laRegione
11.03.22 - 16:53

Lo scenario più probabile è la stagflazione

Inflazione e recessione sono il mix atteso per l’economia svizzera se la guerra in Ucraina si protrarrà a lungo

Ats, a cura de laRegione
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Keystone
Il caro petrolio, se dovesse perdurare, è la chiave di entrata dell’inflazione

Zurigo – L’invasione russa in Ucraina e le sanzioni internazionali annunciate contro Mosca rischiano di pesare sull’economia elvetica: di fronte a una situazione geopolitica imprevedibile, la Banca nazionale svizzera (Bns) probabilmente non normalizzerà la sua politica monetaria, anche se l’inflazione dovesse aumentare.

"Non ci aspettiamo una recessione in Europa, a condizione che i prezzi del petrolio si stabilizzino dopo la loro impennata a circa 125 dollari (114 franchi al cambio attuale) e scendano di nuovo a circa 105 dollari entro la fine dell’anno", ha affermato Daniel Kalt, capo economista di Ubs, all’agenzia di stampa finanziaria Awp. Ma se il barile di oro nero dovesse salire permanentemente a circa 150 dollari, "una recessione sarebbe probabilmente inevitabile", ha aggiunto. Il petrolio West Texas Intermediate (Wti) nel primo pomeriggio si situava attorno ai 107 dollari, mentre il Brent a 111 dollari.

"Se il prezzo dell’oro nero dovesse rimanere a livelli elevati, potrebbe avere conseguenze significative per l’inflazione e la crescita globale", ha avvertito dal canto suo John Plassard, uno specialista di investimenti della banca Mirabaud. E "se il conflitto dovesse intensificarsi, il danno economico diventerebbe ancora più devastante", ha spiegato all’Awp.

Secondo Plassard, c’è un rischio di "stagflazione", ovvero una situazione nella quale si assiste sia a un aumento generale dei prezzi, sia a una mancanza di crescita economica in termini reali. "Determinare se ci stiamo avvicinando alla stagflazione, tuttavia, dipenderà dalla durata e dal potenziale stallo della guerra in Ucraina", ha precisato.

I primi segnali dall’Europa non sono rassicuranti, con le stime della Banca centrale europea (BCE) che tagliano la crescita al 3,7% per quest’anno (dal 4,2% indicato a dicembre) e rivedono al rialzo l’inflazione (al 5,1% contro il 3,2%).

Anche gli specialisti dell’istituto Bak Economics di Basilea hanno corretto al ribasso le previsioni congiunturali elvetiche a causa della guerra in Ucraina. Il forte aumento dei prezzi del petrolio sarà probabilmente una delle principali minacce per la crescita svizzera. Il prodotto interno lordo (Pil), dopo il crollo del 2020 (-2,4%) a causa del coronavirus, lo scorso anno ha registrato un effetto di rimbalzo progredendo del 3,7%. Per l’anno in corso, Bak Economics si aspetta una crescita del Pil svizzero del 2,6%, invece che del 3,1%. In Svizzera, l’inflazione a febbraio si è attestata al 2,2% su base annua. Stando agli economisti renani, per l’intero 2022 dovrebbe situarsi al 2,2%, contro lo 0,6% registrato lo scorso anno.

La Bns rimarrà a guardare?

Il forte aumento del valore del franco – che lunedì, per un attimo, ha raggiunto la parità con l’euro – non dovrebbe avere un grosso impatto sulla Svizzera. Secondo Burkhard Varnholt, responsabile degli investimenti presso Credit Suisse, la politica monetaria della Bns non varierà di molto.

L’istituto di emissione, che annuncerà le sue decisioni di politica monetaria il 24 marzo, non dovrebbe agire rapidamente sul mercato valutario, ha detto Varnholt. Della stessa opinione è anche Kalt: il capo economista di Ubs, che si attendeva un primo passo della Bns già a dicembre, è dell’idea che tale scenario "appare sempre meno probabile".

Confrontata con un franco che di recente ha raggiunto i massimi da oltre sei anni, la BNS lo scorso dicembre ha deciso di non spostare di un millimetro la sua politica monetaria, che rimane ultraespansiva. L’obiettivo continua a essere quello di garantire la stabilità dei prezzi e di sostenere la ripresa dell’economia svizzera dalle conseguenze della pandemia, aveva affermato l’istituto. In quell’occasione aveva anche sottolineato la sua intenzione di continuare a intervenire sul mercato dei cambi solo se necessario, ritenendo tuttavia il franco sopravvalutato.

Poche settimane più tardi la Bns aveva poi reso noto di aver ridotto significativamente i suoi interventi sul mercato dei cambi nel terzo trimestre del 2021. Tra luglio e settembre, l’ammontare era stato di 2,79 miliardi di franchi. Nel secondo trimestre del 2021, l’importo aveva raggiunto 5,44 miliardi di franchi, contro 296 milioni nel primo trimestre.

Il 2020 aveva raggiunto dei record in termini di interventi, in un contesto di forte apprezzamento del franco – quale valore rifugio – in seguito allo scoppio della pandemia da coronavirus. La Bns non era stata così attiva sul mercato dei cambi dopo l’abbandono del tasso minimo tra il franco e l’euro nel 2015.

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