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17.03.22 - 08:49
Aggiornamento: 10:50

‘Putin ha distorto la Storia e ora può pagarne il conto’’

Lo storico Bellezza: ‘Attacca l’Ucraina perché teme un contagio democratico in Russia. Finora questa guerra l’ha solo indebolito’

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Un murale con il volto di Putin (Keystone)
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Putin è più spaventato dal processo democratico in atto in questi anni in Ucraina che non dal suo eventuale ingresso nella Nato o nell’Unione europea. Agli occhi di Putin, lo spostamento di Kiev verso Occidente è la sconfitta del modello russo e anche un esempio a cui gli stessi russi potrebbero ispirarsi. È questo il pensiero di Simone Attilio Bellezza, docente e ricercatore di Storia contemporanea del Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli Federico II e autore del volume "Il destino dell’Ucraina. Il futuro dell’Europa" (Scholé edizioni).

Professor Bellezza, Putin non le sembra un uomo del Novecento finito a fare una guerra in un altro secolo?

In parte sì, perché l’educazione politica di Putin arriva dall’Urss e ancor di più nei primissimi anni del post-Urss, in cui la politica mischiava interessi economici e violenza, intesa proprio come delinquenza. Ricordiamo che Putin gestiva il contrabbando a San Pietroburgo, era l’uomo che controllava il porto della città. Un modo molto spregiudicato di fare politica, mischiato alla forza dei sevizi segreti. Putin in Russia proietta di sé un’immagine molto specifica, studiata a tavolino, di un uomo duro in pieno controllo delle sue pulsioni, forte e razionale. È un padre padrone, una figura rigida e severa. All’inizio della carriera si diceva che non bevesse alcolici: per un russo questo vuol dire che una persona è in pieno controllo di sé. E la cosa più importante è non perdere mai il controllo.


Un murale con il volto di Putin (Keystone)

Ora che l’immagine di Putin si sta offuscando, vede stravolgimenti in corso?

Sono scettico sul fatto che possa cambiare qualcosa ora. Il malumore c’è nell’élite putiniana che governa la Russia, ed è legata soprattutto alle difficoltà economiche sorte dopo il 2014, in seguito alle sanzioni per l’invasione della Crimea. Io non credo però sia questo il momento nel quale un’eventuale fronda possa decidere di venire allo scoperto. In tempi di guerra è molto pericoloso e si può essere facilmente accusati di alto tradimento o di essere passati al nemico. C’è un malumore, ma verrà probabilmente fuori dopo, perché è vero che lui ha un po’ stancato e lo schiacciamento della Russia sulla Cina è sempre più evidente e non è conveniente agli occhi dei russi. Ma i conti si faranno a conflitto finito.

Putin deve forse temere gli oligarchi? Loro ci stanno rimettendo parecchio con le sanzioni. E i soldi vanno sempre a braccetto col potere, ma se il potere non ti fa fare soldi, tanto vale cambiare il potere...

Certo, anche perché l’élite economica russa ha deciso di abdicare al potere politico in cambio di avere una crescita esponenziale e continua dei propri profitti economici, cosa che non sta più ottenendo, ed è proprio lì che sta crescendo il dissenso contro Putin. Questa classe dirigente ha guadagnato tanti soldi e vuole fare la bella vita, godersi la ricchezza accumulata e non stare chiusa nei bunker.

Cosa mi dice invece delle giustificazioni storiche di questa guerra da parte di Putin?

Lui ha preso e rimodellato un discorso sulle tre nazioni dell’Europa orientale: quella russa, quella ucraina e quella bielorussa. Un discorso già esistente nell’800 quando in quella parte d’Europa nascono i nazionalismi portati dal pensiero mazziniano che passa attraverso i polacchi e contagia anche l’Est. All’inizio anche gli studiosi si chiedevano se esistessero davvero tre nazioni o meno, che rapporti ci fossero tra loro. E c’è un filone classico del pensiero russo convinto che queste nazioni siano tre sorelle, une e trine, e in qualche modo devono stare assieme. Putin riprende questo pensiero, il problema è che lo riarticola fino a negare pressoché completamente l’esistenza di una nazione ucraina a sé stante e indipendente da quella russa.


La festa dei russi dopo il referendum in Crimea del 2014 (Keystone)

Poco corretto. Anzi, disonesto.

Chiaramente l’operazione che fa è molto opinabile perché il fine è abbastanza scoperto, ed è giustificare un’invasione per annettere nuovi territori e fare fuori un potere politico che, in effetti, se negli anni 90 sembrava un po’ incerto, negli ultimi vent’anni si era costituito come un’azione politica civile, quella ucraina, più che come una nazione etnica, compiendo con successo un processo di democratizzazione che in Russia non c’è stato. Ecco, Putin vuole colpire proprio quello, ma lo fa con un discorso abbastanza campato in aria che ricorda solo vagamente l’ideologia dell’800. Poi certe cose le dice anche giuste, nel senso che è vero che all’Ucraina mancava una tradizione statuale, e che uno Stato gli fu donato da Lenin. E Putin lo considera un errore quello fatto da Lenin, ma è una contraddizione in termini, perché Lenin fece quel che ha fatto per salvare l’impero, c’era una rivoluzione nazionale e Lenin non aveva potuto fare a meno di concedere uno Stato agli ucraini, altrimenti ci sarebbe stata una guerra civile. Insomma ci sono varie contraddizioni nella ricostruzione storica di Putin, che è mossa dall’idea di dire che oggi non esiste una nazione ucraina, laddove vediamo esplicitamente che questa c’è, ma non nei termini immaginati da Putin, se pensiamo che nell’Est ci sono persone che in russo dicono ai russi di andarsene.

E la Crimea? Altro errore sovietico?

Nell’ottica di Putin sì, nella realtà corrisponde alla strategia tipica sovietica di avere all’interno dei confini nazionali un miscuglio di popoli. Era fatto apposta per evitare che le repubbliche fossero troppo uniformi. In effetti l’Ucraina non c’entra nulla storicamente con la Crimea, almeno fino al 1954. Era appesa lì e gliel’hanno data, ma serviva a rendere più debole e non più forte l’Ucraina sovietica. E questi fenomeni erano studiati a tavolino in tutte le Repubbliche sovietiche. Ora la Crimea è un problema più per gli ucraini, un territorio con dinamiche sociali e politiche difficilmente risolvibili. Uno dei punti di caduta degli accordi probabilmente riguarderà la Crimea russa: per loro ha un forte potere simbolico, ma ora lo ha anche per gli ucraini. Tuttavia non è una regione storica dell’Ucraina e lì ucraini ce ne sono pochissimi. Il problema è che viene fatto alle spalle di un’altra minoranza, i tatari, che in Russia non ci vogliono stare. Putin non accetterà mai un accordo in cui non ci sia dentro anche la Crimea.


Putin e l’orso simbolo della Russai in un parco di Mosca (Keystone)

Cosa dice a chi sostiene che nel Donbass la gente non vede l’ora di riabbracciare la Madre Russia?

Questo è molto facile da capire per un pubblico svizzero. È come se qualcuno dicesse che uno svizzero che parla francese è francese, quello che parla tedesco è tedesco, e quelli che parlano italiano sono italiani. E invece no. Sono svizzeri che parlano a volte italiano, a volte francese, a volte tedesco, a volte anche più di una di queste lingue. In Ucraina è successo lo stesso, lo sviluppo storico del passato ha fatto sì che la maggioranza degli ucraini parlino due lingue diverse, il russo e l’ucraino. Ci sono anche altre lingue: l’ungherese, il bulgaro, il romeno, il tataro. Ma sono tutti cittadini ucraini e si sentono ucraini. Questa identità si è creata proprio in opposizione alla Russia degli ultimi vent’anni, e la guerra del 2014 ha contribuito a far crescere l’opposizione. Sei stato invaso da uno Stato che si diceva il fratello maggiore, e questo fa crescere l’opposizione: fai una guerra, ci sono i rifugiati, i soldati muoiono. Si crea anche una memoria di opposizione. Gli ucraini parlano lingue differenti, ma non vuol dire che non facciano parte della stessa nazione.

Non è che a Putin dà più fastidio un’Ucraina democratica dentro l’Ue che sotto l’ombrello della Nato?

Credo di sì. Il discrimine sta nell’Ucraina democratica. Laddove ci sia una democrazia funzionante in Ucraina questa viene percepita come la dimostrazione che un regime differente sarebbe possibile anche in Russia. Questa è la pericolosità vista con gli occhi di Putin. Quando c’è stata la Rivoluzione arancione, quando c’è stato l’Euromaidan, Putin ha visto nelle dinamiche sociali che hanno portato a quelle rivolte come qualcosa che potrebbe succedere anche a lui, anche in Russia. Questo, senz’altro, lo spaventa molto di più che non l’ingresso nelle organizzazioni internazionali. Sono importanti, ma non sono il vero motivo del dissidio tra russi e ucraini. Non bisogna mai dimenticare che l’espansione a Est della Nato è avvenuta principalmente tra il 1997 e il 2004, quando i rapporti Nato-Russia erano molto buoni. Un’espansione avvenuta quando la Russia stessa aveva chiesto agli Usa di entrare nella Nato. Le cose poi sono cambiate, ma la materia del contendere non è la Nato, è il ruolo che si dà alla Russia nello scacchiere globale. Questo il nocciolo della questione Russia-Occidente.


Piazza Maidan piena per la rivoluzione del 2014 (Keystone)

Forse pensava di gestirla diversamente dal 2014 in poi, con l’invasione del Donbass e l’annessione della Crimea.

Più che altro è cambiata la tecnica, inizialmente la guerra ibrida partita nel 2014 voleva rendere instabile la democrazia ucraina, pensando così di contribuire a farla fallire. Quando ha visto che non avveniva, allora si è cambiata strategia e si è deciso di andare a un attacco più frontale. Insomma, nel 2014, non s’invade veramente. Gli inviati dell’Osce mi spiegavano che per esempio in Georgia, dove c’era una linea del fronte, era stato possibile congelare quel conflitto e andare avanti. Sul confine ucraino gli interventi militari modificavano continuamente questa linea, allargandola e restringendola. Questo non permetteva di congelare il conflitto, mettere un confine e poi dire – anche se non lo dicono ufficialmente – "questa è diventata Russia e quella resta Ucraina". Ma non è stato fatto intenzionalmente proprio perché era un conflitto non per conquistare terreno, ma per creare instabilità.

Come sono nate la Rivoluzione arancione e Euromaidan?

L’influenza dell’Occidente è stata forte, ma perché il tutto faceva parte di un processo di europeizzazione e democratizzazione che prendeva anche la società civile. Io non credo che ci siano dietro complotti della Cia. Chi ha fatto quelle rivoluzioni ha studiato in Europa e negli Usa, ha contatti e amicizie in Occidente, ha conosciuto e vissuto quel modello. Quei valori hanno portato un’élite intellettuale e una classe media a realizzare quelle due rivoluzioni. Nella Rivoluzione arancione, la Cia c’entrava molto poco, c’entravano piuttosto i Servizi segreti ucraini con cui Yuschenko aveva contatti, anche quotidiani. Era stato primo ministro, non era un esterno, era un pezzo di élite che si metteva contro un altro pezzo di élite. Durante Euromaidan c’erano due grandi oligarchi dietro. Era una frazione dentro al gruppo di potere ucraino che non era contenta di ciò che stava accadendo e ha provato a cavalcare Euromaidan, che si dovrebbe chiamare – come la chiamano gli ucraini – Rivoluzione della Dignità, cioè una vera e propria rivoluzione, un atto violento di interruzione della continuità istituzionale perché la popolazione è scontenta del leader eletto, non si riconosceva più in lui.


Una bandiera europea accanto a quella ucraina (Keystone)

La possibilità di veder invadere altri Paesi come la Georgia o addirittura la Finlandia è possibile?

Difficile dirlo, ma la Finlandia proprio non credo. La Georgia corre decisamente più il rischio, ma tutto dipenderà da questa guerra. Per Putin questa è una scommessa per riaffermare una propria sfera d’influenza sull’Europa centro-orientale. E come andrà a finire questa guerra ci dirà se e quanto Putin sia in grado di allargare questa sfera d’influenza oppure no. Per come sta andando, non tanto. La Russia ha dimostrato di non vincere questo conflitto velocemente come avrebbe desiderato e questo la sta schiacciando sulla Cina. E i progetti della Cina da un punto di vista internazionale sono completamente diversi. Ad esempio l’Ucraina era un po’ la punta di diamante dell’arrivo della Via della seta cinese in Europa. E un’Ucraina dentro l’Ue avrebbe fatto molto comodo. La guerra ha dato fastidio a Pechino, l’alleanza con loro resta, ma ora il partner forte è la Cina.

L’inazione della Cina dipende anche da quello?

La Cina, come la Turchia, in questo momento agisce solo pensando "cosa posso guadagnare io da questo conflitto"? Noi pensiamo alla pace, ci preoccupiamo della sorte degli ucraini. Questi sono regimi che cercano solo di capire da che parte stare, come influenzare un conflitto per guadagnarci più che prendere una posizione di principio. La Cina non ama i conflitti perché creano instabilità e frenano lo sviluppo. Se ci guadagna di più ad aiutare la Russia lo farà, se non le conviene non lo farà.


Proteste anti-Putin in Libano (Keystone)

Quindi Putin sta ottenendo l’opposto rispetto a quel che si è prefissato con questa guerra, è impantanato in Ucraina, sta armando la Nato, si sta mettendo nelle mani dei cinesi e ha creato un vuoto attorno a sé.

A meno di sconvolgimenti militari, che può anche essere, purtroppo per lui sì. Il piano era una guerra lampo, ma il piano è fallito. Una guerra come in Siria o in Cecenia, contro i civili, la Russia la può fare, ma non era quel che immaginava di fare. E le costa molto più di quanto preventivato, sia in termini di prestigio internazionale, sia in termini di soldi sia in termini di morti. A oggi dai numeri che arrivano sono morti più soldati russi in questa guerra che in quelle cecene. Sono morti di cui deve rendere conto, se davvero sono morti 13-14mila soldati russi, ci sono altrettante famiglie che non vedranno tornare a casa un padre o un figlio. A lungo andare sono cose che si pagano.

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