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21.07.22 - 15:36

La Bce alza i tassi d’interesse di mezzo punto

La Banca centrale europea non faceva ritocchi verso l’alto dal luglio del 2011. Annunciato anche uno scudo anti-spread

Ats, a cura di Red.Web
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Keystone

La Banca centrale europea (Bce) è intervenuta dopo oltre dieci anni con un rialzo dei tassi di interesse di mezzo punto percentuale. L’ultima volta era stato nel luglio del 2011. Di fronte ad un quadro economico preoccupante, con un’inflazione che si avvicina pericolosamente alla doppia cifra, l’istituto ha optato per una stretta monetaria decisa dello 0,50% anziché lo 0,25% che veniva accreditato fino a poco tempo fa. L’aumento del costo del denaro avrà ripercussioni dirette nella vita di cittadini e imprese nell’Eurozona, ma non solo.

Uno scudo anti-spread

La Bce ha anche annunciato uno scudo anti-spread, cioè una difesa contro i differenziali di rendimento fra i titoli di Stato dei vari Paesi. Si tratta dello "strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria" (Transmission protection instrument, Tpi): assicurerà che "l’orientamento di politica monetaria sia trasmesso in modo ordinato in tutti i Paesi dell’area dell’euro" ed "è un presupposto affinché la Bce possa adempiere al mandato di mantenere la stabilità dei prezzi".

Il Tpi avrà una potenza di fuoco negli acquisti di titoli che "dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria" e gli acquisti "non sono soggetti a restrizioni ex ante", prosegue la Bce.

Perché la banca centrale alza i tassi

Il tasso di interesse può essere definito come il principale strumento di politica monetaria di una banca centrale. Obiettivo primario della Bce è il mantenimento della stabilità dei prezzi, ovvero un’inflazione intorno al 2%. Quando l’inflazione sale oltre i limiti di guardia con tutte le conseguenze che ne derivano, prima fra tutte la perdita di valore dei risparmi, la banca centrale interviene aumentando il costo del denaro e, quindi, riducendo la disponibilità di moneta in circolazione. Questo significa meno spese, quindi meno domanda, ma anche meno investimenti, con il rischio di frenare la crescita pur di abbattere l’aumento fuori controllo dei prezzi.

Prestiti e mutui più cari

L’aumento dei tassi della banca centrale influenza il livello generale dei tassi d’interesse. Quindi il livello generale del costo del denaro. Se le banche dell’Eurozona pagheranno un costo maggiore per prendere in prestito denaro dalla Bce, alla fine anche i prestiti e i finanziamenti a tasso variabile (mutui) a imprese e cittadini saranno più costosi. Il parametro di riferimento per i mutui a tasso variabile è l’Euribor che, come gli altri tassi di interesse interbancari, è molto sensibile alla variazione del tasso Bce. Inoltre gli incrementi per cittadini e imprese potrebbero essere maggiori in alcuni Paesi, come l’Italia, se la banca centrale non eviterà il ritorno della frammentazione del mercato europeo già vista negli anni scorsi. Un segnale in tal senso è già arrivato dall’aumento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che misura, seppure in maniera approssimativa, il livello di rischio del Paese. Se per un mutuo il parametro di riferimento non è lo spread, ma l’Euribor, tuttavia uno spread maggiore indebolisce le banche, che sono così più prudenti a erogare i prestiti o li concedono a tassi maggiori.

Maggior costo del debito pubblico

Se i tassi salgono gli Stati che emettono titoli di debito per finanziarsi dovranno offrirli con interessi più alti, diversamente i mercati potrebbero orientarsi verso altri strumenti più redditizi. Questo potrebbe comportare un aggravio della situazione per quei Paesi già molto indebitati, ancora una volta come l’Italia, al netto di interventi della banca centrale, simili al già visto quantitative easing, per tenere bassi gli spread. Altra conseguenza è la perdita di valore delle obbligazioni emesse in precedenza, in quanto meno redditizie di quelle di nuova collocazione e, quindi, meno appetibili sul mercato.

Rafforzamento della moneta

Dalla stretta monetaria scaturisce anche un rafforzamento del tasso di cambio dell’euro che, al momento, ondeggia intorno alla parità con il dollaro. Proprio il rafforzamento del dollaro, al quale si è assistito in questi mesi, è conseguenza della serie aggressiva di aumenti dei tassi operata dalla Federal Reserve. Una moneta debole favorisce turismo ed esportazioni ma, al contrario, penalizza quei Paesi che importano molti beni, in particolare materie prime.

Rallentamento della crescita

Il rischio generalizzato di una stretta monetaria è quello di una frenata della crescita, dovuta a una contrazione dei consumi e degli investimenti da parte delle imprese. Ma, d’altro canto, va osservato come possano essere più gravi le conseguenze di una inflazione galoppante.

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