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Di Pietro attorniato da Buccini e altri cronisti
ITALIA
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26.12.21 - 21:00

Mani Pulite, raccontate da chi le raccontava

Goffredo Buccini era il cronista di punta del Corriere della sera da Palazzo di Giustizia. In un libro gustoso e per nulla manicheo ripercorre quegli anni

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«Io non sono un pentito, non amo il pentitismo come categoria pubblica e considero il pentimento una categoria privata. Ma questo non significa che possiamo autoassolverci, la verità di Mani Pulite era una, ma c’erano molti punti di vista dai quali non guardammo. Dovremmo semmai tornare a riflettere su quell’epoca senza il manicheismo di allora, liberandoci dal vizio di dividere il mondo in guelfi e ghibellini». Quando nel 1992 scoppiò Tangentopoli, il giovane Goffredo Buccini era fisso al Palazzo di Giustizia di Milano: le sue cronache per il Corriere della Sera raccontarono un pezzo importante della vicenda. A distanza di trent’anni, coi titoloni divenuti storia, Buccini tenta un bilancio in un libro che intreccia il gusto per l’aneddoto biografico all’autopsia, nel senso tucidideo del raccontare quel che si è visto coi propri occhi Una scelta che rende ‘Il tempo delle mani pulite, 1992-1994’, appena pubblicato da Laterza, gustoso da leggere ma moderato nei giudizi. Cosa rara, in una bibliografia di genere spesso garrula e parziale.

Lei scrive che “Mani Pulite è stata la scoperta dell’acqua calda”. Tutti sapevano da decenni delle tangenti come forma di finanziamento ai partiti: l’appalto contro la ‘stecca’, fondamentale per pagare gli stipendi dei funzionari e le attività politiche, ma a volte anche per farsi la piscina dietro casa. Perché il bubbone scoppiò proprio allora?

Anzitutto era cambiato il quadro internazionale: con la dissoluzione del blocco sovietico gli italiani persero il timore – in realtà infondato già da tempo – che smettere di votare la Democrazia cristiana e le altre formazioni del cosiddetto ‘Pentapartito’ potesse consegnare il Paese al comunismo. Era finito il tempo, ben sintetizzato da Indro Montanelli nel 1976, del “turatevi il naso e votate Dc”. Così il consenso si disperse in nuovi rivoli – la prima affermazione della Lega Nord è proprio del 1992 – e il sistema partitico col suo correlato di corruzione non apparve più come qualcosa di monolitico e inevitabile.

Nel frattempo erano finiti i soldi: dopo un decennio passato a comprare il consenso attraverso la spesa pubblica, accumulando debiti esorbitanti, il sistema era divenuto insostenibile. I primi anni Novanta videro un’Italia in forte crisi, il governo del socialista Giuliano Amato dovette varare una manovra di rientro per 90mila miliardi di lire e imporre un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i conti correnti. In queste condizioni non si poteva più finanziare il patto corruttivo tra partiti e imprenditori, e alcuni di questi, sempre più alle strette, decisero di vuotare il sacco.

Lo fecero davanti a un personaggio ruspante, che non azzeccava una desinenza ma colpiva l’immaginario collettivo coi suoi modi di dire e la gestualità da popolano: il pubblico ministero Antonio Di Pietro, detto Tonino.

Di Pietro era una persona di estrema intelligenza e abilità, che riuscì a tener viva un’inchiesta nella quale all’inizio non credeva nessuno. Solo dopo, con le prime confessioni importanti, si costituì un pool di magistrati con culture e sensibilità politiche diverse, coordinati dal procuratore Francesco Saverio Borrelli: galantuomo di intelligenza e cultura superiori, vero civil servant capace di mediare tra le varie anime e frenarne le sbandate.

Ad aspettarli in corridoio c’eravate voi giornalisti. Anche voi, col montare degli arresti e degli avvisi di garanzia, costituiste un ‘pool’ per gestire la mole di informazioni e verificarle. Foste testimoni neutrali?

Eravamo giovani, appassionati, inesperti e un po’ manichei. Soprattutto, eravamo perlopiù persone di sinistra, convinte che il riformismo del Partito socialista avesse tradito il sol dell’avvenire e che taluni imprenditori fossero una caricatura della ‘Piovra’ vista in tv. L’inchiesta confermava le nostre convinzioni: se incontri una verità che coincide con quella che hai in testa, è difficile che ne cerchi un’altra. Col suo gusto per l’iperbole, non aveva poi tutti i torti Berlusconi quando diceva che i giornalisti sono tutti comunisti.

Scrive: “Eravamo eroi del nostro stesso fumetto”. È un mea culpa?

No, intendiamoci: il sistema della prima repubblica non lo hanno ucciso né i giornalisti né i giudici. Si è suicidato. L’idea del golpe giudiziario è una sciocchezza, l’Italia stava andando a pallino da anni, oberata dal debito e dalla corruzione. Questo non toglie che col senno di poi dobbiamo riconoscere limiti ed errori: avremmo probabilmente dovuto vedere la realtà da più lati, capire che dietro a ogni caso c’era una storia umana, spiegare meglio che c’è una bella differenza tra un indagato e un condannato, e tra chi prendeva soldi per il partito e chi se li intascava.

Il problema umano scoppiò col primo suicidio illustre, quello del deputato socialista Sergio Moroni. Prima di spararsi in bocca, scrisse: “Non credo che questo Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da pogrom nei confronti della classe politica”. C’entrano anche gli eccessi della carcerazione preventiva, dell’approccio ‘sbattiamoli in galera e canteranno’?

Anche in questo caso bisogna fare attenzione a non essere manichei. Da una parte è indubbio che vi fu un ricorso eccessivo al carcere come forma di pressione: in molti casi si sarebbero potuti prevedere i domiciliari. Però gli arresti soddisfacevano i requisiti di legge: pericolo di fuga, di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. In ogni caso, anche questa fu una conseguenza evidente di una magistratura che riempiva il vuoto della politica.

In che senso?

Fu la politica a ritirarsi dalle sue posizioni per debolezza e perdita di credibilità. Se avesse avuto ancora seguito popolare sarebbe stata abbastanza forte da ‘salvare’ i suoi e mobilitare la gente a manifestare per la liberazione. Ma ormai quella classe politica era screditata, e nel panico dell’indagine aveva perso anche qualsiasi senso di solidarietà interna. I politici erano paralizzati come lemuri di fronte agli abbaglianti di un’auto, convinti che restando immobili qualcun altro sarebbe finito sotto le ruote.

Questo spiega anche perché il famoso discorso di Bettino Craxi alla Camera – nel quale ricordava la complicità ai colleghi nella speranza di scatenare una reazione d’orgoglio collettivo – cadde nel vuoto. Però aveva ragione il ‘Cinghialone’: così fan tutti, la Dc prendeva i soldi da Washington e il Pci da Mosca, come poteva spezzare il loro giogo senza una lira?

La chiamata in correità del Parlamento aveva le sue ragioni. Ce le aveva anche il suo sforzo riformista, che in troppi all’epoca liquidarono come ‘fascista’: voleva riforme di sistema e un governo forte. Abbiamo poi visto quanto ciò manchi alla direzione del Paese, per il quale penso che l’amore di Craxi non possa essere messo in discussione. Ma questo non basta a nascondere la corruzione che si era sviluppata sotto la sua egida, la megalomania dei congressi con le piramidi e delle spese pazze. E poi l’errore finale: scappare in Tunisia, di fatto esortando gli italiani a non fidarsi di quello stesso Stato del quale fu presidente del Consiglio. Un uomo peraltro condannato, sarà bene ricordarselo, in tre gradi di giudizio su due diversi filoni processuali, quindi da sei diversi collegi giudicanti. Difficile liquidare tutto come un complotto.

Resta la vergogna delle monetine e degli sputi lanciatigli addosso all’uscita dall’Hotel Raphaël, il 30 aprile del 1993. Lei scrive che si vide “un po’ della ferocia di piazzale Loreto senza il retrogusto di sangue in bocca”.

Questo è uno degli antichi vizi degli italiani, che paiono fare di tutto per confermare i giudizi di un Ennio Flaiano o di un Leo Longanesi: prima ti leccano i piedi e poi ti sputano.

Dopo Craxi arrivò Silvio Berlusconi. Mica granché, come rivoluzione.

L’opinione pubblica italiana volle prendere come homo novus uno degli imprenditori più favoriti da Craxi e da tutta la prima repubblica. Gli italiani si erano stancati di Mani Pulite, che cominciava a toccare anche persone comuni, come loro. Da un momento all’altro si passò dalle fiaccolate davanti a Palazzo di Giustizia al mito del ‘nuovo miracolo italiano’.

L’ultima fase di Tangentopoli vide tra gli indagati proprio Berlusconi. Fu dopo l’ambiguo confronto col suo primo governo che Di Pietro lasciò il pool. Con quali conseguenze?

All’inizio Berlusconi tentò di fare col pool quello che il Milan faceva coi suoi avversari più forti: se non poteva batterli, se li comprava. Non riuscendoci con le offerte di cariche politiche, iniziarono il vittimismo e la delegittimazione sistematica dei magistrati. Questo spinse poi lo stesso Di Pietro ad alimentare la leggenda della ‘Mani pulite mutilata’.

Di Pietro giocò così la carta del revanscismo per farsi una carriera politica mediocre. Vittoria negata: la stessa storiella che gli italiani si ripetono dalla Prima Guerra mondiale.

E come sempre prelude a un’involuzione autoritaria e antidemocratica più o meno grave. Le braci si sarebbero poi riaccese con il primo grillismo, quello dei ‘vaffa’ e delle gogne di piazza. Ancora una volta si vede un Paese poco disposto a fare davvero i conti con se stesso e con le sue contraddizioni, come dimostra l’assenza di risposte politiche ai problemi emersi trent’anni fa.

A sinistra, quelli dopo Tangentopoli furono gli anni dell’antiberlusconismo: le stesse persone che cantavano i testi di Gaber e De André contro giudici e magistrati si risvegliarono manettare. Cos’era successo?

Col crollo del muro di Berlino la sinistra si trovò orfana di un’ideologia e di una risposta ai problemi del Paese alternativa a quella liberista, che anzi in larga misura finì per accettare. Per contrastare l’avversario si affidò allora a una magistratura ormai in aperto contrasto con Berlusconi, ma anche schiava di crescenti manie di protagonismo.

Le ‘toghe rosse’.

Anche qui la realtà è più sfumata. Magistratura Democratica, la corrente di sinistra dei giudici, nacque coi migliori propositi: rispondere a un sistema pavido e colluso, tale che ad esempio nel Dopoguerra siciliano tanti sindacalisti impegnati finivano ammazzati senza neppure un’indagine seria. Me lo raccontò Emanuele Macaluso, galantuomo comunista e vero riformista, che mi spiegò anche dove stava l’errore: quelle buone intenzioni diventarono giustizia di classe. A quella fase è seguita quella della fine dell’ideologia, con una degenerazione in senso cinico e personalista della corrente politicizzata della magistratura. Che però, attenzione, per quanto politicamente dominante e rumorosa è una minoranza rispetto ai tanti magistrati coraggiosi e onesti.

Oggi Mani Pulite sarebbe affrontata con più maturità?

Penso che con il tasso di ferocia che si vede in giro, sui social e non solo, e con gli influencer che prendono il posto dei giornali di fronte all’opinione pubblica, le conseguenze potrebbero essere anche peggiori. Tanto più che non ci sono partiti o corpi intermedi in grado di contrastare le derive di quella ferocia. O forse sono solo io, che divento più pessimista: invecchio.

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