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Strumentisti ucraini dai 12 ai 22 anni, dal vivo ieri pomeriggio all’Eurovision Village
Culture e società
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11.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 17:06

In taxi all’Eurovision Village, villaggio di pace

Ode ai tassisti, inesauribile fonte di aneddoti; ode a Oksana Lyniv e alla Youth Symphony Orchestra of Ukraine, dal vivo all’Eurovision Village

Nel mondo del giornalismo, quella del guidatore di taxi è una figura molto importante e un tantino sottovalutata. Quando di mattina non sai di cosa scriverai la sera, il tassista diventa una musa ispiratrice. Una musa ispiratrice col tassametro, ma sempre ispiratrice. Le muse ispiratrici, è noto, non chiedono soldi perché sono finanziate direttamente dall’arte; i tassisti invece lavorano in proprio e chiedono dei soldi. Ma le informazioni che da essi si ottengono senza maggiorazioni della tariffa valgono bene una corsa (a parte per quelli che non accettano la carta di credito).

"In questi giorni è pieno di gente. Meno male, perché Torino è una città morta. Due anni di pandemia, cos’altro doveva succedere?". F., nome noto alla redazione così come noto è il nome del suo veicolo (una città e un numero, un classico del tassismo), ci conduce in riva al Po dove sorge il Parco del Valentino, un piede nel centro storico e uno nel fiume. F. è un torinese anomalo, non tifa né Toro né Juve, è milanista da parte di padre e gli piace il bel gioco. "Ne carico tanti di calciatori, ma non ci tengo alla foto o all’autografo. Me n’è capitato uno che prima di pagare mi ha chiesto lui stesso se volessi la foto o l’autografo. Gli ho detto quant’era e che non serviva altro". Vale anche per i cantanti. "Ecco, quelli dicono un paio di cose in più che le solite due" (magari erroneamente, il calciatore viene spesso collegato a due concetti base. Uno è il pallone. L’altro è nominato nella canzone lettone). "Una sera è salito Gigi Proietti. S’è messo a parlare in romanesco, abbiamo discusso della differenza tra i tassisti di Torino e quelli di Roma. Poi mi ha scritto due righe di suo pugno, molto belle. Mica gli dicevo di no".

E poi c’è il cantautore. "Quello non l’ho caricato io, ma un mio collega che andava matto per lui. Ha tutti i dischi, è stato ai suoi concerti un milione di volte. Il teatro era davanti alla zona taxi: io vedo che è lui, il mio collega anche; saliamo in auto, il cantautore guarda nel mio finestrino, io a gesti gli dico "quello dietro", e lui sale col mio collega che lo porta all’albergo. Prima che scenda, gli chiede un autografo, e quello gli risponde: "La prossima volta". Hai capito? "La prossima volta". Come se a uno gli capitasse d’incontrarlo una volta a settimana. Ma cosa gli costa a certa gente? Fanno il mestiere che fanno perché noi gli comperiamo (comperavamo, ndr) i dischi, andiamo ai loro concerti…". ‘Viva l’Italia’, verrebbe da dire. Quel cantautore l’amiamo tutti, ma si dice sempre sia meglio averci a che fare col giradischi di mezzo (gli indizi ci sono tutti, chi vuole capire capisca).


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‘Dobbiamo creare, non distruggere’

F. ci lascia al Parco del Valentino, sede dell’Eurovision Village, più brevemente detto ‘Eurovillage’ o ‘Village’. Del turquoise carpet – il tappeto rosso, ma turchese – svoltosi domenica scorsa restano le stelle dei cantanti dipinte in terra, ma la natura è più fotogenica: la terrazza sul fiume, il maneggio della Polizia di Stato, dove galoppano i cavalli poliziotti, i murales della ‘Botanical Rhapsody – Urban Art Hall of Fame’, la gioventù che si cimenta silenziosa nel giuoco della palla e, più giù verso il Po, le anatre che girano tra le panchine, ti fissano negli occhi e in quei tratti somatici di anatre ci vedi il lavoro di tutti i chirurghi estetici del mondo.

C’è tanta pace al ‘Village’. Lunedì notte i Negrita ci avevano fatto un gran baccano, ma di mattina il parco è tornato parco. Nel tardo pomeriggio poi, lo street food si rianima, la capannina con il merchandising dell’Eurovision riapre e si possono comperare i tre diversi modelli di t-shirt ‘Paolo’, ‘Lorenzo’ e ‘Giuseppe’, soluzione marketing un po’ svizzero-tedesca. Anche il palco riapre. L’Accademia dei folli, compagnia torinese di musica e teatro, chiude il suo set con ‘Il disertore’ di Ivano Fossati e prepara il terreno ai giovani musicisti della Youth Symphony Orchestra of Ukraine diretti da Oksana Lyniv. Ensemble di strumentisti tra i 12 e i 22 anni, tra di loro c’è chi sotto le bombe ha perso la casa, o lo strumento; accolti come rifugiati, sono tornati a suonare insieme da poco. "Dobbiamo creare, non distruggere", dicono incontrando la stampa. "In Ucraina abbiamo una grande cultura che ha bisogno di essere conosciuta. Se il nostro Paese vincerà l’Eurovision, l’anno prossimo sapremo organizzare una grande edizione".

Al Village parla per loro Nadia Antentyk, giovane giornalista di Europhonica Italia, progetto di volontariato nato nel 2015 dalla collaborazione tra i circuiti delle radio universitarie italiane, francesi, spagnole e portoghesi, esteso poi ad altri paesi Ue. Lo scopo: informare sui principali temi di politica europea in maniera completa e alla portata di tutti. "Siamo fortunati a vivere qui e non ce ne rendiamo conto", dice Nadia dal palco. "Viviamo in un posto in cui i valori europei sono dati per scontati: libertà, uguaglianza, democrazia, rispetto dei diritti umani, delle minoranze, stato di diritto. In questi giorni dobbiamo tornare indietro, studiare nuovamente gli accadimenti del passato per capire come siamo arrivati a un’altra guerra". "L’Unione europea ha tanti problemi, ma ci difende". Il tempo di uno ‘Slava Ukraïni!’, il tempo di zittire, con grazia, il brusio tipico dei concerti rock, e il gesto di Oksana Lyniv muove finalmente l’ensemble.

Inno alla gioia

Mezz’ora e qualche occhio lucido più tardi. «È stata la prima donna a dirigere un’orchestra al Festival di Bayreuth, è una cazzuta», dice un’appassionata della classica con lo smartphone in mano; «Vada a guardarsi la sua pagina Facebook. Politicamente non si risparmia. Vorrei farmi un selfie con lei, dei cantanti non mi frega niente ma faccio fatica a farmi credere!». Come i fan sul retro del teatro, come i cacciatori di foto e di autografi di cui sopra, impediti da una zelante responsabile della comunicazione che l’orchestra ucraina la chiama ‘coro ucraino’ (forse la confonde con il Coro femminile di Stato della Televisione bulgara), ci facciamo bastare mezz’ora di musica e l’Inno alla gioia finale, dentro un prato di giovani imbandierati e famiglie abbracciate; nel centro, poco sotto il palco, un’unica bandiera ucraina dietro la quale si mettono in fila fotografi professionisti e improvvisati in cerca dello scatto ‘iconico’, come si dice oggi. Gli applausi sono quelli degli open air, le facce sono quelle dei film tristi. Quelli tristi, ma che finiscono bene, vogliamo pensare.

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