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10.01.22 - 21:41
Aggiornamento: 11.01.22 - 16:28

Kazakistan, il fragoroso scricchiolio di un regime

Lo Stato multietnico guidato per decenni dal leader Nazarbaev è pieno di contraddizioni. La sua posizione sulla nuova via della Seta fa gola a molti

di Donato Sani
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La statua di Yuri Gagarin nel cosmodromo di Baikonur (Keystone)
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Il Kazakistan è stato teatro di violenti scontri di piazza che hanno improvvisamente portato il Paese alla ribalta mediatica globale. Un Paese di cui si sottovaluta ancora l’importanza, ma che ha un ruolo non secondario nello scacchiere geopolitico. In un’epoca in cui l’economia globale ha spostato e sposta sempre di più il suo baricentro verso Oriente, il Kazakistan funge, con il resto dell’Asia Centrale, da zona di frontiera e di passaggio tra poli geopolitici fondamentali: Russia, Cina, Medio Oriente. Lo Stato centroasiatico condivide con Russia e Cina dei confini estesissimi. E proprio queste due Potenze sono state tra le prime a prendere una posizione netta a favore del presidente Tokaev nella repressione delle rivolte. La Russia inviando le sue truppe nell’ambito di un’operazione Ctso (un’alleanza difensiva tra Paesi post-sovietici), la Cina garantendo il suo appoggio politico. Si tratta di un Paese troppo importante perché i due potenti vicini permettano che si destabilizzi.

Questione di Pil

Tra i Paesi leader a livello di crescita del Pil nell’ultimo ventennio, il Kazakistan è un esportatore maggiore di materie prime nell’ambito della produzione di energia (petrolio, gas, carbone e uranio). Ciò che, per il previsto aumento dei prezzi dell’energia nei prossimi anni, ne fa un importantissimo player strategico. Dagli eventi di questi ultimi giorni, risulta in particolare che la Cina sembri accettare di buon grado il fatto che la Russia incrementi il suo peso politico nel Paese con l’invio di truppe, pur di vederne ristabilito l’ordine. Conferma dell’importanza strategica per il Dragone. Prima di tutto il Kazakistan (come la Russia) è un passaggio fondamentale verso Occidente sulla Nuova via della Seta, il piano strategico per il futuro sviluppo globale cinese. Infatti, in vista di uno scontro politico sempre più acceso con gli Usa, la via commerciale terrestre sarebbe da preferire in quanto meno esposta a eventuali sanzioni o blocchi navali da parte della potenza talassocratica americana, padrona (con gli alleati) dei mari strategicamente più importanti. Secondariamente, la strategia energetica cinese punta forte sul nucleare, e, per questo, il Kazakistan – primo produttore mondiale di Uranio – è un partner inevitabile. Infine, si tratta di un Paese etnicamente affine allo Xinjiang turcofono e musulmano: la Cina non può vedere di buon occhio una situazione di instabilità, da cui potrebbero anche emergere moti islamisti o nazionalisti in vicinanza dello Xinjiang.


Nur-Sultan, la città dedicata a Nazarbaev, un tempo nota come Astana (Keystone)

Kazakistan (letteralmente, “terra dei Kazaki”) una popolazione turcofona e a maggioranza islamica. Fino agli anni ’20 e ’30 del novecento la maggior parte del territorio kazako è abitato da una popolazione dedita per lo più al nomadismo. Con l’Urss il Paese si sedentarizza. Della cultura tradizionale rimane una divisione tra clan tribali (i Zhuz) che coltivano un’inimicizia ancestrale che resta sotto traccia e che costituisce un divisione rilevante nella società kazaka, ma le cui dinamiche rimangono spesso impenetrabili a uno sguardo occidentale. La situazione demografica del Paese si complica dagli anni ’30, quando diventa luogo di deportazione di massa di popolazioni fra le più disparate (coreani, tedeschi, ecc.), e, poi, sotto Kruščev con una colonizzazione massiccia da parte russa. Questo stravolgimento demografico porta paradossalmente aduna situazione per cui, negli anni ’70 e ’80, i kazaki non sono nemmeno la maggioranza relativa nel Paese (oggi costituiscono l’80% della popolazione).

Identità futura indefinibile

Al momento dell’indipendenza il Kazakistan è lo stato centroasiatico più multietnico e la cui identità futura sembra più indefinibile (e quindi foriera di instabilità). Nella situazione di incertezza che caratterizza la fine dell’Impero sovietico, emerge con prepotenza la figura di Nursultan Nazarbaev, il leader indiscusso del Kazakistan moderno e padrone della sua scena politica per più di trent’anni. Dopo una lunga carriera nel Partito Comunista, assume la carica più prestigiosa di segretario generale della Repubblica sovietica del Kazakistan nel 1989, per diventare poi il primo presidente del Kazakistan indipendente nel 1991: una funzione che ricoprirà fino al 2019. Dalla metà degli anni ’90 la presidenza di Nursultan Nazarbaev si fa sempre più accentratrice e il sistema politico si cristallizza. La capitale viene spostata da Almaty in una città edificata ex-novo, Astana, che dal 2019 assumerà il nome del suo fondatore, Nursultan. Dal 2010, Nazarbaev detiene pure il titolo di Elbasy (leader della nazione in kazako) iscritto in un articolo costituzionale pensato per difenderne la figura come Padre della patria e metterlo al riparo da qualunque tipo di ripercussione negativa. In una transizione controllata, nel 2019 Nazarbaev ha lasciato la presidenza del Paese a Qassym-Jomart Tokaev, che ha alle spalle una carriera di massimo livello nella diplomazia internazionale. Si tratta di una figura ancora molto enigmatica, che sta emergendo con forza in questi giorni e in queste ore, con l’emarginazione degli uomini di Nazarbaev dal potere. Nell’affidare la presidenza al suo successore, Nazarbaev si era garantito la carica a vita di presidente del Consiglio di sicurezza della Repubblica kazaka, organo ultimo di gestione delle forze armate e della polizia.


L’ex presidente Nazarbaev al Wto (Keystone)

Il consenso

Caratteristica fondante del sistema di consenso dell’epoca di Nazarbaev è stata la questione della stabilità, che lo stato Kazako avrebbe sempre garantito ai suoi cittadini in uno spazio post-sovietico segnato ovunque altrove da guerre civili, scontri etnici, pogrom (è il caso, in diversa misura, di Tajikistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Azerbaijan, Armenia, Georgia, ecc.). In questa ottica è sempre stata fortissima l’insistenza della Repubblica kazaka come Stato multietnico, multireligioso e laico, con dei consessi nazionali di rappresentanza e di difesa di tutte le etnie del Paese. Questo modello kazako sembra aver subito una seria crepa con i fragorosi eventi di questi giorni.

Il regime di Nazarbaev è stato anche la storia di una dinastia famigliare che ha occupato molti posti di potere: basta citare ad esempio la figlia Dariga, ex-presidente del Senato kazako, oppure il genero Timour Koulibayev, considerato l’oligarca degli idro-carburi nel Paese. Le proteste di questi giorni, che spesso inneggiavano all’allontanamento dal potere di Nursultan Nazarbaev, erano sicuramente anche motivate da un malcontento contro l’appropriazione di risorse nazionali da parte dell’oligarchia al potere. Tuttavia è troppo presto per stabilire con certezza quali siano stati i moventi di queste manifestazioni. Che siano state completamente spontanee, infiltrate da islamisti, fomentate da rivalità tra clan o da lotte di potere, ispirate da servizi segreti stranieri... per ora nessuno può stabilirlo con certezza. Di sicuro si assiste a una situazione in cui la grande crescita economica non corrisponde ancora a un benessere diffuso della popolazione.


Un palazzo di Almaty dopo gli scontri di questi giorni (Keystone)

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