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Il simbolo della Corte penale internazionale (Keystone)
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29.03.22 - 18:36
Aggiornamento: 19:06
di Dario Saltari

L’ambiguità degli Stati Uniti sui criminali di guerra

Dalla Casa Bianca accuse dirette a Putin, ma anche tanto ostruzionismo e una doppia morale applicata alla Corte penale internazionale dell’Aja

L’umanissima urgenza di mettere fine alle atrocità che una guerra comporta è una dei sentimenti che più spinge una società a entrare in un conflitto. Lo fa portando anche le persone più lontane a informarsi, a fare qualcosa per chi è vittima di quella guerra, e in definitiva a chiedere a chi di dovere di fare qualcosa per mettere fine a quell’orrore. Lo è sempre più da diversi anni, in primo luogo perché vediamo sempre di più delle guerre che ci circondano sulle nostre televisioni, anzi, ormai sarebbe meglio dire sui nostri smartphone.

"The Ukraine invasion is the most online war of all time until the next one" ("L’invasione dell’Ucraina è la più grande guerra online di tutti i tempi fino alla prossima"), ha detto Ryan Broderick nel podcast The Content Mines, e penso che tutti possano concordare ricordando un video o una foto di un’esplosione o peggio capitata per caso scrollando uno dei nostri social network. Sono quel tipo di immagini che in maniera spontanea ci spingono a chiederci: cosa si può fare per mettere fine a tutto questo? Era stato così per la guerra in Siria, poi un pochino di più per quella in Libia, e ancora di più per una delle molte recrudescenze del conflitto israelo-palestinese, e adesso l’asticella è stata alzata ulteriormente per l’invasione russa dell’Ucraina, solo per prendere alcuni dei conflitti che più ci hanno interessato negli ultimi anni.


Diplomazie, Ginevra 16-6-2021 (Keystone)

L’altra ragione è che silenziosamente – perché non è un argomento che smuove particolarmente i media di nessun Paese – l’evoluzione del diritto internazionale e in particolare di quello penale va avanti, con nuovi casi e nuovi trattati che lentamente si posano sul fondo della storia solidificando le norme che permettono, magari a distanza di anni, di giudicare un criminale di guerra. Certo, la loro applicazione effettiva è resa molto complessa dagli interessi contrapposti che attraversano quella galassia strana che chiamiamo "comunità internazionale" (ci torniamo più avanti), e troppi crimini rimangono impuniti e lo saranno per ancora molto tempo, ma l’idea rivoluzionaria che persino in guerra ci siano dei limiti che non possono essere sorpassati è sempre più forte ogni giorno che passa.

Le parole di Biden

Qualche giorno fa il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha chiamato esplicitamente Vladimir Putin "un criminale di guerra", dopo che il Senato statunitense e la sua vice, Kamala Harris, in visita in Polonia, aveva esplicitamente chiesto che si aprisse un’indagine internazionale sui crimini di guerra commessi in Ucraina. Allo stesso modo, anche l’ambasciatrice di Washington alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, aveva dichiarato che alcune delle cose che stava facendo l’esercito russo in Ucraina nelle ultime settimane costituissero crimini di guerra.

Il governo statunitense è stato insomma chiaro nel tracciare la sua linea rossa seguendo i limiti fissati dal diritto internazionale, senza però promettere il suo coinvolgimento militare nel conflitto nel caso in cui venisse sorpassata, come invece aveva fatto in passato, per esempio con l’amministrazione Obama, che aveva promesso di entrare nella guerra in Siria se fossero state utilizzate armi chimiche, o quella Clinton, dopo le atrocità commesse dalla Serbia in Kosovo.

Biden, che pure ha approvato pacchetti di aiuti militari all’Ucraina, ha invece solo affermato che "il mondo è unito nella nostra determinazione di far pagare a Putin un prezzo molto alto", che dopo averlo chiamato criminale di guerra sembrava proprio un modo per dire che l’obiettivo finale fosse quello di portarlo all’Aja, dove si trova la Corte penale internazionale, il cui scopo è quello di giudicare i criminali di guerra.


Biden e Putin a Ginevra il 16 giugno dello scorso anno (Keystone)

Un tribunale sui generis

La Corte penale internazionale, però, non assomiglia a nessun altro tribunale. Il suo statuto/trattato, che ne regola il funzionamento e stabilisce i crimini sui quali ha giurisdizione, si applica solo nei territori e/o nei confronti dei cittadini dei Paesi che liberamente decidono di aderire, e questo è già un problema in quest’ultima guerra, dato che né l’Ucraina né la Russia lo hanno mai ratificato (in realtà la Russia ha addirittura ritirato la sua firma). Inoltre, la Corte si riserva di intervenire solo nei casi in cui le autorità nazionali del Paese dove i crimini sono stati commessi non hanno la capacità o la volontà di intervenire per conto proprio.

Insomma, la Corte Penale Internazionale per funzionare ha bisogno che più Paesi possibile credano fermamente nella sua funzione: al loro interno, perseguendo i crimini commessi dai loro cittadini o sul loro territorio, e al loro "esterno", consegnando chi li ha commessi alla Corte nel caso in cui fosse necessario. In attesa che la guerra in Ucraina finisca, Biden, se vuole portare Putin all’Aja, potrebbe dare il proprio contributo da questo punto di vista.

La doppia morale

Gli Stati Uniti, come la Russia, sono infatti uno dei Paesi che ha ritirato la propria firma sullo statuto/trattato su cui si fonda la Cpi, e nonostante abbiano svolto un ruolo significativo alla sua nascita, hanno una lunga storia di ostilità nei suoi confronti. Iniziò l’amministrazione di George W. Bush che, con l’aiuto del Congresso, nel 2002 approvò una legge che autorizzava il presidente degli Stati Uniti a utilizzare "tutti i mezzi necessari" per liberare ogni cittadino americano che fosse stato detenuto su richiesta della Corte penale internazionale.

La stessa legge vietava di fornire aiuto militare ai Paesi non alleati che avessero ratificato il suo statuto o a quelli che non avessero firmato con Washington un accordo che promettesse l’immunità ai cittadini statunitensi sul loro suolo nei confronti della giurisdizione della Corte (tra questi ci sono ancora oggi alcuni Paesi europei che ne hanno firmato lo statuto, come la Romania).


Una protesta pro-Ucraina davanti alla Cpi all’Aja (Keystone)

Le cose sono leggermente migliorate con l’amministrazione Obama, che per lo meno ha fatto tornare gli Stati Uniti tra i membri osservatori della Corte, ma poi sono precipitate di nuovo con quella Trump, forse la più aggressiva. Il precedente governo repubblicano, di fronte alla decisione della Corte di aprire un’indagine sui presunti crimini internazionali commessi dall’esercito statunitense in Afghanistan, ha deciso nell’estate del 2020 di imporre alcune sanzioni economiche nei confronti di due suoi importanti funzionari, tra cui l’allora procuratore capo della Corte, Fatou Bensouda.

La mossa aveva addirittura un retrogusto razzista, dato che vennero sanzionati solo i funzionari africani dell’Ufficio del Procuratore capo (Bensouda è gambiana), e aveva il chiaro intento di ostacolare l’attività della Corte, che nel frattempo aveva avviato una sua indagine anche sui possibili crimini internazionali commessi dall’esercito israeliano nei territori palestinesi.

Quasi esattamente un anno fa l’amministrazione Biden ha rimosso queste sanzioni, definendole "inappropriate e inefficaci", ribadendo però le ragioni che le sostenevano. È stato in particolare il Segretario di Stato statunitense Antony Blinken a dichiarare che, nonostante la rimozione delle sanzioni, gli Stati Uniti continuano a "disapprovare fortemente" le indagini della Corte riguardo l’Afghanistan e i territori palestinesi.


Fatou Bensouda, procuratore capo della Cpi dal 2012 al giugno 2021 (Keystone)

Il caso Raslan

Gli Stati Uniti, insomma, non sembrano ancora credere nella funzione della Corte, rinunciando alla leadership morale che a parole continuano ad arrogarsi. Il diritto internazionale, d’altra parte, si basa sull’idea semplice ma non scontata che non può esserci pace senza giustizia, e a livello globale questo principio ha senso solo se la giustizia è garantita a tutti. Per fortuna i Paesi che fanno la loro parte esistono e non sono eccezioni da poco.

Proprio poche settimane fa, una corte tedesca, sfruttando il principio della giurisdizione universale secondo cui alcuni crimini sono così gravi da dover imporre a qualsiasi Paese di perseguirli, è riuscita a condannare all’ergastolo uno degli ex membri dell’intelligence del regime di Assad. Anwar Raslan, così si chiama, era stato accusato di essere stato a capo di una delle più terribili prigioni di Damasco, al-Khatib, dove sono stati documentati diversi crimini contro l’umanità come l’uso sistematico della tortura e degli abusi sessuali nei confronti di migliaia di prigionieri.

È un caso che è durato anni e che ha coinvolto il lavoro di decine di organizzazioni e avvocati, e che è stato favorito dalla diserzione dello stesso Raslan e dalla sua decisione di chiedere asilo in Germania nel 2014. Ma che alla fine ha portato a casa un risultato non da poco se pensiamo che rimane ancora oggi l’unico caso di processo contro un ex membro del governo di Assad (e continuerà ad esserlo se la Germania continuerà a rimanere isolata su questo fronte).


Il siriano Anwar Raslan a processo a Coblenza (Keystone)

Non c’è pace senza giustizia

Qualche giorno fa l’ufficio federale tedesco di pubblica accusa, a Karlsruhe, ha annunciato di aver avviato una sua indagine sui possibili crimini internazionali che vengono e verranno perpetrati in Ucraina. Non ci sono ancora dei sospettati, ma rimane un primo passo necessario per raccogliere prove e documentazioni che potrebbe tornare utili in futuro: l’idea è di utilizzare quello stesso principio di giurisdizione universale che ha già funzionato con successo con i crimini commessi dalla Siria, dato che la Corte penale internazionale difficilmente potrà intervenire. Con il regime di Assad era stato il potere di veto di Russia e Cina nel Consiglio di sicurezza dell’Onu a impedire alla Corte di estendere la sua giurisdizione anche al Paese mediorientale (a sua volta fuori dal suo statuto), e lo stesso probabilmente avverrà anche con l’Ucraina. Di fronte alla loro opposizione, gli Stati Uniti potrebbero intanto smettere di minare la legittimità della giustizia internazionale, se davvero ci tengono.

Nel frattempo l’indagine tedesca andrà avanti, e chissà magari un giorno porterà a qualcosa. Può sembrare poco adesso, e di sicuro lo è di fronte alle atrocità che vediamo ormai ogni giorno accadere in Ucraina, ma è una delle poche cose che abbiamo per provare a risarcire le vittime di chi quei crimini li sta subendo adesso. Non è solo pietà umana per chi soffre, ma anche l’unico modo per mettere fine definitivamente alla guerra una volta che a Kiev si sarà smesso di sparare.

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