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Keystone
08.04.22 - 22:19
di Mattia Bernardo Bagnoli, Ansa

L’Ue non è pronta a dire no al petrolio russo

I 27 non sono unanimi in una stretta sul greggio. Si attende di far sedimentare gli effetti del quinto pacchetto di sanzioni

Bruxelles - I tempi non sono maturi. Dunque l’embargo al petrolio russo dovrà aspettare. La questione non sarà trattata dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, chiamati a riunirsi al Consiglio di lunedì in Lussemburgo. "Non c’è l’unanimità", taglia corto un alto funzionario. Le capitali, insomma, frenano. La Commissione - viste le dichiarazioni sia della presidente del Commissione Ue Ursula von der Leyen che dell’Alto rappresentante Josep Borrell - evidentemente si aspettava un ritmo più serrato da parte degli Stati. Che invece preferiscono andare per gradi e lasciare prima sedimentare gli affetti del quinto pacchetto sanzioni.

L’ultimo giro di misure contro Mosca è stato in effetti licenziato proprio oggi. Il contenuto si sa: stop al carbone (tra quattro mesi), agli import via terra, blocco per le navi battenti bandiera russa nei porti dell’Ue, blocco delle transazioni con quattro grandi banche, sanzioni individuali a oligarchi e funzionari e altre restrizioni. Ma sul petrolio - e men che meno sul gas - è scattato il freno a mano. "Ci sono Paesi che sono dipendenti dalla Russia al 100%, si tratta di una questione complicata dal punto di vista tecnico e politico", spiega una fonte Ue. "I diplomatici e funzionari lavorano 24 ore su 24 perché le sanzioni siano sul tavolo ma le decisioni le prendono i politici".

Ecco, la politica. Come sempre in questi casi, scatta il ‘giallo‘. Chi tra i 27 ha staccato la spina alla Commissione? D’altra parte Borrell, alla Nato, aveva detto apertamente che del petrolio se ne sarebbe "parlato" in Lussemburgo e von der Leyen ha assicurato al Parlamento che già si stava "guardando" all’oro nero russo. Una fonte qualificata spiega che nessuno dei Paesi ha posto formalmente il veto ma che è stato chiesto "più tempo" per valutare bene gli effetti dell’embargo sulle economie europee (girano i ’nomi’ di Germania e Ungheria). D’altra parte l’idea che sta alla base delle sanzioni è quella di colpire il Paese che le riceve, non quello che le impone, e c’è il rischio di effetti distorsivi. Mosca potrebbe infatti dirottare le forniture sui "mercati asiatici" vendendo persino a prezzi maggiori totalizzando paradossalmente "più introiti". E questo sta nel capitolo ’complicazioni tecniche’. C’è poi chi avrebbe chiesto l’imprimatur dei leader, attraverso un Consiglio straordinario. Ma richiede tempo. Non a caso Charles Michel lo ha convocato per il 30-31 maggio - forse per allora si sarà trovata la quadra.

La Francia, dal canto suo, si dice "già pronta" e confida chele prossime discussioni "si concentreranno su questa questione". Nel mentre meglio concentrarsi su ciò che si può fare. Borrell, in visita a Kiev, ha per esempio annunciato un pacchetto di aiuti per sostenere le autorità ucraine nella raccolta e nella classificazione delle prove dei massacri di Bucha e altre città. Ovvero un fondo da 7,5 milioni di euro, attrezzature e consulenza, attraverso la EU Advisory Mission. "È necessario dare giustizia alle vittime e garantire che i responsabili siano chiamati a rispondere delle loro azioni: non ci può essere impunità", ha assicurato.

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