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09.04.22 - 05:30

Il professore di storia in fuga dalla Mosca di Putin

Giovanni Savino ha lasciato la Russia per evitare ammende e un eventuale arresto. Ci spiega parecchie cose, inclusa la vera storia della ‘Z’

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(Keystone)

Fino al mese scorso Giovanni Savino insegnava storia a Mosca, all’Istituto di scienze sociali della prestigiosa Accademia Presidenziale. Ma il 3 marzo ha fatto la valigia e se n’è andato, lasciando dietro di sé la moglie, anche lei accademica, e i due figli (che sono poi riusciti a raggiungerlo a Napoli una decina di giorni fa). La data della ‘fuga’ non è casuale: il giorno dopo sarebbe entrata in vigore la legge che fa rischiare 15 anni di carcere a chiunque chiami l’"operazione speciale" in Ucraina col suo vero nome, guerra. Gli abbiamo parlato in occasione del suo intervento a Bellinzona, all’incontro organizzato giovedì scorso dal Comitato contro la guerra in Ucraina.

Ha passato in Russia quasi 17 anni, perché se ne è andato così all’improvviso?

La nuova legge introdotta dal presidente Vladimir Putin – mirata nominalmente a sanzionare chi diffonde fake news e vilipende le forze armate, ma rivolta in realtà contro chiunque discuta liberamente dell’invasione – mi avrebbe messo a rischio: avevo da poco discusso l’argomento in classe, su richiesta dei miei studenti, e avevo chiaramente usato la definizione di guerra. Nel frattempo, anche fuori dall’aula sono ulteriormente aumentate le restrizioni alla libera espressione – ad esempio attraverso il controllo e la chiusura dei social – e le condizioni di vita si sono deteriorate sempre di più. Ho fatto una scelta dettata dalla coscienza, sapendo che non avrei potuto insegnare liberamente e che ai miei allievi era negato l’accesso a un insegnamento indipendente.

Come funziona il controllo in accademia?

Ogni università ha un suo ufficio di sicurezza, gestito da un membro di fatto dei servizi segreti russi, oltre a un rettore nominato direttamente dal Cremlino, dal quale dipende interamente il suo destino professionale: ecco perché i rettori hanno subito firmato un appello a sostegno della guerra. Il controllo esercitato da questi uffici, dalla procura generale e dal ministero degli Esteri si è molto intensificato nell’ultimo periodo, specie in atenei e dipartimenti sensibili come il mio. In passato sono stati chiusi interi corsi di laurea giudicati antipatriottici, mentre negli ultimi mesi sono arrivate circolari che ci invitavano a segnalare comportamenti ‘non allineati’.

Anche fuori dall’università, il controllo e la propaganda appaiono molto intensificati. Cosa vede un russo quando accende la tivù?

Vede filmati e programmi di informazione mal fatti, anche perché la propaganda si è trovata davanti a scenari inattesi: non ci si aspettava che la guerra sarebbe durata così tanto. Ma quei contenuti sono anche onnipresenti, mentre i media indipendenti rimasti sono stati silenziati. Soprattutto chi ha una certa età, e non è in grado di usare gli strumenti informatici che consentono di aggirare i blocchi, si trova costantemente martellato dalla narrazione relativa alla "denazificazione" dell’Ucraina. In essa si prendono alcuni elementi e li si ingigantisce a dismisura, anche approfittando degli scivoloni occidentali: ad esempio si sono molto gonfiati alcuni divieti occidentali a tenere lezioni, spettacoli e concerti a contenuto russo, un vero regalo al Cremlino. In questo confronto con l’occidente – col quale si cerca di alimentare il risentimento collettivo – capita anche paradossalmente che se ne riprendano elementi da esso interpretati in maniera sbagliata. Prendiamo la famosa ‘Z’, che in realtà non era affatto un simbolo che incitava alla vittoria russa, ma solo un’iniziale che designa un certo tipo di unità militari (Zapadnij voennij okrug, distretto militare occidentale). Quando i nostri media lo hanno confuso con un simbolo dell’orgoglio filorusso, sono state le stesse autorità di Mosca ad approfittarne e ad utilizzarlo come tale.

Qualcuno, anche da noi, sostiene che richiami all’antinazismo, all’incitazione "fino alla vittoria" ("Za pabieda") nell’eroico sacrificio russo contro il Terzo Reich.

Certi ambienti europei tendono in effetti a fornire questa interpretazione del tutto priva di fondamento. Ma la Z non ha proprio nulla a che vedere con l’antifascismo. Credo d’altronde che quegli stessi ambienti riprendano la stessa rilettura forzosa della ‘Grande guerra patriottica’ data dal Cremlino: una visione nazionalista, in cui la protagonista è solo la Russia, dimenticando le altre repubbliche sovietiche. Anche questo diventa un elemento di propaganda bellica per quella che potremmo definire la reinterpretazione postmoderna dell’imperialismo incarnata da Putin. Perché poi è al passato zarista, non alla fase sovietica come molti opinionisti da bar paiono credere, che si riallaccia lui.

Eppure le parate del 9 maggio, coi carri armati i missili i battaglioni e via dicendo, pare ricordare proprio i fasti del più grande trionfo sovietico.

In realtà queste parate erano estremamente rare in Unione Sovietica, dove la guerra era associata sì alla vittoria, ma anche all’enorme lutto collettivo per la perdita di 27 milioni di vite. Il potenziamento recente di queste celebrazioni invece mira ad alimentare la grandeur imperiale. D’altronde sarebbe anche stato impensabile, di fronte a chi quella guerra l’aveva vissuta, menzionare con tanta leggerezza la possibilità di un conflitto nucleare come ha fatto Putin. Il quale poi non si fa problemi a mescolare questi episodi con altri riferimenti più chiaramente zaristi, come il culto dell’ "uomo forte" di fine impero Piotr Stolypin, visto come colui che seppe fermare il "caos rivoluzionario" del 1905. Un grande mosaico per alimentare una visione appunto più ‘neozarista’ che ‘neosovietica’.

Ma il presidente russo è sempre stato così?

In una prima fase, a cavallo del Duemila, si presentava piuttosto come un ‘bravo manager’, pur non avendo grandi esperienze in merito: prometteva di risollevare la Russia dopo le enormi difficoltà degli anni Novanta, dal default del ’98 alla disastrosa guerra in Cecenia, in un confronto segnato anche da sanguinosi attentati a Mosca. Venne introdotto per così dire un contratto sociale con la società civile: non disturbate il manovratore, e lui vi permetterà di trovare il benessere economico. E in effetti, grazie in particolare al boom nei prezzi delle materie prime, la ripresa ci fu: quando arrivai in Russia nel 2005 si cominciavano a vedere fasce sempre più ampie della popolazione che finalmente potevano permettersi un’auto, un mutuo, le vacanze all’estero. In quel periodo si accettava Putin come se non ci fosse alternativa, scivolando sempre più in una sorta di depoliticizzazione, di atomizzazione, di passività che sono ancora molto evidenti nella maggioranza dei russi.

Perché Putin è passato da posture manageriali – pur con atteggiamenti già chiaramente repressivi – alla figura marziale di oggi?

All’inizio degli anni Dieci i prezzi di gas e petrolio sono scesi e la situazione economica si è nuovamente deteriorata. Nel 2010-11 ci sono state forti proteste. Lì si è assistito a un inasprimento della repressione, all’introduzione di leggi come quella sui cosiddetti ‘agenti stranieri’ per imbavagliare chiunque riceva finanziamenti dall’estero, fossero anche solo 10 franchi. L’attacco all’informazione è salito di intensità, abbiamo visto morire sempre più giornalisti e oppositori, si è assistito a montature per incastrare i personaggi scomodi con la complicità di un sistema giudiziario in cui, ormai, quasi il 99% dei processi si chiude con una condanna. Nel frattempo, al potere ormai da tanto tempo, Putin deve aver pensato a una possibilità di lasciare un segno duraturo nella storia russa. Questo, insieme alla necessità di una narrazione forte per mantenere il sostegno popolare, conduce a questa fase molto più assertiva.

Come si può leggere questo sostegno?

Intanto, quando si parla di ‘consenso della popolazione’ occorre essere prudenti, ad esempio nel leggere sondaggi ai quali spesso le persone rispondono poco e con rassegnazione, cercando di indovinare la risposta che fa piacere a chi è al potere. Anche la grande manifestazione a favore della guerra allo stadio Luzniki, il 18 marzo, ha visto sugli spalti molta gente precettata ad hoc: impiegati di enti amministrativi e fabbriche, studenti ai quali sarebbe stato promesso – visto che nelle università russe il corso di educazione fisica è obbligatorio – di poterlo passare in cambio di un ruolo da ‘comparsa’. La propaganda però riesce anche a generare consenso attivo. In generale, direi che possiamo distinguere la società russa in tre categorie: chi è apertamente favorevole alla guerra, chi è ormai indifferente alla politica e chi vi si oppone, sempre nel contesto di una cittadinanza molto remissiva e depoliticizzata.

Chi si oppone potrebbe agevolare un ‘cambio di regime’?

Ne dubito. Si tratta di una componente della società ostracizzata e messa all’angolo. Molti subiscono la repressione e vorrebbero fuggire, anche se la stretta occidentale sui visti lo rende sempre più difficile. Gli effetti economici delle sanzioni possono aumentare il malcontento, ma i loro effetti non saranno immediati. Quanto agli oligarchi, non penso che sia probabile un ‘colpetto’ da parte di alcuni di loro, sull’onda del malcontento per le sanzioni. Anche perché Putin si appoggia sempre più anche sui ‘siloviki’, ovvero i funzionari delle forze di sicurezza, dei servizi segreti e del ministero degli Interni. Non se ne parla mai, ma costoro già dal 2012 non hanno più il passaporto e possono andare all’estero solo con permessi speciali: queste persone normalmente non hanno la villa in Italia o i conti all’estero, il loro destino si gioca esclusivamente in Russia, e l’isolamento del Paese dà loro ulteriori opportunità per accrescere il loro potere sotto l’ala di Putin.

In tutto ciò, per noi occidentali è difficile immaginarci il "volgo disperso" russo senza ridurlo a stereotipi che spesso puzzano di razzismo e russofobia. Lei una volta ha detto scherzosamente che "i russi sono napoletani tristi". Cosa intende?

Intanto, dobbiamo capire una cosa: i russi si trovano a subire il peso delle scelte dei loro governanti, quindi sarebbe ingiusto imputare loro le colpe dell’esecutivo. Questo però – e le confesso che sul tema mia moglie, russa, è più severa di me – non esclude una sorta di peccato originale: quella rassegnazione di cui parlavo prima, l’idea che avere a che fare con la politica sia inutile e controproducente, l’inerzia di chi rinuncia alla creazione di freni all’abuso (dopotutto parliamo di un Paese in cui le sentenze dei giudici sono fotocopie degli atti d’accusa e non esistono veri sindacati in grado di difendere i diritti dei lavoratori). Nel contempo si va verso condizioni di vita sempre più proibitive, con l’inflazione già al 16% ci si trova a lottare per sopravvivere. Per questo non mi stupiscono le notizie sui tanti soldati che dall’Ucraina si affrettano a spedire a casa loro il ‘bottino’ di guerra, cifra di un chiaro degrado morale e civile. E forse quello che manca ai russi di oggi è un nuovo Tolstoj: un maestro che abbia il coraggio di risvegliare la coscienza morale di un Paese, come fece lui quando durante il conflitto russo-giapponese del 1904-5 scrisse un pamphlet contro la guerra intitolato ‘Ricredetevi’. Qualcuno, insomma, che smuova le coscienze.

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