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Festeggiamenti per la riapertura di Santa Sofia quale moschea (Keystone)
Turchia
27.07.20 - 20:02
Aggiornamento: 21:55
Ats, a cura de laRegione

Turchia, dopo Santa Sofia gli islamisti chiedono il califfato

Sarebbe una nuova picconata all'eredità di Ataturk. Erdogan nicchia, ma a rischio c'è pure la convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne

Dopo Santa Sofia, il Califfato. Galvanizzati dalla riconversione da museo in moschea dell'ex basilica cristiana, monumento simbolo di Istanbul, gli islamisti turchi vanno alla carica.

Dopo il rovesciamento del decreto del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk, che 86 anni fa aveva sottratto Santa Sofia alle rivendicazioni religiose, nel mirino degli ultraconservatori c'è un'altra storica riforma del fondatore della Turchia contemporanea: l'abolizione nel 1924 del Califfato, eredità dall'impero ottomano.

'Campagna shock'

A lanciare la campagna shock è il settimanale Gercek Hayat, di proprietà del gruppo editoriale Albayrak, che controlla anche il quotidiano filogovernativo Yeni Safak. Sull'ultima copertina campeggia su sfondo rosso il titolo "Raduniamoci per il Califfato", accompagnato dall'occhiello "Se non ora, quando, se non tu, chi?".

Un appello al presidente Recep Tayyip Erdogan ribadito anche in inglese e arabo, a indicare un'ambizione su scala internazionale, rivolgendosi alla comunità dei fedeli musulmani nel mondo, la umma. "Ora Ayasofya (Santa Sofia) e la Turchia sono libere", recita ancora la copertina.

Il portavoce di Erdogan deve precisare: 'La repubblica turca è uno stato di diritto'

Pressioni che l'Akp di Erdogan non prende per ora in considerazione. Per frenare le polemiche è anzi intervenuto via Twitter il suo portavoce, Omer Celik. "La Repubblica turca è uno stato di diritto democratico, laico e sociale. Con queste caratteristiche - ha dichiarato - la Repubblica è il nostro terreno comune" e "durerà per sempre". La provocazione resta però preoccupante, tanto che l'ordine degli avvocati di Ankara ha presentato una denuncia per eversione costituzionale e istigazione alla violenza.

A rischio la convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne

In questo clima di revanscismo islamista, i timori di possibili passi indietro tuttavia non mancano. A rischio appare soprattutto la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ribattezzata Convenzione di Istanbul perché proprio nella metropoli sul Bosforo venne aperta alla firma nel 2011.

Un paradosso, visto che la Turchia fu il primo Paese a ratificarla, con un governo e un Parlamento anche allora guidati dal partito di Erdogan. Ma gli ambienti conservatori hanno comunque attaccato il testo, accusandolo di fomentare una visione ostile alla famiglia tradizionale. Rivendicazioni che fanno leva anche sull'annuncio della Polonia di volersi tirare indietro.

E Ankara, ha avvisato il vice-leader dell'Akp Numan Kurtulmus, non esclude di fare altrettanto. Le associazioni femministe sono sulle barricate. Dopo essere scese ieri in piazza in diverse città turche, migliaia di donne hanno aderito a un'iniziativa social in difesa della Convenzione, pubblicando la propria foto in bianco e nero per denunciare le violenze di genere.

Una mobilitazione cresciuta anche sull'onda dello sdegno per il brutale femminicidio la scorsa settimana della 27enne universitaria Pinar Gultekin da parte dell'ex fidanzato. Dopo il record negativo di 474 vittime del 2019, denuncia la piattaforma 'Fermiamo i femminicidi', dall'inizio dell'anno le donne uccise in Turchia sono almeno 155.

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