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L’intervista
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17.03.22 - 08:15
Aggiornamento: 19:43

Dietro questa maschera c’è Giorgio Panariello

Citando Renato Zero, ‘La favola mia’ è il nuovo spettacolo, giovedì 24 marzo al Palacongressi: ‘Noi comici, pacifisti dell’anima’

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Giorgio Panariello

Non si può prescindere dalla filosofia da spiaggia di Mario il bagnino, dai neologismi della signora Italia, da Merigo, l’ubriacone che c’è in ogni paese, da Nando, l’impresario che c’è ovunque ci sia la gente di spettacolo; non si può prescindere da Naomo, parodia spietata di Flavio Briatore e del jet set, dal bimbo Simone e dall’adulto Sirvano, sputasentenze con poca voglia di lavorare. Dalla pandemia a questa parte, per dire di Giorgio Panariello, insieme a personaggi assurti a maschere nazionali, finanche quelli più ‘local’, non si può più prescindere nemmeno da un libro intitolato ‘Io sono mio fratello’ (Mondadori), nel quale l’artista toscano racconta di sé come mai prima d’ora. Di sé e del fratello Franco, entrambi abbandonati dalla madre, ma con Franco protagonista di una storia tutt’altro che da prima serata e dal tragico finale. Storia scritta in modo onesto, toccante e senza fronzoli, e che fa capolino nel nuovo show.

In arrivo a Lugano, Panariello attinge dal ‘suo’ Renato Zero, del quale fu copia spiccicata e ancora è all’occorrenza, per intitolarci lo spettacolo che giovedì 24 marzo arriva al Palacongressi all’interno della stagione del LAC (in collaborazione con My Nina Spettacoli, prevendite su www.biglietteria.ch, www.luganolac.ch). ‘La favola mia’ è lo show dei bilanci di vita, perché – lo dice anche il libro – "ti accorgi di essere anziano quando arrivi alle biografie, quando leggi le vite degli altri significa che stai facendo un bilancio della tua". E a questo punto la cosa ci riguarda tutti. ‘La favola mia’ viene da un manifesto dell’artista – Zero, nello specifico – e degli artisti in generale contenuto in ‘Zerolandia’, l’album di ‘Triangolo’. È lì, in quel brano del 1978 che apre il disco, che si trova il riassunto dello spettacolo di Panariello e insieme il significato del mettere piede su di un palcoscenico: "Ogni giorno racconto la favola mia / La racconto ogni giorno, chiunque tu sia / E mi vesto di sogno per darti se vuoi / L’illusione di un bimbo che gioca agli eroi".

"Dietro questa maschera c’è un uomo", recita il ritornello. Possiamo riassumere così il senso del suo ‘La favola mia’?

È proprio così. Questo è uno spettacolo concepito prima della pandemia, nato per essere celebrativo della mia carriera e dei miei sessant’anni. Poi l’isolamento, lo stare in casa, e tutta la situazione generale mi hanno fatto pensare a uno spettacolo che potesse essere l’occasione per raccontare un po’ di più di me. A questa età, in fondo, ci si guarda sempre un poco indietro, s’inizia a fare qualche bilancio. Ecco il perché del titolo, che è intanto un omaggio a Renato Zero, la cui imitazione mi ha dato la popolarità a livello nazionale. E poi c’è la concomitanza con le parole che lei ha appena citato, "dietro questa maschera c’è un uomo e tu lo sai", un dire di me stesso dietro le maschere, un raccontare i miei personaggi non mostrandoli e basta, ma spiegando come e dove li ho conosciuti, cosa stavo facendo in quel momento. E con quel pretesto, raccontare la mia storia da quando ero alle scuole medie in avanti.

A proposito di scuole medie. In ‘Io sono mio fratello", lei scrive: "Mi chiudevo in bagno per ore, non per fare quello che di solito fanno in solitudine i ragazzini a quell’età, ma per intervistarmi"…

Sì, con la spazzola della nonna in mano come microfono. Sebbene non sapessi esattamente perché facessi questa intervista, dentro di me qualcosa mi diceva che era quel che avrei voluto fare nella vita. Anche il fatto di mettere la mia firma su banchi e quaderni, dappertutto, credo fosse il sintomo di una prova d’autografo. Come Valentino Rossi che a nove anni cavalcava una piccola moto, io sentivo dentro il mondo dello spettacolo. Qualcuno lo percepisce più tardi, io l’ho percepito prima.

‘Io sono mio fratello’ è un racconto molto più che autobiografico: quanto costa raccontarsi in questo modo o, eventualmente, quanto le è stato utile?

Tantissimo. Chi ha letto il libro sa che mi sono portato dietro e mi porterò nella tomba un senso di colpa nei confronti di un fratello più sfortunato, che non ha potuto essere adottato come accadde per me, perché i miei nonni avevano già altri cinque figli. La sfortuna ha voluto che Franco arrivasse un anno dopo di me e che i miei nonni sentissero che non ce l’avrebbero fatta a crescere anche lui. Per quanto poi si evinca che non è colpa mia se le cose sono andate in quel senso, ma perché era destino che andassero così, il senso di colpa nei suo confronti è rimasto, per l’avere lui avuto una storia completamente differente dalla mia, assai più brutta. Quel libro è servito tanto e così anche questo spettacolo, che mi ha consentito di ragionare a distanza. Sembra un racconto triste, ma l’ho voluto impostare con leggerezza, è una storia che si segue bene, della quale si capiscono i contenuti e i contorni senza che si debba andare via dal teatro con la tristezza dentro. Sono i contenuti di una favola che, come tutte le favole, ha il suo lato dark, il suo orco o il suo lupo cattivo, che nel mio caso è la vicenda di mio fratello sì, ma pure le nostre condizioni economiche, disastrose almeno sino a un certo punto, sino a quando è cominciato a girare il vento e ho potuto realizzare quella favola.

Le va riconosciuto, cito ancora dal libro, il suo coraggio di "barattare la solidità per diventare aria", prendendosi dei rischi e accettando, nel momento più difficile, che gli amici le facessero la spesa…

La mia è la storia di tanti navigatori che affrontano acque sconosciute per capire cosa ci sia al di là di esse piuttosto che starsene qui ad accettare quel che viene dato loro. Devo dire, senza troppo lodarmi, che se c’è una cosa che ho azzeccato nella mia vita è stata proprio quella di lasciare un posto sicuro come l’elettricista navale al cantiere, che mio zio mi aveva permesso di avere, per andare a lavorare in una radio nella quale mi pagavano quel che potevano. La mia scuola, la mia formazione vengono da lì. Debbo molto a quella scelta.

Nella vita, scrive lei, servono sempre "pazienza, determinazione e un po’ di culo"…

Sì, lo sostengo da sempre. Fino all’età di quarant’anni avevo fatto belle cose, avevo vinto concorsi, e con Carlo Conti già facevamo cose carine. Avevo i miei personaggi, ma non era ancora successo tantissimo. Volendo dare una classificazione artistica, ero ancora uno da ‘Fascia C’ (ride, ndr). Nel mio caso, la fortuna fu quella di aver fatto uno spettacolo al Teatro Parioli di Roma dove venne a vedermi l’allora direttore di Rai 1 Agostino Saccà, che in quel periodo non aveva alcun ruolo nella tv di Stato ma mi disse: "Se un giorno io dovessi tornare in Rai, tu sarai una delle prime scelte che io farò". E così fu: dopo un anno, Saccà diventò direttore di Rai 1 e arrivò ‘Torno sabato’. Quindi sì, ci vuole anche ‘quello’. Dico sempre a tutti che ci vuole fortuna ma anche che nella vita di treni ne passano non più di due o tre e bisogna essere pronti, e preparati, a prenderli.

Tra i tanti personaggi creati in tutti questi anni, quale ama di più?

Dire che li amo tutti è risposta sin troppo logica. Quello che mi rappresenta di più è comunque Mario il bagnino, perché mi ricorda della mia infanzia, la mia gioventù, i momenti belli e anche quelli brutti. Mario il bagnino è quel salmastro della Versilia che m’è rimasto dentro.

Non trova che Sirvano, in vestaglia sul divano a giudicare gli altri, sia il suo personaggio più attuale?

Sì, Sirvano è una condizione, è un personaggio che diverte in tutta Italia pur parlando il fiorentino. Sirvano si può trovare davanti ai bar di ogni città, cittadina, paese; Sirvano è l’unico che sa come si mette insieme la formazione della Fiorentina, è quello che racconta agli altri di sua figlia e di sua moglie. Sirvano è quello che lava i panni sporchi in piazza, come si dice. È un personaggio molto identificabile, l’ultimo di quelli realizzati e anch’egli, per quel motivo, tra i miei preferiti.

Da Sirvano al leone da tastiera, in fondo, il passo è breve…

Sirvano è un’anticipazione dell’hater, sì, perché i social sono la piazza nella quale si raccontano i fatti propri. Devo essere sincero: così come la signora Italia, la pettegola dalla parrucchiera, racconta i pettegolezzi che poi vanno i rete, Sirvano fa la stessa cosa. I personaggi, visti da un altro punto di vista, sono molto più attuali di quel che si possa pensare.

Anche Raperino, il vecchietto sulla panchina che si danna…

Sì, qualcuno brontolerà di più, altri di meno, ma quella panchina purtroppo ci aspetta tutti. Speriamo almeno di arrivarci in pace.

Un altro dei versi-chiave de ‘La favola mia’ di Renato Zero è "con un gesto trasformo la nuda realtà", che pare un po’ la sintesi della sua professione. Nel libro, confrontato con la comicità nei giorni difficili con suo fratello al seguito, lei scrive: "È difficile far ridere se hai la tragedia dentro". Possiamo trasferire il tutto ai giorni nostri?

Certamente, possiamo farlo. Non si vuole mai finire nulla in malinconia, per quel che mi riguarda; non lo faccio con lo spettacolo e nemmeno vorrei farlo in questa intervista, ma è chiaro che una constatazione va fatta. Mezz’ora prima di salire sul palcoscenico mi succede sempre di pensare "porca miseria, c’è una tragedia intorno e noi qui a fare gli scemi. Ma un minuto dopo essere entrato in scena percepisco che le persone hanno bisogno di questo proprio come durante la pandemia, quando c’inventavamo cose divertenti sui social. In quel momento eravamo virologi dell’anima, oggi siamo pacifisti dell’anima. Così come in tempo di guerra c’era bisogno dei grandi comici della rivista, così come Anna Magnani andava a cantare per i soldati, oggi c’è bisogno anche di noi che portiamo avanti una missione, quella di alleviare la tensione, di far staccare il cervello alle persone per un paio d’ore, perché qui il ‘bombardamento’ è anche mediatico ed è giusto che ci sia qualcuno deputato a farci distrarre. Ne ho bisogno io e credo ne abbia tanto bisogno anche la gente.

Per concludere: cosa direbbe oggi Giorgio Panariello al bimbo chiuso nel bagno, cito testualmente, "con la spazzola per i capelli di sua nonna come microfono fingendo di rispondere a un giornalista immaginario"?

Gli direbbe: "Caro Giorgino – perché è così che mi chiamavano – tutte quelle firme che hai fatto, e tutte le interviste nel bagno, come vedi sono servite a qualcosa".

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