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11.07.22 - 10:30
Aggiornamento: 15:29

Tutti come Ulisse (camminando con Franco Piavoli)

Un’idea ‘sinfonica’ di fare cinema, non teatrale. Tra ricordi anche locarnesi, incontro con l’89enne regista

di Ugo Brusaporco
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Franco Piavoli premiato da Paolo Micalizzi, Fedic (Federazione italiana dei Cineclub)

È facile guardare la sera una falce di luna e accorgersi di una strana e stonata musica che sotto il cielo canta e invita a ballare. Non è un film di John Ford e non ti aspetti di veder entrare in scena un John Wayne sporco di polvere dopo una infinita cavalcata. Siamo nel basso Lago di Garda, lungo il Mincio oggi sterile e vuoto, odiato anche dalle zanzare assetate più di acqua che di sangue. Non era così nel 1962 quando Franco Piavoli, regista amatore più che amatoriale, girava ‘Domenica sera’ raccontando con poesia un mondo oggi scomparso, quello di chi arrivava in motocicletta e scendendo dal mezzo ancora caldo si sistemava con il pettine i capelli prima di lanciarsi in pista a ballare con quella che forse un giorno sarebbe diventata fidanzata e poi moglie, o forse lo sarebbe stata dell’altro, quello dall’occhio più chiaro e dal capello meno nero. Franco Piavoli attento scienziato dell’essere umano che scandaglia con quella macchina 8mm trovata casualmente in treno una sera tornando dall’università. Con quella stessa macchina da presa, l’anno dopo girerà un altro capolavoro, perché Chaplin e prima Griffith hanno insegnato che i cortometraggi sono capolavori anche più grandi di un lungo e Méliès oggi è un esempio per tutti. Lui gira su un treno e alla stazione di Milano ‘Emigranti’, un incredibile film che coglie il senso compiuto del problema, la disperazione e la speranza di chi migra, la nostra borghese indifferenza. E questo è un tema che mai lo abbandona, nella sua concezione di uomo come essere migrante per essere compiuto.

Franco Piavoli fu a Locarno fuori concorso con ‘Nostos il ritorno’ e tornò nel 2002, in concorso, con il non compreso ‘Al primo soffio di vento’, il cui titolo è una citazione dei versi delle Argonautiche di Apollonio Rodio. E già queste sono tracce dell’uomo che andiamo a incontrare, tracce della sua cultura, l’Odissea e Apollonio Rodio. Tutto dopo i corti: dove era cominciato? "Era cominciato con ‘Il pianeta azzurro’ nel 1982 al Festival di Venezia. Erano altri tempi, oggi il fisico non mi aiuta, mi sento fuori dal tempo, allora ero fuori dagli schemi. Tutti cercavano film narrativi, teatrali, io sconvolgo l’idea non racconto, seguo un’idea sinfonica, loro sono all’espressione medievale, di un teatro vecchio".

Sessant’anni dopo

Ci guarda con i suoi 89 anni, siamo a Montecatini all’incontro della Fedic (Federazione italiana dei Cineclub), lui era in quello di Brescia quando iniziò. Qui lo premiano sessant’anni dopo il suo primo riconoscimento, lui si guarda intorno, chiede: "Non c’era nessuno di voi allora?". Paolo Micalizzi, direttore del Festival, lo guarda: "Io ho solo 84 anni". Piavoli sorride, nella sua mente passano i film, lui che si sente sempre un Ulisse che torna a trovare la sua Penelope, che si chiamava Nevia ed è morta affondando anche la loro Itaca. Questa è la vita: "Nevia era la mia ragazza e lo è stata per diverse stagioni, era l’azzurro del ‘Pianeta azzurro’, era le stagioni della vita e dei miei film, era quello che abbiamo vissuto, l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia, non di più, non oltre". Continua: "È stata lei, con la sua naturale spontaneità, con il suo senso dello stupore a spingermi a lasciare l’idea teatrale del fare cinema, che è quella cui siamo abituati dalle serie televisive, dai Matrix e dagli Indiana Jones, dalle Guerre Stellari a Netflix, per puntare a un’idea sinfonica dove tutte le voci, tutti i suoni, tutto concorresse a un’idea unica che non è una monodia medievale cantata da frati e suore ma, laicamente, la gioia sinfonica". Questo ci conduce a ‘Nostos’? Risponde: "Si in ‘Nostos’ uso varie lingue antichissime, prebibliche, accadiche e i suoni diventano messaggi internazionali, un viaggio in un atavico suono. E questo succede in tutti i miei film, una ricerca sinfonica. Purtroppo ha vinto il linguaggio teatrale, più facile per l’utente televisivo e di internet. Dovete pensare che io parto dal Classico e ho studiato le varie forme del greco, come l’attico e il dorico. Nei miei film è chiaro anche come, insieme con il linguaggio, è importante il mio pensare a questa umanità omicida e fratricida. Nasciamo crudeli e violenti, ed è per questo che nei miei film c’è sempre una componente amorosa".

Le sue pellicole sono tutte ambientate in campagna, nella sua campagna tra Garda e Mincio da ‘Il pianeta azzurro’, ‘1982’, a ‘Voci nel tempo’, ‘1996’ e ‘Al primo soffio di vento’, ‘2002’, e anche ‘Nostos’ e i corti. Si sente un po’ un poeta contadino? "No non sono un contadino, ma un uomo di campagna, il mio nume è Lucrezio e credo che il mio aver fatto cinema sia stato un bisogno di scrivere il mio De rerum natura, con un’umanità e un ambiente completamente diversi, e non so se migliori".

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