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16.01.22 - 16:41
Aggiornamento : 17:04

La sindrome giapponese di Pechino

Il default del secondo più grande costruttore del Paese può essere una svolta che avrà conseguenze di lungo periodo sull’economia internazionale

di Federico Fubini, L’Economia

È stato anticipato per anni, atteso, a volte ritenuto a torto imminente. Ma se il momento della sindrome giapponese è arrivato in Cina, sulla scia del default del secondo più grande costruttore del Paese, questa può essere una svolta che avrà conseguenze di lungo periodo sull’economia internazionale e in parte anche sugli esportatori europei di beni di lusso e di investimento verso la seconda economia del mondo.

Quando starete leggendo questo articolo, il governo di Pechino avrà appena pubblicato le sue stime di crescita sul quarto trimestre e sull’intero anno appena passato.

E, almeno in superficie, tutto sembrerà andare secondo i piani: il prodotto interno lordo del 2021 dovrebbe avere superato senza troppa difficoltà l’obiettivo ufficiale del 6%, grazie in gran parte a un fortissimo rimbalzo nella parte centrale dell’anno, ma l’ultimo trimestre potrebbe essere stato molto vicino allo zero rispetto al precedente.

Soprattutto, sta succedendo qualcosa che in Cina non si vedeva da tempo immemore: i prezzi degli immobili e dei terreni sui quali sono costruiti stanno iniziando a calare. Non si limitano a rallentare il loro ritmo di crescita, si deprezzano.

I casi

Luigi Buttiglione di Lb-Macro osserva che nelle 70 città più grandi i valori immobiliari sono in ripiegamento da almeno sei mesi e in caduta, benché ufficialmente lieve, da novembre. Dal 6 dicembre Evergrande, che ha un’esposizione debitoria pari al 2% del Prodotto lordo cinese ed è il secondo costruttore del Paese, è ufficialmente in default. Ad accelerare la sua asfissia finanziaria sono state senz’altro le riforme volute da Xi Jinping, che hanno imposto criteri di credito molto più restrittivi per mettere un freno alla speculazione immobiliare. Evergrande è la più grande azienda mai fallita nella storia quarantennale del capitalismo cinese. Ma presto è divenuto chiaro che non era il solo colosso immobiliare in difficoltà. L’intero mercato internazionale del credito ormai è di fatto chiuso: inaccessibile per i gruppi cinesi che comprano terreni a debito e cercano di finanziare la costruzione di immensi centri residenziali vendendoli prima ancora di averli realizzati. Solo l’ultima settimana è stata una Via Crucis, per alcuni dei principali nomi del settore.

Il 13 gennaio è emerso con evidenza che in difficoltà si trova anche il più grande costruttore cinese, Country Garden, che non è riuscito a vendere nelle quantità annunciate un’emissione di debito convertibile. Intanto il terzo leader del settore nella Repubblica popolare deve gestire un congelamento dei suoi asset ordinato da un tribunale cinese mentre i suoi bond scambiano sul mercato di Shanghai ad appena il 47% del valore nominale. E persino il grande gruppo considerato fino a ieri più solido, Shimao, si prepara a chiedere di ritardare il rimborso di una scadenza debitoria da 183 milioni di dollari e ha un miliardo da rimborsare entro luglio.

In sostanza non è solo Evergrande il problema dell’economia cinese oggi. Quello che la sua crisi ha innescato è lo smottamento dell’intero settore immobiliare e del valore degli attivi. A prima vista, anche la Cina sta entrando dunque nella ‘sindrome giapponese’: alla fine degli anni 80 la bolla immobiliare nipponica era arrivata a un punto tale che un metro quadro di terreno a Tokyo valeva 350 volte più che a Manhattan e il palazzo dell’imperatore più di tutta la California. Poi l’incantesimo si spezzò, la bolla esplose e lasciò per decenni banche cariche di crediti inesigibili che avrebbero generato deflazione e due decenni perduti per la crescita.

Anche in Cina il debito totale non ha fatto che salire negli ultimi 12 anni, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, dal 139% del prodotto lordo nel 2008 al 289% nell’autunno del 2020 (e da allora sta facendo segnare la prima inversione di tendenza). E anche in Cina, come in Giappone durante il boom, il settore immobiliare è più importante di quanto si pensasse poco tempo fa: stime dell’economista di Harvard Kenneth Rogoff valutano a circa il 30% il suo contributo al prodotto lordo. Per quest’anno, non sarà facile centrare l’obiettivo ufficiale di crescita del 5%. Niente di tutto ciò significa che le autorità di Pechino commetteranno gli stessi errori di quelle di Tokyo trent’anni fa, quindi la tempesta potrebbe essere risolta in molto meno tempo e con meno danni.

Ma quel che conta è se questa crisi di crescita cinese può interessare anche l’Europa. E qui la risposta non può che essere affermativa, perché l’immobiliare cinese non è affatto uno spicchio dimenticato e ininfluente dell’economia mondiale: secondo una stima riportata da Bloomberg, il suo valore complessivo a prezzi correnti è di circa il doppio del mercato immobiliare americano che generò la Grande recessione nel 2008 e nel 2009. Molto probabilmente non arriveranno all’Europa le scosse dei default immobiliari cinesi in sé. Ma questa crisi potrebbe ridurre la domanda di beni di lusso dai più ricchi cinesi e quella di beni d’investimento legati al settore delle costruzioni. La strada della ripresa globale dopo Covid è tutt’altro che completata. E i fattori che mettono un tetto alla corsa dell’inflazione, anche in Asia, restano ancora saldamente al loro posto.

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