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Nella Sala Teatro sabato 9 aprile alle 16 e alle 20.30, e domenica 10 aprile alle 16
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04.04.22 - 05:30

‘50 Years’ al Lac, i Mummenschanz dietro la maschera

Guidati da Floriana Frassetto, l’unica rimasta dello storico, la compagnia a Lugano il 9 e 10 aprile per il 50ennale: David Labanca ne fa parte

Fosse un disco, lo si chiamerebbe ‘Greatest Hits’, dove le hit sono le maschere d’argilla, gli individui con le facce di carta igienica, i giganti d’aria, l’uomo tubo e altri oggetti e forme che compongono quel centinaio di creazioni unicamente visive che hanno reso celebri i Mummenschanz nel mondo. In ‘50 Years’, nella Sala Teatro del Lac sabato 9 aprile alle 16 e alle 20.30, e domenica 10 aprile alle 16, la Poetessa del silenzio Floriana Frassetto guida la celebrazione di una rivoluzione iniziata mezzo secolo fa a Parigi, quando insieme a Bernie Schürch e Andres Bossard pose le basi di una poetica non verbale destinata a diventare un classico a base di maschere e corpi, davanti a un minimalistico sfondo nero.

Bossard non c’è più dal 1992, Schürch ha abbandonato le scene nel 2012, Frassetto è restata al timone di un ensemble che oggi include Christa Barrett, Kevin Blaser, Tess Burla, Sarah Lerch, Oliver Pfulg e David Labanca. Affidiamo a quest’ultimo le parole ufficiali dei Mummenschanz. Milanese d’origine, nato a Tuttlingen, Germania, in Svizzera dal 2007, forte del suo Bachelor of Arts in Physical Theatre completato nel 2010, David Labanca ‘muove’ le maschere dei Mummenschanz da tre anni. Classe 1985, già attore nella Compagnia Teatro Dimitri e ballerino nella Compagnia Teatro Danza Tiziana Arnaboldi, Labanca ha esordito nel 2014 all’Origen Festival dei Grigioni. Dal 2019 lavora come coreografo al Cirque Toamême di Friburgo e per il Varietè dell’Accademia Teatro Dimitri.

David Labanca, che significa essere un Mummenschanz?

Significa essere attore fisico, mimo, manipolatore di oggetti e di maschere per una compagnia che ha alle spalle una lunga storia, un lungo percorso. Essere un Mummenschanz vuol dire anche essere interprete di qualcosa che è esistito prima che io nascessi, nel mio caso. Anche per questo, come attore è un vero onore. Mi ritengo anche uno studioso del teatro, e dunque si provi a mettersi nella condizione di chi viene a contatto con una delle compagnie più conosciute nel mondo del mimo, una realtà avanguardista che negli anni ’70 fece cose che nessuno aveva mai fatto e il cui approccio all’arte del mimo e della maschera resta oggi del tutto originale. Per noi che li conoscevamo già è come entrare a fare parte della storia, è lo studio fatto dall’interno, è materiale didattico da vivere in prima persona.

In quanto attore fisico, ciò che mi stimola molto sono i diversi approcci espressivi nell’arte della rappresentazione, non soltanto l’arte del mimo o del teatro convenzionale, ma anche la danza, l’acrobazia. E fino a che non ti ritrovi dentro queste maschere, quando vedi live i Mummenschanz la domanda è sempre la stessa: "Ma come funziona questa cosa? Ma come fanno? In quanti sono? In cinque? In dieci?".

Prima di divenirne parte, come hai conosciuto i Mummenschanz?

La prima immagine risale ai tempi del mio secondo anno alla Scuola Dimitri a Verscio. Nell’aula maschere, qualcuno aveva appeso una foto-poster del celeberrimo numero del ‘clay face’, quei visi di argilla che si manipolano e cambiano forma, numero che eseguiamo ancora. Fu la volta in cui mi chiesi: "Wow, ma questi chi sono?". Alcuni allievi svizzeri e docenti mi fornirono qualche informazione e io mi guardai un video ‘random’ dei Mummenschanz negli Stati Uniti, per poi scordarmeli completamente. Fino a che un ex-compagno di scuola iniziò a lavorare per la compagnia, dandomi l’occasione per andare a vederli per la prima volta dal vivo.

E si arriva all’incontro con Floriana Frassetto…

Un incontro piacevolissimo. Forse perché entrambi con sangue italiano nelle vene, ci siamo capiti subito. Già in occasione del casting mi sono ritrovato in un ambiente molto accomondante, mi sono sentito tranquillo, quasi già membro della compagnia sebbene non fossi stato ancora scelto. E ci siamo entrambi divertiti, pur con tutte le mie difficoltà, non avendo esperienza in questo campo, di capire come funzionano le maschere che lei ha creato.

Come si viene destinati al singolo numero, come viene assegnata la singola maschera?

Il mio primo lavoro per i Mummenschanz, ‘You & Me’, è stato di pura interpretazione. Divido il mio ruolo con Kevin Blaser, che già faceva parte di questa compagnia. Siamo stati scelti in base alle nostre capacità ma anche in base alla nostra taglia. Io e lui ricopriamo spesso il ruolo che ai tempi fu di Andrés. Nel lungo elenco di numeri non creati tout nouveau, i numeri d’interpretazione e di ripresa dall’iconica lista, veniamo scelti proprio in base alle nostre caratteristiche fisiche che s’avvicinano più ai due ruoli principali di André, Bernie e Floriana.

Come si espleta, invece, il lavoro di creazione?

In base a un processo di scambio d’idee e di ‘affinità’: la maschera inventata in ‘You & Me’ da Kevin, per esempio, è il piatto di una batteria e viene dal suo essere percussionista. E in apertura di spettacolo si vedranno una serie di numeri nuovi, idee arrivate soprattutto da Floriana per darci anche l’opportunità di metterci del nostro. Perché pur essendo ‘50 Years’ soprattutto un grande lavoro d’interpretazione e reinterpretazione, anche in questo interpretare e reinterpretare Floriana ci concede un certo margine di libertà interna, non certo per destrutturare il numero, ma per arricchirlo. Credo che anche in questo stia uno dei segreti della longevità di questa compagnia.

Altri segreti?

Mettersi al servizio di queste maschere, perché la magia si crea proprio nel momento in cui, come attore, sei all’ascolto della maschera, della manipolazione che stai fornendo, di quel che stai comunicando al pubblico. E solo con una grande disponibilità d’interpretazione si può andare ogni volta in scena. Serve, infine, anche un ascolto particolare: soprattutto in alcune maschere, si deve entrare e capirle, per avere cognizione di cosa si vede da fuori.

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