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06.05.21 - 19:38
Aggiornamento: 19:56

Nella Manica navi da guerra inglesi contro i pescatori francesi

Una diversa interpretazione delle regole marittime dell'accordo Brexit nell'isola di Jersey crea un'escalation tra Londra e Parigi. Ora via alla diplomazia

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La protesta delle imbarcazioni francesi nella Manica (Keystone)

I secessionisti da tenere a bada, la proposta di amnistia per i veterani che hanno ucciso civili in un pezzo di terra conteso, navi da guerra che salpano per raggiungere un isolotto della Manica occupato dai pescherecci francesi. Sembrano cronache di un altro secolo, e invece è il Regno Unito del dopo-Brexit, in guerra con tutto e tutti, perfino con se stesso.

Nel giorno delle elezioni scozzesi che potrebbero dare una spinta decisiva verso l’indipendenza da Londra, Boris Johnson gioca alla guerra con la Francia per una questione di confini marittimi figlia dell’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Dopo aver capovolto la battaglia con il coronavirus a colpi di vaccini e lockdown, il vulcanico premier britannico ci prende gusto e spara (per ora solo metaforicamente) al bersaglio grosso: la Francia.

Parigi si trova a gestire una situazione paradossale in tempi di pace. Già da qualche giorno doveva guardarsi sul fronte orientale, dove – per via di un gesto irrituale di un contadino o di un burlone – aveva visto restringersi i propri confini con il Belgio. Ma lì si tratta solo di una vecchia pietra spostata che, prima o poi, tornerà a posto. Nessun soldato, nessun carro armato, nessun comunicato guerreggiante da Bruxelles. Anzi.

Gli assi nella Manica

Sulla Manica si fa un po’ più sul serio: perché le navi sono vere, le proteste sono reali e gli effetti della Brexit sono tante micce pronte a esplodere qua e là, dove te l’aspetti - Scozia e Irlanda del Nord - e dove meno te l’aspetti: sull’isola di Jersey, una dipendenza della Corona britannica (come l’isola di Man) che però non fa ufficialmente parte del Regno Unito. L’isola, per la sua collocazione, è sempre stata un affare mezzo inglese e mezzo francese (fino al XIII secolo apparteneva al duca di Normandia), come dimostra il nome della capitale Saint Helier, decisamente francofono.

Negli anni il baliato (altro nome che sa di Medioevo, armature e ceralacca) di Jersey è diventato una curiosità turistica e soprattutto un paradiso fiscale. Insomma, qualche pirata a Jersey circola, eccome, ma atterra con il jet privato. E se arriva via mare arriva con un superyacht targato Cayman, non con il galeone e la bandiera con il teschio bianco in campo nero.

Tant’è, nelle acque di Jersey si è scatenato il putiferio per via di una diversa interpretazione del capitolo sulla pesca all’interno dell’accordo sulla Brexit. Stando alle carte, i pescatori francesi avrebbero accesso alle acque delle isole britanniche nella Manica fino al 2026, ma le barche devono dimostrare di aver operato nell’area già in passato. Jersey ha invece negato - negli ultimi giorni - la navigazione a decine di pescherecci, provocando un blocco navale da parte dei francesi: una flottiglia di oltre 60 unità si era infatti diretta verso il porto di Saint Helier al grido di “metteremo Jersey in ginocchio”.


Il tentato blocco navale dei francesi a Saint Helier (Keystone)

I pescatori hanno agito sentendosi in qualche modo protetti dal loro governo, che era arrivato a minacciare di tagliare l’elettricità all’isola: trovandosi infatti molto più vicina alla Francia che al Regno Unito, per i servizi essenziali, l'isola di Jersey dipende da Parigi. La risposta di Johnson alla minaccia di Macron è stata lapidaria: “Perfino i nazisti, lasciarono la luce accesa”, riferendosi all’occupazione durante la Seconda guerra mondiale. 

Escalation inevitabile da quel punto in poi. La Francia ha inviato due motovedette, Londra è arrivata addirittura a far salpare due navi da guerra, la Severn e la Tamar: nessun ordine d’ingaggio ovviamente, solo un pattugliamento come deterrente per i pescatori inferociti. La palla a quel punto è passata dal mare agli uffici diplomatici, con chiarimenti tra le autorità locali e i rappresentanti dei pescatori, teleguidati da Londra e Parigi. I colloqui sono stati definiti “positivi” dal ministro degli Esteri di Jersey, Ian Gorst, fiducioso di poter “iniziare ad affrontare nel dettaglio le questioni tecniche” relative all'applicazione del capitolo sulla pesca dell'accordo sul dopo Brexit.

I casi Scozia e Ulster

A quel punto, le imbarcazioni francesi si sono ritirate. Riposti cannoni e reti da pesca, la guerra - come prevedibile - si farà con le carte bollate. Secondo Parigi, la Gran Bretagna ha pubblicato una lista di sole 41 imbarcazioni francesi, su 344 che ne avevano fatto richiesta, autorizzate a pescare nelle acque di Jersey. Una lista, secondo il governo francese, accompagnata da nuove condizioni “che non sono state negoziate, discusse, né notificate in precedenza”.

La mini-crisi di Jersey, salvo colpi di scena, si risolverà. Ma intanto ha riaperto la discussione sulla difficile gestione della Brexit, che scappa di mano un po’ da tutte le parti, anche in territori ben più significativi. La Scozia aspetta domani l’esito delle urne: una vittoria schiacciante delle forze indipendentiste aprirebbe la strada a un nuovo referendum sull’uscita della Scozia dal Regno Unito: nel 2014 fallì e Londra si premurò a ribadire che per almeno un’altra generazione non se ne sarebbe più parlato. Ma i tempi cambiano e la Scozia sarebbe calorosamente accolta dall’Unione europea, creando un cortocircuito dentro un altro cortocircuito. A quel punto l‘Inghilterra metterebbe in campo ben più di due navi. Come se non bastasse, è venuto fuori il progetto di una maxi-amnistia per chiudere con un colpo di spugna tutti i processi legati ai Troubles dell’Irlanda del Nord, una misura che sembra favorire maggiormente i veterani unionisti rispetto ai nazionalisti cattolici che per Londra sono a tutti gli effetti dei terroristi. A Belfast non ne vogliono sapere, la stessa città che è ciclicamente in fiamme da un paio di mesi a questa parte perché c’è un accordo che ha complicato vite e coesistenze dagli equilibri già fin troppo complicati. Quell’accordo si chiama Brexit.

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