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Il foreign fighter svizzero Jonah (Alessandro Penso)
15.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 17:01
di Marcello Pastonesi da Przemysl (Polonia)

Jonah, foreign fighter svizzero: ‘Combatto per l’Ucraina’

Zaino e anfibi, destinazione Leopoli: ‘Non vado per denaro o perché mi eccita il sangue, credo sia giusto esporsi in prima persona per la libertà’

"Non vado per denaro, non vado perché la cosa mi eccita. Non sto cercando la guerra e non sono assetato di sangue". Jonah, un ragazzone alto, a occhio 25 anni, parla in inglese con un volontario italiano nella stazione di Przemysl, la città polacca al confine con l’Ucraina di cui tutti ormai abbiamo sentito parlare.

Da qui passano i migranti che in treno cercano la salvezza verso l’Europa occidentale, da qui è passata in mondovisione la figuraccia di Matteo Salvini, incalzato dal sindaco per le sue magliette e le sue simpatie putiniane.

Jonah indossa un colbacco nero e ha sulle spalle un grosso zaino, come quelli che usavano, e usano, i ragazzi della sua età per fare l’inter-rail, il viaggio iniziatico in treno che ti mette in contatto col mondo. Qui le cose stanno diversamente e il mondo che si vede è fatto perlopiù di paura e dolore: i profughi continuano ad arrivare al ritmo di 12’000 al giorno, con ogni mezzo, in treno, ma anche con macchine, bus, minibus. Si tratta del più grande e intenso esodo di profughi dai tempi della Seconda guerra mondiale: quasi due milioni di persone, destinati ad aumentare.

Jonah si sta dirigendo verso l’Ucraina, proprio da dove gli altri fuggono: ‘Mi sto unendo alla Legione internazionale e non ho motivazioni particolarmente complicate. Vado perché per me è importante combattere per la libertà. Perché in Ucraina ci sono persone come me che stanno perdendo i diritti più elementari, e questa cosa mi angoscia. Sono preoccupato per tutta questa gente che sta soffrendo e morendo".


I volontari della stazione polacca aiutano i profughi (Keystone)

‘Voglio fare la mia parte’

Dal suo zaino pendono un paio di anfibi militari neri, nuovi di zecca. Anche lo zaino è nuovo, e la sua faccia, quasi imberbe, stona con quel che dice: ‘I’m going to fight’. Vado a combattere. ‘Voglio fare la mia parte, ma non mi basta mandare denaro o aiuti. Voglio combattere fianco a fianco con loro. Così ho deciso di partire, non mi importa se rischio la morte’. Ribadisce e ripete in continuazione: ‘Voglio fare la mia parte’.

‘Mia madre – spiega Jonah – è originaria della Polonia, ma viviamo in Svizzera (Svizzera tedesca, dall’accento, ndr). I nostri antenati erano ucraini e hanno già combattuto, all’inizio del secolo scorso, e poi nella Seconda guerra mondiale. Molti membri della nostra famiglia sono morti in quelle guerre’.

L’addestramento

Il giovane svizzero non ha alcuna conoscenza in ambito militare: ‘Sto studiando per diventare maestro e ultimamente lavoravo anche come addetto alla sicurezza. Forse questa esperienza un po’ mi potrà aiutare. Ma non penso ad altro ora. Sono stato all’ambasciata Ucraina a Vienna per dare la mia disponibilità. Mi hanno accettato, e mi hanno spiegato che parteciperò a un addestramento prima di andare al fronte’.

Proprio ieri uno di questi centri di addestramento è stato colpito. Intanto squilla il suo telefono. È il suo contatto in Ucraina che gli dà le ultime informazioni. Dovrà prendere il prossimo treno per Leopoli. Li ci saranno delle persone ad aspettare lui e altri, e li porteranno al centro di addestramento.

Jonah torna dal volontario. Lo ringrazia più volte. I due si scambiano i numeri di telefono, si salutano e poi Jonah va perdendosi nella folla di rifugiati ucraini. Lui gli passa davanti e loro non sanno che forse dovrebbero un grazie a Jonah, il ragazzone buono, dal nome biblico, che, con fare angelico, entra nell’inferno della guerra.


Un ragazzo svedese al confine ucraino per arruolarsi (Keystone)

Crocevia di profughi

L’atrio della stazione intanto è sovraffollato. I volontari, con i loro gilet gialli e arancioni, dirigono i rifugiati verso i treni, danno informazioni sugli orari. Traducono. Distribuiscono cibo. Le file alle biglietterie sono lunghe ma ordinate, e molti ferrovieri girano tra la folla facendo il biglietto, che è gratuito per chi ha un passaporto ucraino. Centinaia di donne siedono ai lati dei corridoi, con i bambini che dormono in braccio, esausti. Spaventati.

Sui binari, invece, le compagnie telefoniche hanno allestito dei piccoli gazebo dove regalano sim card e aiutano a configurare il telefono. Fa molto freddo, la temperatura è intorno allo zero. Il cielo è bianco e di tanto in tanto nevica.

Una fila composta di un centinaio di persone attende paziente di entrare. Teste bionde, occhi azzurri. Giallo e blu, i colori della bandiera ucraina. Nessuno parla a voce alta. Nessuno si lamenta. Una donna, robusta, stanca, fuma, appoggiata a una grossa valigia. Aspettano di prendere il treno per Leopoli. Stessa direzione di Jonah.

La maggior parte delle persone in coda sono uomini, ucraini, o di origine ucraina, che lavorano all’estero e rientrano in patria per andare a prendere qualche parente, una mamma, una sorella, per salvarla dall’avanzata russa. Le facce sono pallide, ma i volti scuri, preoccupati. Nessuno sorride.

Nella fila anche un gruppo di giornalisti occidentali. Americani, inglesi, vestiti di nero, con le macchine fotografiche al collo. Più in là una troupe televisiva. Con loro un uomo che è chiaramente un militare. Muso duro, capelli rasati, corporatura robusta di chi fa molta palestra. Sulle dita ha lettere tatuate molti anni fa, l’inchiostro è blu, scolorito. È il consulente per la sicurezza della troupe. Lo dice, orgoglioso, quasi con uno sguardo di sfida, a voce alta, forte e rauca.


Un foreign fighter tedesco alla stazione di confine (Keystone)

Gli altri combattenti

Poco oltre un altro piccolo gruppo si differenzia dal resto della coda. Hanno grossi zaini, pieni di roba pesante, che portano con fatica. Ma non troppa. Si vede che sono abituati. Anche loro hanno capelli corti e muso duro. Si fa presto a capire. Altri foreign fighter. Militari ed ex militari che hanno risposto alla chiamata del presidente Zelensky e sono partiti da ogni dove per combattere nella Legione internazionale per la difesa dell’Ucraina.

Arruolarsi è semplice, le istruzioni si trovano sul sito internet fightforua.org. Ad oggi si calcola che siano in tutto circa 20mila. Molti sono di origine ucraina, altri sono professionisti della guerra, altri magari avranno altri motivi personali che li hanno spinti fino a qui. Resta un loro segreto, però, perché non parlano. Né tra di loro né con nessuno. Ultimo in fila un ragazzo, giovane sui 20 anni, che timidamente chiede informazioni riguardo al treno. È inglese. È partito da solo. Vuole aiutare. Se necessario anche combattere. Ma non ha un piano preciso. "Arriverò a Leopoli e chiederò", dice.

Quando due militari ucraini spostano la transenna, la coda si muove ed entra lentamente al controllo passaporti. Dopo poche ore, dopo un lento viaggio su un largo treno blu arriveranno tutti a Leopoli, la porta occidentale dell’Ucraina. E della guerra.

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