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Teatro
03.07.22 - 12:19
Aggiornamento: 15:29

Il regista britannico Peter Brook è morto

Fra i maestri della drammaturgia del Novecento, Brook è deceduto all’età di 97 anni a Parigi, dove si era stabilito da metà anni Settanta

Ansa, a cura di Clara Storti
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Keystone
Il regista al Festival di Venezia nel 2012

Peter Brook, uno dei maestri della drammaturgia del Novecento, è morto sabato 2 luglio a Parigi. Il regista britannico aveva 97 anni e dal 1974 viveva in Francia. Lo ha riferito ‘Le Monde’.

Nel teatro del XX secolo è stato uno dei più grandi, sulla vetta della drammaturgia in prosa, ma guidato anche da una profonda vena di sperimentalismo. È stato lui l’inventore degli spazi disadorni. Maestro indiscusso, artista visionario, Brook ha segnato indelebilmente la storia del teatro mondiale.

Brook negli anni era passato anche dal Ticino, nei teatri Dimitri (a Verscio) e San Materno (ad Ascona). A Verscio aveva presentato la prima svizzera di ‘The prisoner’ – "un abbagliante ragionamento su punizione, libertà, giustizia, redenzione e fuga" –; il Teatro Dimitri è anche stato coproduttore dello spettacolo "Why?", prodotto dal Théâtre des Bouffes du Nord.

"Lo spirito, questa materia immateriale impossibile da giustificare e da mostrare, è l’unica giustificazione per l’evento teatrale", ha sempre affermato Brook, nato a Londra il 21 marzo del 1925.

Basterebbe ricordare il suo ‘Marat-Sade’ di Weiss a metà anni Sessanta e poi il colossale ‘Mahabarata’, spettacolo per Avignone del 1985 poi divenuto anche film e recentemente graphic novel. "La corda tesa è l’immagine che meglio rappresenta la mia idea di teatro", dichiarava, aggiungendo "non voglio insegnare nulla, non sono un maestro, non ho teorie".

Superare il diaframma fra vita e arte

Per lui l’importante è sempre stata l’impressione, far scattare la fantasia, che più è libera, più è essenziale e forte il punto di partenza. Brook si è sempre impegnato per riuscire a far scomparire in scena ogni artificio, per far sì che il diaframma tra la vita e l’arte venisse superato, praticamente annullando il concetto di finzione davanti alla rivelazione di una verità esistenziale profonda.

Così con lui il teatro diventava esperienza intima collettiva di vita, perché "quando un gruppo di persone è riunito per un evento molto intenso, che deve esprimere tutto ciò che in poesia un grande autore può dare, lo spirito diventa tangibile come è tangibile che quest’impressione non si può avere in solitudine e il suo senso per tutti è che la vita può essere vissuta".

Quella di Brook è stata una vita nel e per il teatro, sin da quando era ragazzo: a 18 anni ha firmato la sua prima regia e si è anche fatto notare come interprete delle opere di Shakespeare, tanto da diventare direttore del London’s Royal Opera House, prima, e nel 1962 della Royal Shakespeare Company, dove ha affiancato ai classici una serie di opere moderne e lavori sperimentali ispirati in particolare al "teatro della crudeltà" di Artaud, come il celeberrimo "Marat-Sade" di Peter Weiss e ‘Us’, lavoro che faceva riferimento alla violenza della guerra in Vietnam e si concludeva "scandalosamente" con un segno forte, bruciando viva una farfalla.

Parigi, Mahabharata, Mal d’Africa

Trasferitosi in Francia nel 1970, a Parigi il regista ha fondato il Centre international de création théâtrale, dove – sotto l’influenza di Grotowski e del Living Theatre di J. Beck – si prova nella sperimentazione di possibili applicazioni teatrali di un linguaggio non significante, improvvisato e massimanente gestualizzato. Ha quindi viaggiato a lungo in Africa, improvvisando spettacoli in posti sperduti. Una volta rientrato a Parigi, Brook ha fondato Les Bouffes du Nord. È allora che il maestro ha iniziato a pensare e a lavorare – soggiornando in India – al ‘Mahabharata’ del 1985 che è diventato uno spettacolo poetico di nove ore, allestito in una cava di pietra, la cui fonte è il poema epico indù in settantamila versi in sanscrito sull’origine del mondo, la sua confusione e la sua incertezza.

Da allora non ha più smesso di girare il mondo con i suoi spettacoli, da quelli ironici, giocosi e malinconici legati al suo mal d’Africa come ‘Sizwe Banzi est mort’ di Fougard o ‘The suit’, riduzione scenica di un romanzo del sudafricano Chan Themba. Indimenticabile è la sua ‘Carmen’, un’invenzione soprendente realizzata nel 1986 e andata in scena sulla terra, gli spettatori sul palco e solo nelle balconate, alla ricerca dello spirito autentico del personaggio di Prosper Mérimée.

Spazio scenico vuoto, il senso con corpo e voce

Una maniera di pensare e creare teatro che è culminata, quasi come un testamento, nel 2011, quando al Piccolo Teatro di Milano ha portato sulla scena il suo ‘Flauto magico’ mozartiano. Vagheggiato per anni, la pièce è fiaba simbolica, lieve e profonda, una summa esemplare delle teorie e del teatro di Brook, del suo spazio scenico vuoto in cui l’intuizione porta a distillare il senso dell’opera attraverso il corpo e la voce degli attori di tutte le culture.

Un lavoro portato avanti fino all’ultimo come la sua sesta volta appena nel novembre 2021 a Solomeo, in Umbria, con ‘La tempesta’ rivisita alla sua maniera, con una regia invisibile e assieme accuratissima nei particolari, in coppia con Marie-Hélènee Estienne.


Keystone
Nel 1990 a Zurigo, in preparazione della rappresentazione de ‘La tempête’ di Shakespeare

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