienti: "Dall’inizio della seconda fase dell’operazione speciale, che ha preso il via letteralmente due giorni fa, uno dei compiti dell’esercito russo è stabilire il pieno controllo sul Donbass e sull’Ucraina meridionale. Ciò permetterà di realizzare un corridoio di terra verso la Crimea e di intervenire su infrastrutture economiche vitali per l’Ucraina. […] Il controllo sull’Ucraina meridionale è un ulteriore sbocco verso la Transnistria; anche là si registrano casi di oppressione della popolazione di lingua russa".

La situazione attuale

La Russia si è ritirata dal nord dell’Ucraina. Mosca ha presentato il ritiro come atto di buona volontà, per favorire il successo dei negoziati di pace. Sul terreno, in realtà, nella periferia di Kiev l’esercito russo ha incassato una pesante sconfitta, militare e d’immagine. I suoi convogli non sono riusciti ad avanzare fino alla capitale. Nella loro fuga precipitosa dall’imminente contrattacco, i militari russi hanno lasciato sul terreno i pietosi resti dei massacri di Bucha, Borodjanka e delle altre località devastate con gratuita crudeltà.

Nei giorni successivi, le truppe russe si sono ridispiegate a est dell’Ucraina. Rinforzate dai nuovi arrivi in zona operazioni, hanno intensificato i combattimenti nell’oriente ucraino. Da febbraio a oggi, però, proprio nel Donbass le truppe russe hanno compiuto avanzamenti assai modesti, nonostante i massicci interventi dell’artiglieria. Una delle cause è che l’esercito ucraino, in quella regione, non è colto di sorpresa. Presidia da otto anni la linea di contatto con i territori delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk. Ricordiamo che la Russia sostiene queste Repubbliche autoproclamante sin dal 2014.

La seconda fase

La dichiarazione di Ekaterinburg non dice nulla di nuovo, per chi conosce la base filosofico-politica delle azioni russe. È utile perché comunica gli obiettivi parziali della guerra anche all’opinione pubblica occidentale. Prefigura il controllo russo non solo sul Donbass, ma anche sull’Ucraina meridionale e sulla Transnistria.

Sulla carta geografica, l’obiettivo della guerra d’Ucraina ‘seconda fase’ assomiglia sempre più alla ricostituzione dell’antica Novorossija, o ‘Nuova Russia’. Questo nome indicava un governatorato dell’Impero zarista, costituto nella seconda metà del Settecento. Comprendeva la costa dell’Ucraina, da Donetsk verso sud-ovest. Alla Novorossija si aggiunse la Crimea e infine la Transnistria, al confine con l’odierna Moldova. La Russia perse la Novorossija nelle sconfitte della Prima guerra mondiale, prima di ripiegarsi su se stessa per la Rivoluzione d’ottobre. Nel 1918, con il trattato di Brest-Litovsk, il territorio della Novorossija venne aggregato all’Ucraina.

Il ritorno del progetto Novorossija

Il progetto di ricostituire la Novorossija era già emerso all’inizio dell’aggressione contro l’Ucraina, nel 2014. Sui media russi, in quei mesi, circolavano martellanti filmati che rievocavano la grandezza della Nuova Russia. I dibattiti politici facevano riferimento alla necessità di riportare il controllo russo sul Mar nero, proprio attraverso la ricostituzione dell’antico governatorato di Novorossija.

Nel maggio del 2014 fu già proposta una federazione chiamata Novorossija, formata dai due territori separatisti del Donbass, ma ebbe vita breve. Gli ucraini respinsero i separatisti filorussi a est, nel ridotto delle piccole repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk. Quando i russi, oggi, indicano, come obiettivo della ‘seconda fase’ della guerra d’Ucraina, il controllo sul sud del Paese, dichiarano di riprendere il programma di ricostituzione della ‘Nuova Russia’, fermo da otto anni.

Attraverso il dominio sul Mar Nero, però, la Russia vuole impedire all’Ucraina l’accesso al mare, in particolare ai porti di Odessa e Mariupol, sue principali fonti di sviluppo economico; sarà questione di tempo, pensano i russi, e l’Ucraina cadrà comunque nelle braccia di Mosca.

Per questi motivi, il mutamento di programma annunciato il 22 aprile con la dichiarazione di Ekaterinburg è solo apparente. La base della guerra mossa dalla Russia resta la pretesa di possesso sui territori che furono dell’Unione sovietica e, ancora prima, dell’Impero russo.

Le ragioni storiche di Putin sono pretestuose

Ogni passo della guerra d’Ucraina è motivato da Putin secondo presunti diritti acquisti per ragioni storiche. Sono ragioni facili da smentire: sino all’arrivo dei russi, le terre della Novorossija appartennero agli Ottomani. In Crimea vivono ancora oggi popolazioni musulmane che parlano lingue di ceppo turco, eredi di quel passato. Seguendo la perversa logica storica di Vladimir Putin, anche la Turchia, Stato successore dell’Impero ottomano, avrebbe titolo di appropriarsi della Crimea e della costa dell’Ucraina.

Prima ancora, su una parte della Crimea governò la Repubblica di Genova, che insediò laggiù una colonia per i suoi commerci verso oriente. Tornando ancor più indietro nella Storia, quei luoghi furono possedimento dei Greci. L’Italia o la Grecia dovrebbero oggi riconquistare la Crimea e le coste del Mar Nero, vantando un diritto storico di possesso su quelle località?

Il referendum popolare di Cherson

Nella stessa direzione – la ricostruzione della Novorossija – si muove lo svolgimento di un referendum nella città ucraina di Cherson. La consultazione è stata annunciata dai russi per la costituzione di una ‘Repubblica popolare di Cherson’ autoproclamata, sul modello di quelle di Donetsk e Lugansk. Cherson si trova in una posizione geografica strategica, perché permette di unire la penisola della Crimea alla Russia. È il ‘corridoio di terra’ di cui parla la dichiarazione di Ekaterinburg.

I referendum tenuti nei territori occupati non possono però ambire ad alcuna legittimità. Sono consultazioni organizzate da una potenza occupante, che controlla tutte le fasi del loro svolgimento. I referendum servono però al Cremlino per vantare, di fronte al mondo, di aver avuto il consenso popolare alla sottrazione di quei territori all’Ucraina.

Le nostalgie sovietiche

Presso persone socialmente più deboli e anziane, l’avvicinamento alla Russia suscita un fascino perverso. Vi sono parti di società ucraina – e anche di altri Paesi ex sovietici – che non hanno saputo adattarsi all’economia di mercato e alla società aperta, dopo la caduta dell’Unione sovietica; vedono oggi, nell’arrivo dei russi, il miraggio del ritorno alla società monocolore ma rassicurante del comunismo.

La Russia non si fa scrupolo di alimentare queste nostalgie, per carpire il consenso di quelle fasce di cittadini. In queste settimane, nei territori ucraini occupati dalla Russia, compaiono le bandiere rosse con falce e martello e vengono ricostruiti i vecchi monumenti a Lenin. Sotto il profilo economico e sociale, la Russia neo-imperiale di Putin non ha nulla a che vedere con il comunismo. Il ritorno dei simboli sovietici fa leva sulle nostalgie dei più deboli e anziani, per sostenere le pretese territoriali del Cremlino.

La Transnistria, scusa neo-imperiale

Un cenno a parte merita la regione della Transnistria. Si tratta di una piccola striscia di terra facente parte della Repubblica di Moldova. La popolazione sovietica che colonizzò il territorio s’installò nella sua parte più orientale, la Transnistria appunto. Allo scioglimento dell’Unione sovietica, la popolazione di lingua russa della Transnistria entrò in conflitto con il resto della Moldova, di lingua romena; si costituì in quel frangente una repubblica autoproclamata di Transnistria.

È in questa la regione – sempre secondo i russi e stando alla dichiarazione di Ekaterinburg – che si registrerebbero "casi di oppressione della popolazione di lingua russa".

L’intento di Mosca di proteggere le popolazioni russofone è un evidente pretesto. In questi due mesi di guerra, la Russia ha portato le maggiori distruzioni proprio sulle città e regioni dove la lingua russa è più diffusa. Nel programma della Russia, l’utilità di un’invasione della Transnistria è un’altra: stringere ancor di più la morsa intorno all’Ucraina e muovere un altro passo verso la realizzazione del sogno neo-imperiale di Vladimir Putin.

La Russia è pronta ad aggedire altri Stati

Il fatto che la Russia indichi esplicitamente l’obiettivo della Transnistria significa che è pronta a coinvolgere nel conflitto un altro Stato, la Moldova. Poco importa, nei programmi del regime russo, quali frontiere si debbano forzare. Per Vladimir Putin, gli Stati ex-sovietici sono "territori della Russia storica fuori dalle frontiere della Federazione russa" – Il presidente ha usato queste parole durante la conferenza stampa di fine d’anno del 2021.

Questa espressione di Putin riassume con fulminea efficacia il principio che sovrintende alla sua politica di guerra. Una pretesa territoriale, fondata su un presunto diritto acquisito per ragioni storiche, prevale sul diritto internazionale e autorizza la Russia a violare le frontiere degli altri Stati.

L’ambizione è occupare il territorio che fu dell’Unione sovietica, come erede dell’Impero russo – perciò, potenzialmente, anche altri territori che furono imperiali ma non sovietici. Ciò preoccupa la Finlandia, che fu parte dell’Impero zarista, ma non entrò a far parte dell’Unione sovietica. Per questo motivo, insieme alla Svezia, la Finlandia punta a una rapida adesione difensiva alla Nato.

Obiettivi chiari e dichiarati

Nel dibattito pubblico, in Occidente, non manca chi continua a mostrare idee confuse, come se le intenzioni di Mosca fossero misteriose. È bene ricordare che la politica estera del Cremlino dell’ultimo decennio è ben delineata in documenti e atti, accessibili agli studiosi. Al programma appena descritto si affianca l’obiettivo di sottomettere alle volontà del Cremlino l’intera Europa; non per mano militare, ma intervenendo sull’opinione pubblica e nei processi democratici. Mosca può esercitare pressione con molti strumenti di guerra ibrida: tra questi, il ricatto delle forniture energetiche. In molti Paesi d’Europa, la Russia è vicinissima a questo obiettivo già oggi.

La dichiarazione di Ekaterinburg indica che il Cremlino ha rimodulato le tappe intermedie della guerra. Le sue azioni restano però coerenti con il progetto generale, l’egemonia russa sull’Europa da Vladivostok a Lisbona. Il progetto poggia su un fondamento politico e ideologico di cui Vladimir Putin è piuttosto esecutore, non unico ideatore. Per questi motivi, l’azione russa ha un respiro capace di estendersi anche oltre il mandato del presidente, se l’Occidente non saprà opporvisi con efficacia.

*) Luca Lovisolo è traduttore e ricercatore indipendente in diritto e relazioni internazionali. Il suo ultimo libro è l’attualissimo ‘Il progetto della Russia su di noi’ (Archomai). Una versione più estesa di questo contributo è disponibile sul suo sito: www.lucalovisolo.ch

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