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14.01.22 - 19:54

La Sindrome dell’Avana a Ginevra

L’oscura malattia neurologica dei diplomatici statunitensi rilevata nel 2016 a Cuba si espande. Si teme sia un attacco elettromagnetico di russi o cinesi

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Una bandiera cubana davanti all’ambasciata Usa all’Avana (Keystone)

Lo schiaffo del soldato del XXI secolo si chiama Sindrome dell’Avana. Solo che lo schiaffo sono onde elettromagnetiche e i soldati sono diplomatici. Ma una cosa in comune ce l’hanno: quando il colpito si gira, fatica a capire chi è il colpevole.

Comparsa nel 2016 all’ambasciata americana dell’Avana, la sindrome ha continuato a colpire diplomatici, perlopiù statunitensi, in tutto il mondo: negli ultimi cinque anni – vale a dire dalla sua prima, misteriosa apparizione in quel di Cuba – sono stati rinvenuti casi in Austria, Serbia, Cina, Germania, Australia, Russia e l’estate scorsa – si scopre solo ora – anche in Francia e a Ginevra. Tra i diplomatici colpiti in Svizzera, uno era in condizioni talmente gravi da dover essere rimpatriato.

I sintomi sono più o meno sempre gli stessi: vertigini, perdita di equilibrio, problemi all’udito e attacchi d’ansia. Gli esperti hanno ricondotto l’insieme di tutti questi malesseri a una sorta di “nebbia cognitiva”, un fastidio persistente – tanto vago quanto specifico – che colpisce la testa e, di riflesso, tutto il corpo. Alcuni casi sono stati definiti gravi, eppure continua a non essere capito (oppure non pubblicamente spiegato, per chi non crede alla trasparenza del Pentagono) come abbia origine la sindrome e perché si sviluppi in modo così inspiegabile, colpendo alcuni dipendenti delle sedi diplomatiche, ma non altri che lavorano fianco a fianco con loro.

Spy story

Nel primo caso, quello emerso a Cuba, presero piede le teorie più fantasiose, rendendo quella notizia un perfetto incastro da spy story (non a caso uno dei più noti romanzi di spionaggio, “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene, è ambientato proprio nell’isola caraibica). Tra le ipotesi gli effetti di un potente pesticida e il frinire di alcune specie di insetti presenti solo nell’area e a cui gli americani faticavano ad adattarsi. C’era anche chi parlava di psicosi collettiva, stress dovuto al fatto di lavorare in uno dei territori più ostili per un diplomatico statunitense, nonostante la relativa distensione degli ultimi anni avviata da Barack Obama.


Una mamma cubana con la figlia passeggia sul Malecon avanti all’ambasciata Usa (Keystone)

Accanto a queste idee più folkloristiche si fece strada quella considerata oggi più vicina alla verità: un attacco o le conseguenze di una sorveglianza con onde elettromagnetiche da parte di una nazione ostile: inizialmente si pensava a Cuba stessa, poi alla Russia, oggi alla Cina, seguendo pedissequamente il copione dei cattivi aggiornato da Washington. Ma c’è anche chi non esclude che l’origine sia interna, dovuta all’uso di apparati dentro le stesse rappresentanze.

L’intelligence Usa porta avanti, nel frattempo, due indagini separate, una per stabilire le cause degli attacchi e l’altra per trovare le tecnologie che potrebbero prevenire il malessere. Come causa, gli scienziati si sono concentrati sulle radiazioni a microonde dirette. In pratica, qualcuno – o qualcosa – sceglie il suo obiettivo e lo colpisce deliberatamente con onde che alla lunga generano una serie di disturbi neurologici. I raggi sarebbero diretti non solo verso gli edifici governativi, ma anche verso alcune abitazioni.

Il caso svizzero

Il caso svizzero non sembra essere molto diverso dagli altri che l’hanno preceduto, anche se la Confederazione, tramite il Dipartimento federale degli Affari Esteri (Dfae) e il Servizio delle attività informative della Confederazione (Sic) ha aggiunto un po’ di involontaria comicità facendo sapere di essere al corrente delle notizie, ma di non volerle commentare. E fin lì si può anche capire. Ma il Dfae ha aggiunto che non si vedono rischi per la politica dei buoni uffici della Svizzera (e perché dovrebbero esserci?) e il Sic – facendo riferimento al rapporto Sicurezza Svizzera 2021 – ha sottolineato che negli ultimi anni non sono stati registrati in Svizzera atti di sabotaggio, attacchi, rapimenti o uccisioni mirate da parte di servizi segreti stranieri. Tuttavia, continua il Sic, ci sono state ‘indicazioni di molestie, minacce e intimidazioni dirette contro persone che erano fuggite in Svizzera e che presumibilmente provenivano da autorità straniere’. In linea di principio, insomma, viene esplicitato che è possibile che servizi segreti stranieri compiano atti di violenza sul territorio elvetico. Monsieur Lapalisse non avrebbe saputo scrivere di meglio.


Le bandiere cubane usate per coprire l’ambasciata Usa nel 2007 (Keystone)

Pompieri svizzeri a parte, la questione Sindrome dell’Avana resta un tema caldo a Washington, che sembra non venirne a capo: l’agosto scorso fu ritardato di qualche ora il viaggio della vicepresidente Kamala Harris ad Hanoi proprio per due presunti casi del misterioso malessere. Nel frattempo, a Cuba, i colpiti si contavano a decine e comprendevano anche familiari del corpo diplomatico. Tre mesi fa si è saputo di altri cinque casi all’interno dell’ambasciata statunitense a Bogotá, in Colombia. Il caso più eclatante, Cuba a parte, ha riguardato Vienna, dove è stato recentemente silurato il capo della sezione locale della Cia, reo di aver sottovalutato – se non addirittura nascosto ai superiori – i casi di Sindrome dell’Avana all’interno dell’ambasciata Usa in Austria.

Resta la fascinazione per il luogo in cui tutto è iniziato, l’ex palazzo di rappresentanza, oggi ambasciata, sul Malecon, il lungomare dell’Avana, dove ai tempi in cui certe tecnologie non erano ancora così avanzate ci si faceva dispetti a suon di led e bandiere. Dopo che gli americani decisero di installare al quinto piano dell’ambasciata uno schermo su cui fare passare messaggi anti-castristi, Fidel pensò bene di oscurare la vista “imperialista” piantando 138 bandiere (cubane, poi alternate a stelle bianche su fondo nero) davanti al palazzo. Erano gli ultimi sussulti di una Guerra fredda ora riscaldata con le microonde.

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