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20.01.22 - 07:13
Aggiornamento : 19:14

La Santippe di Lella Costa, una santa vedova Socrate

Al Teatro Sociale l’attrice italiana ha ripreso il monologo di Franca Valeri dedicato “alla moglie più insopportabile dell’Antichità”

di Giovanni Medolago

“Dall’antichità ci è pervenuto un quadro della figura di Socrate così complesso e così carico di allusioni che ogni epoca della storia umana vi ha trovato qualche cosa che le apparteneva”. Così sentenziano i classicisti e di sicuro ne ha approfittato pure Franca Valeri per scrivere e poi interpretare, alla veneranda età di 85 anni, ‘La vedova di Socrate’. Un testo liberamente ispirato al libro di Friedrich Dürrenmatt nel quale questa Signora del teatro italiano sembra – soprattutto – voler rendere omaggio alla vedova non troppo inconsolabile del titolo: Santippe. Descritta dagli storici come una delle donne più insopportabili dell’antichità (!), Valeri ha voluto a suo modo rivalutare questa figura di moglie all’epoca confrontata con un maritino piuttosto ingombrante e per giunta noiosetto, “che ha sempre la testa tra le nuvole e poi non sa dove mettere i piedi, uno così pigro che dovevo insistere per fargli cambiare il peplum”. Un testo che Lella Costa, da sempre paladina delle rivendicazioni femminili, non poteva certo lasciarsi sfuggire. Lella Costa è tornata al Sociale di Bellinzona (teatro che le è caro) a sua volta bardata di un peplum bianco e nero di almeno una taglia superiore alla sua figura e, circondata da un rettangolo luminoso dove campeggia la maschera del marito in una scenografia che più minimalista non si poteva, ha colto l’occasione per aggiungerne altre quattro sulle difficoltà di una vita quotidiana che già due millenni or sono gravavano soprattutto sulla figura femminile del focolare.

Scaltra titolare di un improbabile negozio di antichità (“Oggi son riuscita a piazzare un brutto ritratto di Apollo per 100 dracme, però era in 3D!”), Santippe riconosce talvolta la genialità di Socrate (“Governare significa soprattutto conoscere gli uomini; un pensiero non serve a niente se non vale come risposta; i soldati gay si riconoscono subito poiché scendono in battaglia bardati di troppe ghirlande”), denunciando altresì la sua naïveté: “Abbi il coraggio di difendere le tue idee… balorde”. Stando a lei, Socrate doveva guardarsi soprattutto da Platone: “Guarda che i suoi ‘Dialoghi’ sono in realtà un riassunto dei tuoi monologhi, che io del resto conosco bene. E non ci ha nemmeno pagato i diritti d’autore! Al limite potresti ingaggiarlo come copista”. Talvolta è più sarcastica: “Sei un filosofo? Va bene, ma mi spieghi che cavolo combina tutto il giorno un filosofo?!?”. Fuori dalle pezze, Santippe denuncia pure il narcisismo del marito: “Hai dovuto bere la cicuta due volte, tanto per essere sicuro di diventare immortale”.

Di fronte a un testo talvolta impegnativo benché esilarante e pungente – si citano personaggi non così conosciuti, tipo Aristodemo e Agatone, certo non proprio tanto celebrati come Aristotele e Aristofane (“Quello che sta sempre sulle Nuvole”), tanto per restare sulla “A” – epperò ricco di battute come quelle riportate sopra, Lella Costa ci è sembrata un po’ troppo monocorde e priva di quel mordente cui ci ha abituati. Non c’è stato un crescendo di quelli che esaltano il pubblico, tant’è che la stessa Lella si è vista costretta, nel bel mezzo dello spettacolo, a chiedere apertamente un applauso. Alla fine, tuttavia, il battimani del pubblico (al Sociale si è registrato un significativo sold out) è calorosamente arrivato, anche grazie all’ultima fulminante battuta: “La morte di un marito è un così grande dolore che nessuna donna ci rinuncerebbe”.

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