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11.06.21 - 05:30
Aggiornamento: 15:14

La guerra del calcio, del borsch e delle canzonette

L’Ucraina mette la Crimea sulla maglia degli Europei, la Russia s’infuria e l’Uefa interviene. Ma Kiev e Mosca litigano anche a tavola e all’Eurovision

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La maglia dell'Ucraina con la mappa della discordia (Uaf)

Non sono solo canzonette. Ed è rischioso pure mangiarci qualcosa sopra. Tra Russia e Ucraina bisogna stare attenti proprio a tutto, a cominciare da cosa ci si mette addosso: ad esempio una maglia con sopra una mappa con dentro la Crimea. Questa è stata l’idea della Federcalcio ucraina in vista degli Europei che iniziano oggi. Idea che è piaciuta poco all’Uefa, che il torneo lo organizza, e per niente ai russi, per cui lo sport è politica sin da quando loro erano sovietici e gli ucraini erano fratelli, anzi compagni.

La guerra diplomatica tra Mosca e Kiev, è iniziata (parallelamente a quella vera, ancora in corso nel Donbass) nel 2014, con l’annessione della Crimea da parte della Russia durante i convulsi giorni della rivoluzione ucraina che portarono alla deposizione del presidente Viktor Yanukovich.

Il Cremlino fiutò la possibilità di strappare un prezioso pezzo di terra affacciato sul Mar Nero agli ucraini, e così fece, occupando la regione con dei paramilitari, poi con dei militari, infine organizzando un referendum-lampo (dichiarato subito illegale a Kiev) nella convinzione che la maggioranza degli abitanti, russi, avrebbe fatto il resto. Lo fecero.

Le mappe mutanti

Da quel momento la Crimea divenne uno dei tanti territori del pianeta il cui confine sull’atlante non era più così semplice da tracciare. Ne sanno qualcosa Apple e Google, che sulle proprie mappe online hanno iniziato a giocare su due tavoli, sfruttando l’ubiquità e l'ambiguità del web. Chi si collegava in Russia vedeva la Crimea entro i propri confini, chi si collegava in Ucraina pure. Per tutti gli altri una bella linea tratteggiata che voleva dire tutto o niente. Ai russi non bastò nemmeno quello, che chiesero tramite il ministero degli Esteri di fissare la Crimea dalla loro parte una volta per tutte, e il confine dal lato russo sparì.


La Crimea vista da Google Maps, senza confine con la Russia (Maps)

Kiev ha scelto una vetrina popolare come gli Europei di calcio per riaffermare il principio che la Crimea non è russa, bensì ucraina. L’Uefa si è trovata tra due fuochi. E dopo la segnalazione di Mosca e 48 ore di indecisione è arrivata a una soluzione che sa di compromesso: la maglietta con la Crimea può restare. A sparire deve essere la scritta dentro al colletto “Gloria ai nostri eroi”. L’equilibrismo è così fatto: i confini sulla divisa non sono graditi ai russi, ma sono quelli riconosciuti dalla comunità internazionale; la scritta invece richiama uno slogan politico e anti-russo urlato nel 2014 nelle piazze. Per l’Uefa – la stessa organizzazione che concede al Barcellona di giocare con una seconda maglia pressoché identica alla “senyera”, la bandiera indipendentista catalana – non si può fare politica durante le partite. Per lo stesso motivo, nel 2016, aveva punito l’Irlanda, scesa in campo in un’amichevole contro la Svizzera con un logo che celebrava la Rivolta di Pasqua di cent’anni prima.

I sorteggi pilotati

L’Uefa si barcamena con la questione russo-ucraina ormai da tempo. Durante i sorteggi delle sue competizioni viene fatto in modo che i club delle due nazioni rivali non s’incontrino, creando urne apposite. Ma nell’edizione 2014-2015 dell’Europa League stava per accadere l’inevitabile, con due squadre ucraine (Dnipro e Dinamo Kiev) e una russa (Zenit) qualificate ai quarti di finale. Fortunatamente per l’Uefa, solo il Dnipro arriverà sino alla finale, poi persa con il Siviglia.

Il governo ucraino ha impedito a più riprese ai suoi atleti di partecipare a gare in Russia. La serie di boicottaggi e dispetti incrociati è andata oltre i confini sportivi, arrivando sul palco dell’Eurovision nel 2016. A vincere quell’edizione, che si svolse in Svezia, fu la cantante ucraina Jamala con la canzone “1944”. Il brano rievoca la deportazione dei tatari di Crimea da parte di Stalin. E per i russi era fin troppo facile trovare una correlazione tra quei fatti e l’annessione di due anni prima.

Il regolamento dell’Eurovision non ammette canzoni apertamente politiche, ma Jamala spiegò che era solo una storia di famiglia legata all’esilio forzato della bisnonna. Il braccio di ferro, così come il concorso, fu infine vinto da Kiev. Ma i problemi più grossi dovevano ancora venire insieme all’edizione successiva, che – come da tradizione – fu organizzata dal Paese campione in carica.


Jamala, vincitrice dell'Eurovision 2016 (Keystone)

I boicottaggi all’Eurovision

I russi scelsero come propria partecipante all’Eurovision 2017 un nome non grato all’Ucraina, Julija Samojlova, che si era esibita in Crimea dopo lo scippo russo. Kiev la vide come una provocazione e non arretrò. A complicare le cose il fatto che Samojlova fosse malata e su una sedia a rotelle, il che diede ai russi il modo di attaccare con maggior vigore l’Ucraina, rea di usare una disabile per la sua guerra diplomatica. La direzione dell’Eurovision provò a mediare in stile Uefa: l’idea era di far esibire la cantante in collegamento dalla Russia. Mosca non accettò e alla fine si ritirò.

Nel 2019 è l’Ucraina a ritirarsi. Il processo di selezione – che tra i giudici vedeva anche Jamala, la controversa vincitrice di tre anni prima – passava anche per esplicite domande di stampo politico. La stessa emittente ucraina che trasmetteva il concorso (Ua:Pbc) aveva detto a chiare lettere che si riservava il diritto di cambiare il vincitore scelto dalla giuria o dal pubblico se a lei non gradito. Vinse la cantante Maruv, a cui proprio Jamala chiese un suo parere sulla Crimea. Dopo 48 ore, nonostante la patente di brava patriota ucraina in diretta tv, fu Maruv a rifiutare, perché il contratto prevedeva la cancellazione di tutti i concerti in territorio russo. Si passò così al secondo e al terzo classificato. In seguito al loro rifiuto, l’Ucraina comunicò il ritiro.

Lo scorso inverno l’ultimo (ormai già penultimo) round, quello culinario, sulla provenienza del borsch: la tipica zuppa acidula di barbabietole dell’Est europeo. Gli ucraini volevano candidarlo, in quanto piatto nazionale, come patrimonio Unesco; i russi nel frattempo lo spingevano per fare promozione turistica. Volarono i piatti, compresi quelli del servizio buono, con tanto di chef stellati, politici e diplomatici a incrociare le posate. La querelle è ancora in corso e ha tutta l’aria di non finire a tarallucci e vodka.


Il borsch, piatto tipico ucraino rivendicato anche dai russi (Wikimedia)

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