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irlanda del nord
30.01.22 - 20:23
Aggiornamento: 22:35

Marcia a 50 anni dal Bloody Sunday: ‘Vogliamo giustizia’

In migliaia per commemorare a Derry i 14 morti della strage del 1972.

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Il corteo per le strade di Derry (Keystone)

Ancora in marcia, 50 anni dopo. Oggi migliaia di persone hanno partecipato a Derry alla manifestazione per ricordare la strage del ‘Bloody Sunday’, la domenica di sangue del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti del Regno Unito non esitarono a sparare più di 100 colpi con i loro fucili semi-automatici su una protesta pacifica di civili disarmati, causando 13 vittime (14 se si considera un ferito deceduto in seguito): da lì iniziò il periodo più sanguinoso dei Troubles.

Le richieste

A capo del corteo, che ha ripetuto lo stesso percorso di allora nelle vie della città nordirlandese, c’erano i parenti delle vittime con grandi fotografie appese al collo per ricordare quei morti che ancora provocano indignazione nella comunità cattolica nonostante il conflitto sia finito dal 1998.


Bloody Sunday, il giorno in cui morì l’innocenza (Keystone)

“Stanno cercando di negarci giustizia perché hanno paura di affrontare la giustizia”, ha detto Mickey McKinney, che perse il fratello 26enne William in quel giorno ed è emerso che a sparargli alla schiena era stato il militare identificato solo come ‘Soldato F’, per garantirgli l’anonimato, arrestato ma di recente non sottoposto a processo per la non ammissibilità di prove fondamentali, come stabilito dal pubblico ministero nordirlandese. Il suo appello è rivolto al governo centrale di Londra e alla giustizia britannica: è stata fatta piena luce sulla strage grazie al rapporto di Lord Saville del 2010, l’allora primo ministro conservatore David Cameron chiese scusa solennemente per quegli innocenti uccisi dall’esercito ma mai nessuno di quei soldati d’élite ha risposto di fronte a un tribunale di quanto fatto.

Il caso amnistie

Perfino uno dei murales a Derry ricorda lo spirito di questo cinquantenario con la scritta “Non c’è giustizia britannica". Ne ha parlato anche il premier irlandese Micheal Martin, che ha preso parte alla commemorazione con altri rappresentanti politici e religiosi e deposto una corona al Bloody Sunday Memorial. Ha detto che per i responsabili si deve muovere la giustizia dei tribunali e garantire finalmente un processo come chiedono le famiglie delle vittime. E ha aggiunto che "tutte le parti in Irlanda del Nord sono state molto chiare sul fatto che non vogliono amnistie”. Invece il governo di Londra guidato dal premier conservatore Boris Johnson va proprio in questa direzione. Lo ha espresso lo stesso primo ministro annunciando la volontà di chiudere i conti con la storia all’insegna sì di una “piena riconciliazione” che però deve passare anche dalla fine delle inchieste nei confronti di ex militari di Sua maestà accusati di aver compiuto crimini nel corso dei Troubles.


Il murale all’ingresso del Bogside (Keystone)

Martin ha anche manifestato rammarico per la mancata presenza di rappresentanti politici unionisti. Una riprova di come il processo di pace nell’Ulster, nonostante si sia consolidato nei decenni grazie agli accordi del Venerdì Santo siglati nel 1998 e ai governi locali di unità nazionale fra le due parti un tempo in lotta, non abbia permesso ancora la completa rimarginazione delle ferite più profonde nella memoria storica di cattolici e protestanti.

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