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07.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 16:02

Un’unica lingua in Svizzera! E scoppia la rivolta. Ma per finta

Una mattina sul set di ‘Bon Schuur Ticino’, film svizzero di Peter Luisi che si sta girando nel Locarnese. ‘Amo le commedie e gioco con i cliché’

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Luca ramelli/Ticino Film Commission
Il regista svizzero Peter Luisi e alcuni momenti delle riprese a Locarno di ‘Bon Schuur Ticino’

"And… action!" e si leva un coro di ferroviaria memoria. "Giù! Le mani! Dalla nostra lingua!" urla un gruppo di manifestanti che sfila una, due e tre volte, in una via di Città Vecchia. C’è chi ha il volto mascherato, chi brandisce cartelli di protesta; chi addirittura agita un forcone e chi spinge una carriola piena di quelli che paiono cubi di granito. Dopo un certo spaesamento iniziale, passanti e curiosi che assistono alla scena capiscono che il gruppo di manifestanti è minaccioso per finta. Fanno parte della sessantina di comparse impiegate in ‘Bon Schuur Ticino’, film svizzero di Peter Luisi che dal 4 al 14 settembre si gira in varie località del Locarnese, portando a sud delle Alpi circa quaranta persone.

Ha scelto Locarno e i dintorni perché la regione è notoriamente meta di molti turisti svizzero tedeschi?

Anzitutto volevo una città di una certa dimensione, né troppo grande né troppo piccola – ci dice il regista zurighese, incontrato tra un ciak e l’altro –. Avevo pensato a Lugano, ma ho scelto Locarno perché si adatta meglio alla storia.

È difficile non cadere nei luoghi comuni, o ha scelto proprio di usarli come mezzo narrativo?

Di norma, quando si gira un film, si cerca di evitare i cliché. In questo caso quando stavamo scrivendo il film, abbiamo cercato quanti più luoghi comuni possibili sulle tre regioni linguistiche svizzere e abbiamo provato a giocarci; a maggior ragione perché in una commedia si prova a enfatizzare certe realtà, che è ciò che abbiamo provato a fare.

Ci può svelare uno dei cliché sul Ticino?

Beh ovviamente il fatto che faccia sempre bel tempo – ride –. Poi che la gente è cordiale, le persone cucinano insieme, ad esempio la torta di pane, e che si va a mangiare al grotto. Cose così.

Ritiene sia oggi necessario ricordare, in questo caso attraverso un film, quale sia l’essenza che ‘fa’ la Svizzera?

Lo scopo del mio film è far divertire. Ci sono film, specie quelli di Hollywood, le cui storie potrebbero essere ambientate ovunque. ‘Bon Schuur Ticino’ invece è molto svizzero e rappresenta una realtà che noi conosciamo: le varie lingue, le differenti culture, i luoghi comuni appunto. Tutti sappiamo che a scuola si devono imparare più lingue, che se guardiamo i canali nazionali di una regione diversa, non sempre capiamo. E che in occasione delle votazioni emergono differenze anche notevoli. Ma questa è la Svizzera, gli svizzeri lo sanno e la amano.

Un’unica lingua sarebbe una risposta, in ottica di una maggiore comprensione reciproca?

No, no, ovviamente no. Credo piuttosto che sia una gran brutta idea – ride –. Nel film ci chiediamo "cosa succederebbe se accadesse questo?". Una delle particolarità della Svizzera è che ogni cittadino può farsi promotore di idee anche ‘pazze’ e ci siamo detti che quella di una lingua unica, per assurdo, sarebbe una di queste idee.

Perché una commedia?

La maggior parte dei miei film sono commedie, è un genere che amo molto. Provo a girare film che a me piacerebbe vedere al cinema e nel mio caso sono pellicole divertenti, con una bella storia. Un messaggio può anche esserci, ma resta secondario rispetto al divertimento.

I PROTAGONISTI

Beat Schlatter: ‘Recitare è rendere credibile perfino un’utopia’

Girato anche a Zurigo, Berna e Ginevra ‘Bon Schuur Ticino’ racconta degli effetti di ‘NO BILANGUE’, iniziativa che prevede si parli una sola lingua nazionale nella Confederazione. L’approvazione dell’iniziativa scuote la Svizzera e manda in crisi parecchi cittadini. Uno di loro è Walter Egli (lo zurighese Beat Schlatter), che lavora per la Polizia federale ed è la persona incaricata di garantire che il passaggio al monolinguismo avvenga in modo corretto. Egli si deve recare in Ticino, accompagnato da un partner che parla un’altra lingua, per vedersela con un gruppo che oppone resistenza al monolinguismo. Una delle prime ‘esperienze’ come attore suo malgrado fu proprio in Ticino «Ero un bambino, mio papà aveva una camera super 8. Non so più dove fossimo quando insieme ai miei familiari ci aveva fatti sbucare da un angolo di una via. Doveva essere una scena spontanea, non lo era stata per nulla», racconta divertito Schlatter. «Appena si arriva in Ticino, si avvertono emozioni diverse che ovviamente richiamano alle vacanze. Però il fatto di essere qui per lavorare, non mi consente di visitare o scoprire la città e i dintorni come gradirei. Non sono neanche riuscito ad andare alla Madonna del Sasso, dov’ero salito quando mio papà era morto». Per il 61enne, comico e cabarettista tra i più noti in Svizzera, recitare «è far credere a una storia, per quanto assurda possa sembrare. L’arte, di un attore e di un regista sta nell’essere verosimili sempre, senza mai far sentire allo spettatore che si sta raccontando un’utopia».

Catherine Pagani: ‘Quante emozioni, sono a casa’

Capobanda dei manifestanti, che trascina con tanto di megafono, è la ticinese Catherine Pagani. Nata e cresciuta a Lugano, se ne intuisce la (mezza) origine italiana dalla parlata in dizione. «Ho il passaporto svizzero – ci spiega senza apparentemente soffrire il caldo settembrino, nonostante i pesanti panni di scena – ma anche nonni e zii toscani, così come la mamma. Ho preso da lei, non ci posso fa’ nnulla».

Contattata dal regista che l’aveva vista in un lavoro del ticinese Vanja Tognola, ha una lunga esperienza soprattutto in rappresentazioni teatrali a Zurigo, dove si era trasferita anni addietro per imparare il tedesco «Non son più ripartita». Cantante e ballerina di talento, è al suo primo film. «Un sogno diventato realtà, perché sono cresciuta con i film. Da sempre amo in particolare quelli che ti danno da pensare e ti lasciano un po’ così. ‘Bon Schuur Ticino’ tratta anche di ungerechrigkeit (lo dice in tedesco, ndr), di ingiustizia, perciò il mio è un ruolo che mi calza abbastanza bene. È chiaro che il nostro cantone sia mooolto amato dagli svizzero tedeschi (le tre ‘o’ sono sue, ndr), ma ritengo importante che il Ticino emerga maggiormente e venga mostrato in vesti che non siano solo legate alle vacanze. Da ticinese orgogliosa quale sono, sono fiera di aver ricevuto questo ruolo». E recitare in Ticino – conclude prima di essere richiamata sul set, dove sta rimontando la protesta contro il monolinguismo, con i manifestanti guardati a vista da poliziotti in tenuta di sommossa – è «un’emozione fortissima: sono a casa».

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