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Resy Canonica
06.04.22 - 16:56

Il giornalista Gianluca Grossi porta il suo racconto a teatro

Debutta giovedì a Chiasso e venerdì a Bellinzona ‘La Città’, spettacolo su come non si possa dare nulla per scontato

Una città; un evento che stravolge la vita dei suoi abitanti; un uomo, Max, e una donna, Tea, che si confrontano a distanza: lui ha in mano la vita di lei, può decidere se continuerà a vivere o se dovrà morire.

È qui che ci porta ‘La Città’, spettacolo musico-teatrale scritto dal reporter Gianluca Grossi che debutterà giovedì 7 aprile alle 20.30 al Cinema Teatro di Chiasso, con replica venerdì 8 alle 20.45 al Teatro Sociale di Bellinzona.

‘La Città’ è prodotto dall’Associazione musica nel Mendrisiotto. «Danilo Boggini, fisarmonicista oltre che docente, è venuto con una proposta da parte del violoncellista Claude Hauri di Musica nel Mendrisiotto: realizzare uno spettacolo teatrale in musica» ci ha spiegato Grossi. La proposta è stata ovviamente accettata, visto che stasera ci sarà il debutto; meno ovvie le motivazioni: «Ho un’idea fissa: che il mondo non si racconta mai abbastanza. Il giornalismo è una forma che il racconto del mondo può prendere, ma non è l’unica forma possibile. E il teatro è una di queste forme, una forma con cui non mi ero mai messo alla prova».

Sul palco del sociale avremo quindi i due personaggi, Tea e Max, interpretati da Margherita Saltamacchia e Massimiliano Zampetti, più un narratore – lo stesso Gianluca Grossi – che porta avanti il racconto e propone qualche tema, qualche idea su cui riflettere». E il violoncellista Claude Hauri, il violinista Anton Jablokov e il fisarmonicista Danilo Boggini perché, ha aggiunto Grossi, «lo spettacolo vuole rappresentare la convivenza tra la parola e la musica». Non un semplice accompagnamento sonoro, quindi, ma delle musiche, scelte da Hauri e Boggini, che «hanno la funzione di tirar fuori dalle parole ciò che le parole non ci dicono più». Perché – e qui Grossi anticipa una riflessione che il narratore farà durante lo spettacolo – «siamo abituati a leggere e ascoltare delle parole che descrivono il reale o esprimono qualcosa che abbiamo dentro, ma queste non sono in grado di fermarci quando stiamo per fare qualcosa di impensabile. Perché una parola è capace di descrivere uno scatenamento come quello che colpisce la Città, ma non può fermarci quando stiamo per fare qualcosa che non avremmo mai pensato di essere in grado di fare?».

Come mai un fotoreporter cerca questa forza nella musica e non nelle immagini? «Ci saranno alcune immagini, in questo spettacolo. Ma l’immagine in fondo è come la parola: da una parte è un atto descrittivo della realtà, una restituzione della realtà» che però di nuovo ha perso parte della sua forza. L’obiettivo di ‘La Città’ è sfruttare l’interazione con le musiche e i personaggi «per rivelare ciò che l’immagine è capace di restituirci». In particolare, due cose: «Innanzitutto l’idea che la vita nei nostri confronti è capace di tutto, è capace di metterci di fronte a tutto, non c’è nulla di impensabile a questo mondo e quindi, dal momento che le due cose vanno di pari passo, anche che noi siamo capaci di tutto. E poi portarci ad accettarci per quello che siamo e per quello che facciamo o che non facciamo, perché la nostra vita è fatta non solo dalle cose che decidiamo di fare, ma anche da quelle che non decidiamo di fare».

Un altro aspetto interessante, prosegue Gianluca Grossi, «che credo emerga dal rapporto tra i due personaggi, dalle scelte musicali e dalle fotografie è che al mondo tutto avviene nello stesso istante, la tragedia con la commedia, il sorriso con il pianto, fatti terrificanti e fatti che ci ridanno speranza, la vita e la morte. Tutto questo avviene in simultanea».

Due personaggi, un narratore, la musica: eppure lo spettacolo prende il titolo dal luogo, ‘La Città’ che è sconvolta da "qualcosa" di non meglio precisato ma che, pensando a quello che accade in Ucraina, è facile assimilare alla guerra. «Potrebbe essere la guerra ma anche qualcosa d’altro» ha precisato Grossi. «Avevo scritto questa pièce prima della guerra in Ucraina e anche prima della pandemia – che ha fermato il progetto e portato a rielaborare il testo». La città «è un luogo di relazioni, è dove prende forma la nostra vita. Nello spettacolo su questa città improvvisamente si abbatte un cambiamento che nessuno ha visto arrivare e al quale nessuno, all’inizio, vuole credere: passerà? È un incidente? È qualcosa di temporaneo?». Poi gli abitanti si abituano e scoprono «che quello che si è abbattuto sulla città non è innaturale, ma è qualcosa che avevano dentro come una possibilità». Tra di loro, appunto, Max: un impiegato d’ufficio come tanti che tuttavia acquista qualcosa – Grossi non precisa cosa – «che lo rende potente, che gli dà controllo sulla vita degli altri e in particolare di Tea». È un cambiamento che Max per primo fatica a gestire: «Ma come è possibile che io abbia fatto questo, che io sia diventato questa persona?». E Tea? «Vive lei stessa in questa città e non capisce come mai lei, che si ritiene una ragazza sveglia, attenta alle cose, lontana dall’idealizzare la natura umana, non si sia accorta di tutto questo, di questa cosa che si è impossessata della sua città e della sua vita». Tea entra in relazione con Max, «un dialogo che si basa sulla consapevolezza che lui ha in mano la vita di lei, che può decidere di ucciderla o di lasciarla vivere». Questo dialogo la porta a capire una verità «abbastanza rivoluzionaria»: la vita che davvero cambierà, qualsiasi decisione Max prenderà, non sarà quella di lei, ma quella di lui.

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