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La recensione
30.03.22 - 11:30
Aggiornamento: 15:35

Chiara Dubey, il cielo in una stanza (dell’arte)

Notte di ‘Constellations’ a Chiasso, nella consueta valida fusione tra pop, classica ed elettronica

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Chiara Dubey

C’è Chiara Dubey nel Cinema Teatro trasformato in ‘Stanze dell’arte’, titolo della rassegna. È alla musicista e compositrice e cantante, sita geograficamente tra il Ticino, Zurigo e Londra, che ci affidiamo, certi anche noi che, come dice lei a Chiasso prima di cominciare, nessuno può far finta di non vedere cosa succede «poco fuori dalla porta di casa». Ma il tentativo di evasione, la fuga controllata dalla realtà in un sabato sera diverso dagli altri sono leciti e inevitabili rifugi mentali dentro spazi fisici chiamati ‘teatri’.

‘Choral of Thoughts’, strumentale fresco di pubblicazione, apre quest’altra data del tour di ‘Constellations’, dall’omonimo album d’esordio ‘puntellato’ di tanto in tanto da inediti successivi alla sua uscita, come la composizione d’apertura o quella della temporanea chiusura, ‘The Stranger’. Lo strumentale e la canzone sono parti a sé di uno stesso intero – l’album – ma anche proiezione futura di quel che da Dubey arriverà.

Facendo il verso ai cantautori e all’evento, ‘Constellations’ è un cielo in una stanza in cui scie luminose sono i dodici capitoli del disco, da ‘Find Time’ a ‘Souls’, con in mezzo alcuni punti fermi che scaldano la sala – ‘Wonder’, ‘The Hunt’ – e quel piccolo punto nel cielo chiamato ‘Age’, varco d’accesso all’universo Dubey. ‘Constellations’, idealmente, inizia anni fa, con l’autrice pancia in su a guardare le stelle, entrando e uscendo da quel ‘Parallele Universe’ di cui si canta nel disco.

La penombra, ancor più che la luce, esalta le composizioni; la voce di Chiara è la traccia pulita di un disco ben mixato, il minimale diventa fondamentale nel quintetto d’archi a lei caro, e nel pianoforte di Silvia Pellegrini. È così, tra le suggestive luci a LED sulle assi del palco, che una volta ancora classica, pop ed elettronica si fondono. Dopo l’uscita e il rientro, nel rispetto del rituale sacro del bis, a spegnere la volta celeste, a chiudere la stanza dell’arte, è ‘Bella sera’, brano in italiano di quando una Dubey teenager sfiorò l’Eurovision. Qualche anno dopo, ben vengano l’internazionalità, la lingua inglese e la nebbiolina nordica; ma ben venga anche, anzi verrebbe, una Dubey in lingua italiana. Anche solo – rubando ancora ai cantautori – "per vedere l’effetto che fa" (effetto che a noi pare bellissimo).


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