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L’intervista
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09.12.22 - 07:32
Aggiornamento: 10.12.22 - 08:14

Dietro le sbarre di ‘Ariaferma’

Silvio Orlando e Tony Servillo, carcerato e carceriere nel film di Leonardo Di Costanzo, a Venezia prima e a Castellinaria 2021 poi, ora in sala

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Keystone
Leonardo Di Costanzo

"È tosta stare in galera". "Tu stai in galera, io no". "Ah, non me n’ero accorto". Inizia con queste parole il rapporto che lega carcerato e carceriere, il camorrista Carmine Lagioia (Silvio Orlando) e l’agente Gaetano Gargiulo (Tony Servillo), nel comune destino contenuto in ‘Ariaferma’ di Leonardo Di Costanzo, undici potenziali David di Donatello, due effettivi: Orlando, premiato come Miglior attore protagonista, Di Costanzo, Bruno Oliviero e Valia Santella per la Migliore sceneggiatura originale.

Della sua Ischia ferita, in questo momento, il regista ischitano – lunghi tratti di vita parigina e attività documentaristica, un precedente David quale Miglior regista esordiente (‘L’intervallo’, anno 2013) e altri premi – preferisce non parlare. Parla il suo film transitato per Venezia fuori concorso prima, e per Castellinaria 2021, poi. Proiettata ieri in sua presenza al Lux di Massagno, questa storia di detenuti e agenti penitenziari bloccati dalla burocrazia dentro un carcere ottocentesco in dismissione, in un luogo poco ospitale non precisato d’Italia, è da oggi al Forum di Bellinzona, all’Otello di Ascona e al Multisala di Mendrisio.

Leonardo Di Costanzo: partiamo dal David?

Non mi aspettavo molto, o almeno non mi confessavo di aspettarmi delle cose... (ride, ndr). Ero già contento di avere ottenuto undici candidature, sapevo di giocarmela contro Paolo Sorrentino e Mario Martone, che sono amici, ed è sempre strano ritrovarsi in queste situazioni. Ci conosciamo, abbiamo gli stessi attori, Tony recita in tutti e tre i nostri film. Ed è stato molto carino che la sera prima della premiazione Paolo e la moglie Daniela abbiano organizzato una festa a Roma per le nostre troupe, per festeggiare in modo molto goliardico.

Il cinema napoletano vive un momento molto particolare: l’Oscar a Sorrentino non è troppo lontano nel tempo, Mario Martone rappresenterà l’Italia quest’anno. Che succede a Napoli che non succede altrove?

Napoli è di suo città del teatro e del cinema. Quel che accade di particolare adesso è che molte produzioni si realizzano interamente a Napoli. È qualcosa che va oltre il fatto che vi siano registi napoletani di successo. A Napoli si girano tante serie televisive, per strada ci si può imbattere in molti set. Mi ricordo quando Mario (Martone, ndr) fece il suo primo film, ‘Morte di un matematico napoletano’ (1992, ndr): oltre agli attori, non c’era un solo napoletano nella troupe. Oggi, tutte le professionalità, tutti i mestieri del cinema sono coperti da napoletani che non necessariamente devono spostarsi a vivere a Roma.

È una nuova scuola napoletana, quella di oggi?

Non credo si possa parlare di una vera e propria scuola, perché i registi napoletani arrivano da direzioni assai diverse le une dalle altre. Io sono cresciuto in Francia, Martone viene dal teatro. Anche questa è una forza, strade diverse, contenuti diversi, ingredienti diversi.

Contaminazioni, come la musica di Napoli...

Sì, penso sempre che le contaminazioni siano proficue. Alcuni grandi momenti del teatro napoletano, oltre a quello classico del quale Mario (Martone, ndr) è espressione alta, sono venuti dal confronto con le tradizioni provenienti dall’Europa e d’oltreoceano. Questa contaminazione riguarda anche il cinema italiano in generale, fatto di cineasti che hanno vissuto esperienze creative all’estero.

Ha definito il suo film "un sogno": in quali termini è tale?

Sentivo in me l’esigenza di un racconto che non fosse necessariamente naturalistico o realistico. Io vengo dal documentario, ho una grande fiducia nella realtà e nella sua capacità d’inventare storie, di essere storie. Per questo film, però, avevo bisogno di costruire un universo separato. Volevo che ‘Ariaferma’ non fosse un film sulle condizioni delle carceri italiane in questo momento, ma un film sulla condizione e sull’assurdità dell’esistenza del carcere. Al di là dell’esigenza di astrarre, però, tutto quello che succede nel film viene da storie che mi sono state raccontate e che ho raccolto durante il periodo di preparazione del film.

Dove? In quali strutture?

Ho incontrato direttori di 5-6 carceri, educatori, garanti dei detenuti; ho incontrato i membri dell’Associazione Antigone (associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, ndr), ho visitato San Vittore, brevemente il carcere di Poggioreale, quelli di Lecco e Varese. Ovunque mi sono stati dati input. A Lecco in particolare, dove ho incontrato il personaggio di Fantaccini.

Memori dell’ex camorrista in ‘Una vita tranquilla’, in ‘Ariaferma’ Tony Servillo ce lo si sarebbe aspettato un Lagioia, e il più pacato Silvio Orlando un Gargiulo: è stata una scelta quella d’invertire le ‘predisposizioni’?

Inizialmente, le indicazioni date loro erano che Tony avrebbe dovuto interpretare il detenuto e Silvio la guardia carceraria, ma mi sono subito reso conto che sarebbe stato per loro troppo semplice. Tony Servillo avrebbe fatto troppo Servillo e Silvio Orlando avrebbe fatto troppo Orlando. Ho cercato di metterli in crisi, perché il fuori ruolo è una bella sfida per un attore, ed è anche stato un piccolo tentativo di metterli un po’ alla pari dei principianti. Abbiamo lavorato tanto, Tony aveva un ruolo molto complicato, nei panni di un personaggio che cambia di continuo. Non smetterò mai di ringraziarlo per la fiducia, ho capito perché è un grande attore: è generoso e curioso.

Lei ha una predilezione e una lunga esperienza con attori non professionisti: com’è stato gestire i professionisti?

È stato bello, interessante. Sapevo che sarebbe stato un salto da compiere, sul quale bisognava riflettere. Ho immediatamente capito che dirigere attori non professionisti è una cosa e i professionisti un’altra. Non si possono chiedere le stesse cose, il testo ha un valore diverso. È stato un continuo interrogarsi, anche con l’aiuto di Silvio, Tony e Fabrizio (Ferracane, Franco Coletti nel film, ndr). Ogni problema nato lo abbiamo risolto piano piano, insieme.

La cena tra carcerati e carcerieri è uno dei momenti importanti del film, e porta con sé qualcosa di religioso. È la sua idea di redenzione?

È vero, mi sono reso conto molto presto che andava via via costruendosi una scena dal forte richiamo al cristianesimo originario. È la mia idea della colpa e del come fare per risolverla, come evitare d’inchiodare le persone per sempre alle proprie colpe. Questo riguarda non soltanto il carcere ma la comunità tutta, sempre. In situazioni complicate, in presenza di errori gravi, abbiamo davanti a noi la strada semplice, che è quella di chiudere e separare, e quella di cercare d’incontrarsi. Credo che, profondamente, l’uomo sia comunità prima che guerra, e la comunità è costruita sulla comunicazione e sull’ascolto dell’altro.

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