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07.12.22 - 10:45

Il ‘Boris Godunov’, una storia russa tra Puskin e Musorgskij

La stagione della Scala di Milano si apre con un’opera ancora attuale: la brama di potere, e la paura di perderlo, ritratte in prosa e, poi, in musica

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Boiardo, zar e parecchio altro

La brama di un potere che si fa tragedia, il terrore di perdere il potere stesso, il despota che cinta la testa con la corona da uomo si crede divino salvo poi cadere rovinosamente, il bisogno di redenzione, il popolo che va blandito, parla, mormora, si rivolta, ma che davanti al compimento del tutto – infine – "resta in silenzio". Presagendo, però, già il futuro.

Era il 1825 quando, in pieno romanticismo, Aleksandr Puskin traspose in dramma teatrale vita, morte e ben pochi miracoli dello zar Boris Godunov, al potere tra 1598 e 1605; era il 1868 quando Modest Musorgskij mise in musica, nella sua prima versione, il ‘Boris’; è oggi, 7 dicembre 2022, che con Riccardo Chailly sul podio la Scala di Milano apre la sua stagione con un’opera che più russa di così non si può.

Una storia russa

Partiamo con Puskin. Imparentato alla lontana e nelle grazie di Ivan il Terribile, Boris Godunov ‘studia’, muove le sue pedine, forse chissà compie un regicidio, finisce col trovarsi sul trono tra lo sconcerto della nobiltà moscovita. Qualche anno dopo, in una Cella del Monastero dei Miracoli, il monaco Grigorij sente una storia curiosa che gli farà cambiare presto nome e posto nel mondo: è una storia che comincia anni prima, quando Ivan il Terribile muore, si diceva. Il figlio Fëdor sale al potere ma è Boris, il cognato, a gestire da gran boiardo tutta la faccenda.

Non sono soli, c’è il piccolo Dmitrij, fratello minore di Fëdor, naturale erede al trono in quanto il primogenito non aveva figli. Un problema che – la storiografia però ancora dibatte – Boris risolve spedendo in esilio Dmitrij e famiglia, e facendolo accoltellare qualche tempo dopo, all’età di otto anni. E Grigorij? Grigorij aveva anche lui otto anni quando l’erede al trono venne ucciso, e in una notte decide di diventare quello passato alla storia come primo Falso Dmitrij, per poi sollevare popolazioni scontente e affamate tra Lituania e Polonia e muovere verso Mosca da usurpatore fingendosi naturale erede del trono occupato da un regicida.

La notizia arriva al Cremlino, e il Falso Dmitrij e Boris Godunov cominciano a ingaggiare un sottile duello psicologico a distanza, sul filo delle brame e delle ansie, della colpa e della dipendenza dal potere che ormai è talmente sviluppata da continuare a rigenerarsi da sola. Boris reagisce chiedendo nel dettaglio quale fu la fine del vero Dmitrij, se davvero fu sgozzato in esilio, cominciando a perdere lucidità. Grigorij ha trono e scettro nel mirino e in questo costante scontro a distanza a perdere è Boris, tradito da se stesso e dalla sua psiche che lo porta dall’apogeo alla morte, contro cui nulla può il bisogno di redenzione espletato nel monologo diretto al figlio.

Con l’usurpatore che entra in città e passa in un amen dai "Viva Dmitrij, viva il nostro padre" del popolo al medesimo popolo che "tace inorridito" davanti al suicidio di moglie e figlio di Boris e che, nella traduzione per Adelphi di Tommaso Landolfi, infine "resta in silenzio" quando gli viene chiesto di celebrare il nuovo zar. Il tutto in tre pagine.

Dal teatro all’opera

Veniamo a Musorgskij. Alcolista indomito, morì nel 1881 a 42 anni scolandosi una bottiglia di vino ottenuta dopo aver corrotto, coi soldi ricevuti dal fratello, una guardia dell’ospedale militare dove era ricoverato dopo un collasso – si narra dandosi del miserabile –, il compositore aveva tutto per essere ammaliato dal genio di Puskin: freschezza, estro, visione e tanta Russia in sé.

Il suo ‘Boris Godunov’ è un adattamento (spicca in questa rielaborazione la figura dell’Innocente) che ha come base di partenza il dramma teatrale e allo stesso tempo ricalca un’inquietudine tutta russa e tutta ottocentesca. Alla prima versione del 1868/1869 (il cosiddetto ‘Ur-Boris’, stasera alla Scala) segue la seconda del 1872, le cui rappresentazioni – con ampi tagli di una censura che si farà totale non molti anni dopo – portarono quasi a un linciaggio da parte della critica conservatrice russa dei tempi.

Altri si mostrarono più aperti. A salvare il ‘Boris’ e a farlo rappresentare ancora oggi sono stati due fattori. Il primo, l’acume del compositore Nikolaj Rimskij-Korsakov – amico e collega di Musorgskij – che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento modificò, affinò e ripulì molte sue partiture tra cui l’unica opera lirica, tenendolo quindi vivo. Il secondo è una progressiva riscoperta dell’autore, anche grazie a Claudio Abbado che nel 1979, e proprio alla Scala, restituì agli spettatori la versione originale del ‘Boris’.

Tempo dopo – correva l’anno 1997 e la geopolitica consentiva ancora di apprezzare e fare il nome di un monumentale direttore d’orchestra senza essere messi all’indice –, Valerij Gergiev incise con i musicisti e il coro del Mariinskij di San Pietroburgo le versioni del 1868/1869 e del 1872 in un solo cofanetto per cinque ore di musica.

Il ‘Boris’ oggi

E poi c’è il 2022, dove il ‘Boris Godunov’ è ancora attuale. Poco, davvero poco c’entra la guerra in Ucraina. Molto, davvero molto c’entra la condizione umana che non è invero cambiata granché. Il popolo – oggetto e mito, guida e bussola, spettro e banderuola – ha le redini degli umori di chi governa. E chi governa, in un modo o nell’altro, col popolo deve sempre fare i conti. Sono i tempi a essere diversi: dove la democrazia è riuscita a imporsi ha tolto il sangue e ha fatto prevalere altri tipi di tatticismi, comunque orgoglio e tratto di una classe politica raramente orientata al bene comune – al popolo – ma all’autoconservazione.

Anche tacendo, come alla fine del ‘Boris’ di Puskin, il popolo però resta lì. Guardiano, informe, pettegolo, a volte egoista. Con tutte le sue debolezze, si mostra più forte di un potere che se non gestito può far cadere da solo anche uno zar. Un popolo che in Puskin, tacendo dopo la proclamazione del Falso Dimitrij, probabilmente sa già che dieci mesi dopo le ceneri dell’usurpatore unite alla polvere da sparo saranno infilate in un cannone e sparate simbolicamente verso quella Polonia da cui aveva mosso la sua sedizione. E che, al suo posto, zar diventerà quel boiardo Sujskij così furbamente ondivago con Boris Godunov. E quanto si potrebbe andare avanti.

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