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10.01.21 - 15:18

Apple e Google, la gara dei 'frenemies'

In realtà le due giganti dell'high-tech dipendono l'una dall'altra e lavorano insieme

di Maria Teresa Cometto. L'Economia
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Gli 'amici-nemici' (Keystone)

Se cercate informazioni finanziarie su Apple sul sito del Wall Street Journal, al primo posto fra i concorrenti trovate la holding Alphabet che controlla Google. I due giganti mondiali dell’high-tech in effetti sono in diretta competizione su più fronti. Sul mercato degli smartphone, per esempio, il sistema operativo Android di Google è alternativo a quello dell’iPhone. E fra i browser il Chrome di Mountain View compete con il Safari di Cupertino. Ma dietro questa concorrenza ufficiale, in realtà Apple e Google lavorano insieme e dipendono una dall’altra per una buona fetta del loro fatturato e dei loro profitti. Sono frenemie, amici-nemici (friend+enemie), spiega Tim Higgins, l’esperto di tecnologia del Wsj. E la conferma è venuta dalla causa antitrust iniziata in ottobre dal ministero della Giustizia Usa contro Google. Grazie a un patto fra le due aziende della Silicon Valley, il motore di ricerca per default installato su tutti gli apparecchi di Apple è Google: quando i clienti del marchio della Mela fanno una domanda all’assistente virtuale Siri o la digitano su Safari, la risposta viene proprio dalla «rivale» Google.

I documenti

Secondo i documenti prodotti dal governo Usa, per mantenere questo accordo Google paga dagli 8 ai 12 miliardi di dollari l’anno alla Apple, il che equivale al 15-20% dei profitti dell’azienda di Cupertino. Dall’altra parte il traffico generato dal miliardo e mezzo di apparecchi attivi di Apple — dagli iPhone agli iPad, dai Mac computer agli Apple Watch — rappresenta quasi il 50% di tutte le ricerche via Google e quindi alimenta una buona parte del business pubblicitario di Alphabet. Il ceo di Apple, Tim Cook e quello di Google, Sundar Pichai — si legge fra l’altro nella causa Antitrust — si incontrarono nel 2018 per discutere come le due aziende potevano lavorare insieme per far crescere il fatturato alimentato dalle ricerche online. Dopo, un top manager di Apple disse al suo equivalente in Google: «La nostra visione è che lavoriamo come se fossimo una sola azienda». Il risultato — l’assoluto dominio di Google, che negli Usa controlla il 90% di tutte le ricerche e il 95% di quelle su apparecchi mobili — danneggia i consumatori, secondo il governo americano.

Quella visione in effetti era stata dichiarata pubblicamente nel 2007 dall’allora ceo di Google, Eric Schmidt. L’amicizia fra Google e Apple era nata quando era ancora in carica il fondatore di quest’ultima, Steve Jobs. Nel 2005 Schmidt era nel consiglio di amministrazione di Apple e firmò un accordo per posizionare il suo motore di ricerca come default sui pc Mac. Quando nel 2007 Jobs lanciò l’iPhone, sul palco della presentazione al suo fianco c’era lo stesso Schmidt che disse: «Abbiamo un sacco di relazioni fra i nostri due consigli di amministrazione. Se ci fondiamo potremmo chiamare l’azienda AppleGo?». Ma l’amicizia si guastò l’anno dopo, quando Google lanciò Android, il proprio sistema operativo per smartphone.

Nel 2009 Schmidt si dimise dal board di Apple, che nel frattempo aveva deciso di usare Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Non è chiaro quando Apple è tornata a usare Google come motore di ricerca sui suoi apparecchi, nè quanto valga esattamente l’accordo. Secondo gli analisti, da questo patto dipende una grande parte del business dei servizi di Apple, su cui l’attuale ceo Tim Cook punta molto per continuare a crescere, dopo che le vendite dell’iPhone hanno toccato il loro massimo el 2015.

I numeri

Il business dei servizi di Apple — dalla musica in streaming alla nuova tv — è stimato in 53 miliardi di dollari (nell’ultimo anno fiscale), più del doppio dei 20 miliardi raggiunti nel 2015. La fine dell’accordo potrebbe causare un crollo del 20% delle quotazioni di Apple, secondo Toni Sacconaghi, analista di Bernstein specializzato sull’high-tech. Per questo fioriscono speculazioni sulla possibilità che Cook sia alla ricerca di un accordo alternativo — come il ritorno a Bing — oppure stia sviluppando un proprio prodotto, magari attraverso l’acquisizione di DuckDuckGo, un piccolo motore di ricerca che, come Apple, enfatizza il valore della privacy per gli utenti. La causa federale antitrust — a cui si sono aggiunte simili iniziative legali di un gruppo di stati Usa — andrà avanti per anni prima di arrivare a una sentenza.

Le azioni legali dell’Unione europea, dopo anni, hanno imposto una multa di 9 miliardi di dollari a Google, senza tuttavia scalfire il suo business. Ma un eventuale divorzio obbligato da Apple potrebbe veramente creare problemi sia a Mountain View sia a Cupertino.  E così alla fine di dicembre la società guidata da Pichai ha depositato in tribunale la sua prima autodifesa: «La gente utilizza il motore di ricerca Google perché sceglie di farlo, non perché è costretta o non riesce facilmente a trovare alternative su Internet. Noi continuiamo a sviluppare, innovare e promuovere il nostro motore di ricerca come parte della nostra missione di organizzare le informazioni nel mondo e renderle universalmente accessibili e utili». La causa del governo Usa «non aiuta i consumatori in alcun modo — ha ribadito il ceo degli affari legali di Google, Kent Walker, in un blog —. Al contrario, favorirebbe artificialmente motori di ricerca alternativi di bassa qualità e renderebbe più difficile per la gente ottenere servizi di ricerca utili».

Apple non è l’unico «amico-nemico» dell’azienda di Mountain View. La causa Antitrust intentata da dieci stati Usa in dicembre cita documenti interni secondo cui nel settembre 2018 Facebook si sarebbe messa d’accordo per non competere con gli strumenti di pubblicità online di Google in cambio di un trattamento speciale da parte della stessa Google; inoltre le due aziende avrebbero deciso di cooperare nel rispondere ad eventuali azioni Antitrust. Entrambe le società negano di essersi comportate scorrettamente.  Google (Alphabet), Facebook, Apple, insieme a Microsoft e Amazon hanno continuato a crescere nel mezzo della pandemia e oggi valgono oltre 7 mila miliardi di dollari. Ma sul loro futuro pesa sempre di più lo scrutinio delle autorità Antitrust di tutto il mondo.

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