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10.03.22 - 05:20
Aggiornamento: 15:36

Il soldato Stakhovsky, dalla racchetta al fucile

Nel 2013 il tennista ucraino sconfisse Federer a Wimbledon, ora si è arruolato per combattere i russi a Kiev, lasciando la famiglia in Ungheria

di Emanuele Atturo
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Sergiy Stakhovsky (Keystone)
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Sergiy Stakhovsky è in mezzo alla strada, in piedi, guarda il telefono con l’aria distratta. Dietro la sua posa, così comune, tutta una serie di altri dettagli apparentemente insignificanti. Domino’s Pizza alle sue spalle, una Smart bianca parcheggiata vicina e molte altre automobili alle sue spalle. L’insegna di un supermercato, i coni stradali. Sergiy Stakhovsky è un ex tennista ma non è vestito in borghese: indossa una divisa mimetica militare, un giubbotto antiproiettile, uno zuccotto verde, ha una ricetrasmittente legata alla gamba e un fucile mitragliatore adagiato tra le braccia vicino al telefono.

Nel momento in cui la Russia ha invaso l’Ucraina, e il presidente Zelensky ha chiamato il suo popolo alla resistenza, Stakhovsky ha deciso di arruolarsi nell’esercito nazionale. Ha 36 anni, nessuna esperienza militare, non ha ricevuto nessun addestramento ma in quel momento sta pattugliando le strade di Kiev.


Stakhovsky in mimetica a Kiev (Keystone)

La metamorfosi

Solo due mesi fa era a Melbourne, a giocare gli Australian Open; basta scorrere poco più in basso il suo Instagram per trovare delle foto completamente diverse. Stakhovsky non in mimetica, ma in pantaloncini e maglietta mentre colpisce un dritto nella luce impietosa dell’estate australiana; Stakhovsky in posa sorridente con la squadra di Davis ucraina; Stakhovsky che fa pubblicità al suo brand di scarpe o a un vino. Le foto di una vita da privilegiato.

Se quella foto ha circolato tanto, e ha avuto un certo impatto nell’immaginario, è per il sottile conflitto tra ordinario e straordinario che contiene. La guerra che si nota in controluce dietro l’istantanea della vita normale, uno sportivo col fucile imbracciato che scrolla il cellulare, l’immaginario novecentesco che invade la nostra contemporaneità creando uno strano paradosso.

Guardiamo la foto di Sergiy Stakhovsky mentre scrolliamo il telefono e leggiamo la didascalia che avremmo potuto scrivere tutti: "Mai nella vita mi sarei aspettato di indossare un giubbotto antiproiettile a Kiev". Cosa significa dover portare una giacca per proteggersi dagli spari nella propria città, dove si è nati e cresciuti?

La vittoria contro re Roger

Nove anni fa Sergiy Stakhovsky era sul prato del Centrale di Wimbledon per vivere il momento migliore della sua carriera. Era sceso in campo col sorriso dell’imbucato, di chi non ci crede nemmeno lui, che deve giocare contro il sette volte vincitore e il campione in carica del più prestigioso torneo di tennis al mondo.

Stakhovsky col naso lungo, il mento sfuggente, la corporatura minuta, un taglio di capelli per niente glamour, precede in campo un’icona vivente, Roger Federer, che ha imparato l’arte di fare il suo ingresso sul Centrale col relax di chi è appena uscito dalla doccia. Essere al massimo del proprio agio nel massimo della formalità è il segno distintivo dell’aristocrazia.


Con Federer nel giorno della vittoria a sorpresa a Wimbledon (Keystone)

È solo il secondo turno del torneo, e Federer arriva ai quarti di finale di uno Slam ininterrottamente da 36 edizioni. In quelle settimane sembra star bene. Viene dalla tradizionale vittoria al torneo di Halle – dove in quegli anni tanto valeva consegnargli la coppa direttamente al giorno uno – e al primo turno ha lasciato cinque game al povero Victor Hanescu.

Il lampo in una carriera modesta

Stakhovsky da parte sua non è nemmeno tra i migliori cento tennisti al mondo. Ha 27 anni e una carriera modesta, di cui si segnala soprattutto qualche successo in doppio in coppia con Michail Youzhny. Il tennista russo noto per un braccio morbido e per festeggiare le vittorie col saluto militare dell’Armata Rossa. Stakhovsky però ha una certa attitudine a battere i tennisti più quotati. Quando ha vinto il suo primo titolo Atp, a Zagabria nel 2008, era solo un lucky loser (cioè un ripescato), e in finale era riuscito a battere la testa di serie numero uno, Ivan Ljubicic – futuro allenatore di Federer.

Quel giorno Federer inizia a giocare in modo un po’ sonnolento, aspettando sul bordo del fiume che gli arrivi la vittoria tra le mani. Nei suoi primi turni di Wimbledon di solito è così che funziona. Stakhovsky però rimane attaccato alla partita, e lo fa scegliendo una via poco convenzionale per il tennis contemporaneo, ovvero giocando serve&volley su prima e seconda palla. Uno stile di gioco storicamente redditizio per l’antica erba di Wimbledon, ma diventato inefficace con la semina rallentata degli anni recenti.


La gioia dopo il trionfo inatteso (Keystone)

Serve&volley

Stakhovsky perde il primo set, e sembra tutto finito, ma persiste con ostinazione col suo gioco démodé. Un’ostinazione che da fuori sembra idiota, autolesionista: servire e scendere a rete, servire e scendere a rete, come fosse una preghiera, un assalto continuo alle certezze di Federer. In un modo o nell’altro, funziona. Dopo uno strano errore dello svizzero col rovescio al tiebreak del quarto set, vince, grazie a un tennis tanto ambizioso quanto cocciuto, e cade sul prato per celebrare uno degli upset più incredibili della storia del tennis. Non era mai arrivato al secondo turno di Wimbledon.

Quella sconfitta sembra il segno più tangibile del declino di Roger Federer, forse persino di un imminente ritiro. Perde per la prima volta prima dei quarti dal 2005, perde mentre l’erba del centrale è ancora quasi intonsa, esce per la prima volta da dieci anni dalle prime quattro posizioni della classifica e dopo la partita i giornalisti gli chiedono se non è la fine di un’era. Lui alza il sopracciglio e rassicura di voler giocare ancora per molti anni. Ai microfoni Stakhovsky dice di aver dovuto vincere due partite: "Quando vieni qui sulla copertina del libro di Wimbledon c’è Roger Federer. Giochi contro l’uomo e contro la leggenda che lo precede".

Ritorno in periferia

Dopo quella partita di nove anni fa, il nome di Sergiy Stakhovsky è finito alla periferia della nostra memoria. Insieme a Luis Horna o a Daniel Brands, tennisti minori che hanno nella vittoria contro Federer la loro medaglia più lucente. Il peruviano Rodolfo Rake ha battuto Federer tra gli juniores e se lo è scritto sul curriculum. Oggi lavora in banca e durante un colloquio gli hanno confidato: "Se sei riuscito a battere Roger Federer non credo tu non possa riuscire bene in questo lavoro". Sono nomi che manteniamo nella nostra memoria come riflesso incondizionato della nostra mania per lo sport, informazioni di cui faremmo a meno.


Una carriera modesta con qualche exploit (Keystone)

Civili e militari assieme

Quando abbiamo visto Stakhovsky ricomparire in quella foto, con la notizia del suo arruolamento, è stato difficile trattenere lo shock. Poco dopo l’invasione il presidente ucraino Zelensky ha chiamato il suo popolo alle armi, invitando tutti alla resistenza. Gli ucraini sono usciti di casa per fermare l’invasione in ogni modo, anche i più brutali, e cioè frapporre il proprio corpo ai carri armati e all’esercito nemico.

Si è creata una strana permeabilità tra mondo civile e militare, con gruppi di persone che preparano delle molotov artigianali dentro bottiglie di birra, spostano delle mine russe con la sigaretta in bocca, rubano dei carri armati trainandoli col trattore.

Stakhovsky appena due mesi fa aveva provato a qualificarsi per gli Australian Open, ma dopo aver perso al primo turno contro lo statunitense J.J. Wolf aveva annunciato il ritiro. Ora ha raccolto l’invito del suo presidente ed è al fronte.

Si può inorridire davanti all’idea di un cittadino costretto a imbracciare un fucile senza esperienza, ma è difficile non ammirare il suo eroismo.

‘Torno subito’

Stakhovsky non sa se sia giusto o sbagliato quello che sta facendo: "Se non fossi venuto mi sarei sentito in colpa. Qui a Kiev ci sono mio padre e mio fratello, ma ho abbandonato in Ungheria mia moglie e i miei tre figli. Quindi mi sento in colpa comunque. Non c’è giusto o sbagliato" ha confidato ospite alla Bbc. Ha detto ai figli che partiva per l’Ucraina mentre quelli guardavano i cartoni animati. "Torno subito" gli ha detto con uno zaino enorme sulle spalle. Nella stessa intervista spezzacuore la giornalista gli chiede se abbia fatto una scelta tra la famiglia e il suo Paese, e lui con la voce bassa risponde: "Pare di sì, purtroppo".

Non è la prima volta che Stakhovsky mostra una sensibilità spiccata per le questioni politiche in Ucraina. Durante l’invasione della Crimea, nel 2014, aveva giocato in Coppa Davis, ma dopo la partita aveva dichiarato di avere la testa da un’altra parte. In quei giorni un match di Davis contro il Belgio era stato spostato in Estonia per motivi di sicurezza, e Stakhovsky aveva battagliato contro quella decisione. In quel periodo compra armi ed equipaggiamento militare da spedire all’esercito. Oggi lo sta indossando lui stesso per le strade. È di pattuglia, fa piccole operazioni di comunicazione e controllo delle automobili, trasporta cibo dal confine slovacco e sente il suono dei missili piovere in lontananza mentre monta la rabbia.

Grazie al suo profilo pubblico svolge anche un ruolo di ambasciatore: è ospite nelle televisioni internazionali, manda messaggi di eroismo. Qualche giorno fa ha pubblicato lo screenshot di un messaggio che gli ha inviato Novak Djokovic: "Ti penso, spero che tutto si risolva. Scrivimi se ti serve qualsiasi tipo di aiuto".


Il messaggio postato su Instagram con il messaggio di Djokovic (Instagram)

Il corpo dell’atleta

La sua fotografia vestito da militare non è potente tanto perché parla di un uomo di successo che ha rinunciato ai privilegi per difendere la propria patria, quanto perché il corpo di Stakhovsky, prima votato allo sport, ora è consacrato alla guerra. Nella società contemporanea, quella in cui i conflitti si sono spesso spostati sul piano simbolico, gli sportivi hanno avuto un ruolo potente di ambasciatori del proprio stato e della propria cultura. È un ruolo che ricoprono soprattutto attraverso l’uso del loro corpo, ed è ancora il loro corpo che vediamo oggi nelle strade del conflitto.

Il corpo dei pugili Vitali e Vladimir Klitschko e di Vasiliy Lomachenko, il corpo del ciclista Andrei Tchmil, quello dell’ex calciatore Volodymyr Bezsonov e del campione del mondo di biathlon Dmytro Pidruchnyi, che ha postato una sua foto su Instagram con l’elmetto sulla testa. Se le battaglie sportive, all’interno della loro logica competitiva, hanno soprattutto un significato simbolico, il corpo di Stakhovsky ora è nelle strade di Kiev col massimo grado di ingaggio fisico possibile, quello del confine tra la vita e la morte. Attraversando il Paese ha visto il popolo ucraino forte e determinato a non arrendersi: "Vederlo mi ha dato coraggio".


Coppa al cielo e bandiera dell’Ucraina sulla spalla (Keystone)

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