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‘Trotz allem. Gardi Hutter’
L’intervista
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28.11.21 - 20:07
Aggiornamento : 29.11.21 - 10:23

Gardi Hutter, c’è del comico nella catastrofe

‘L’esperta della morte allegra’ in scena il prossimo 3 dicembre al Cinema Teatro di Chiasso in ‘Gaia Gaudi’, spettacolo ‘intergenerazionale’ sul trapasso

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È la clown più celebre della Svizzera, oppure la ‘clownessa’ per eccellenza. Il prossimo 3 dicembre, porta al Cinema Teatro di Chiasso il suo ‘Gaia Gaudi’. Suo e di Neda Cainero, Beatriz Navarro e Juri Cainero, che sono in scena con lei in uno spettacolo ‘intergenerazionale’ (diretto da Michael Vogel) in cui Hanna è morta, ma non sembra viverlo come un gran problema. La morte come inizio, o momento di passaggio – per tutti, credenti (l’aldilà), scienziati (un cambio di stato) e artisti (rinascita creativa) – è raccontata dalla clownessa, da un cantante, da una ballerina e un percussionista. Con sorprese annesse.

Gardi Hutter, ‘Gaia Gaudi’ è uno spettacolo sulla morte…

Mi definirei un’esperta della morte allegra. D’altra parte, il clown, il buffone e tutte le altre maschere grottesche sono tutte nate attorno a questi rituali di morte. Come Halloween e il Carnevale, che derivano da feste arcaiche dove i morti ci fanno visita e si festeggia di essere ancora vivi. Queste maschere sono diventate una sorta di ‘forma professionale’ di queste ricorrenze.

Quanta confidenza abbiamo con la morte? Ne abbiamo acquisito confidenza più che in passato?

Se ci riferiamo al Covid-19 ci siamo un po’ spaventati. Se restiamo a prima di esso, allora direi che la morte era assai più integrata nei nostri rituali. Allo stato attuale, credo che l’abbiamo come esclusa, tabuizzata. Si muore nascosti tra le quattro mura di una clinica, si muore in luoghi non familiari, non circondati dai nostri cari. In questo senso, la mia generazione è stata fortunata. Non abbiamo vissuto nessuna catastrofe, nessuna guerra e nessuna pandemia, eravamo sicuri che a noi non sarebbe successo nulla di tutto questo. In tanti, dopo quello che è accaduto, sostengo che i miei spettacoli ora debbano essere allegri. Al contrario, il pubblico che vi assiste ora, benché dimezzato, è molto contento di vedermi esagerare con la tragicità e di non ignorarla. In questo momento, sarebbe davvero stupido fare finta di niente. Il mio è un modo di esagerare con il tragico, è un modo di affondare nella catastrofe che produce comicità e non finge che la catastrofe non esista. La risata che da qui viene prodotta è un modo per liberarsi dal peso che la catastrofe produce.

Nella primavera di quest’anno è uscito ‘Trotz allem. Gardi Hutter’. Come è riassumibile quel ‘Nonostante tutto’?

Come ‘non era previsto’, per esempio. La mia infanzia si è svolta talmente al di fuori di qualsiasi forma artistica che il fatto che io sarei diventata un’artista era l’eventualità più lontana possibile. In quegli anni non esistevano ancora donne comiche, affermarsi come tali era una bella sfida. Il fallimento, gli spettacoli che saltavano o non funzionavano e venivano per questo cancellati erano un’abitudine. Il ‘nonostante tutto’ include tante cose, anche l’essere stata esclusa dall’Accademia e poi riammessa, e in generale l’essermi dovuta sbattermi tanto per realizzare il mio sogno, quello che mi ero creata.

‘Sbattersi tanto’, in un mondo di comicità quasi esclusivamente di uomini…

Direi esclusivamente di uomini. In quegli anni regnava la convinzione che le donne fossero tragiche e gli uomini comici, forse avvalorata dal fatto che al tempo di donne comiche non ne esistevano ancora, o nessuna di quelle che si sarebbero poi affermate si era ancora fatta un nome. Quando si vuole definire la comicità al femminile ci si riferisce molto spesso alla figura di Giulietta Masina, moglie di Fellini, bravissima attrice che però non è mai stata un clown. Ha recitato la parte di un clown, cosa estremamente diversa dall’esserlo. Negli anni 60-70 è comunque nata un’ondata di emancipazione che ha prodotto umorismo, una capacità che presuppone un lato tagliente e crudele, che necessita di massima autonomia per poter ridere degli altri, e di sé stessi in primis.

Se le donne comiche erano poche, ancor meno le clownesse, che lei rappresenta…

Sì, ma in quegli anni ne nascevano in quasi tutti i paesi. Io faccio parte di un’onda social-politica complessiva. Era una disciplina assai difficile ma anche molto affascinante, perché avevamo campo libero davanti.

A questo proposito: “Per gli uomini è più difficile perché ci sono molti riferimenti comici. Per noi donne, invece, è ancora tutto da inventare”, sue parole…

Sì. Se tu, uomo, decidi di formare una coppia comica con un altro uomo, hai almeno un centinaio di esempi di coppie comiche maschili. Ma quella di trovare una propria originalità di personaggio, che si tratti di uomini o di donne, è esperienza difficile oggi come allora.

Hanna, Giovanna per noi italofoni, è oggi una splendida quarantenne. Come sta?

Giovanna sta benissimo. È nata quarant’anni da a Milano, al CRT - Centro di ricerca per il teatro, e a Milano, al Teatro Lirico, tornerà molto presto. Vi doveva tornare prima del Covid, e dopo due spostamenti forse ora è arrivato il momento. Giovanna sta benissimo anche perché più le cose nella realtà si complicano, più lei è felice, si guadagna occasioni, temi, materiale. Giovanna predilige la catastrofe, le difficoltà, perché l’armonia sul palco è noiosa. Giovanna può considerarsi a metà del suo percorso di vita e mi permette di dire che io sono ancora molto lontana dall’aver detto tutto, che c’è ancora tanto da scoprire. Lo vedo nel filone dei mestieri (l’ultimo dei quali è ‘La sarta’, in scena nel dicembre di due anni fa al Lac, ndr), un filone di mondi professionali che non ho pianificato, ma che fanno parte di un universo di antiche opportunità, di giocattoli coi quali giocare, che siano forbici o spade, quelli che mi servono sul palco, visto che non parlo. I mestieri sono mondi che si perdono, ma che hanno sentimento e che ancora ricordiamo e in qualche caso ben conosciamoIo, per esempio, sono nata in una sartoria.

Gli artisti hanno fatto del lockdown un momento produttivo: cosa ha portato a Gardi Hutter questo tempo strano?

La mia autobiografia è uno dei frutti di questo tempo. Ho potuto raccontare all’autrice del libro tutta la mia vita con la massima calma e pace. Nel libro ho inserito anche una quarantina di pagine nelle quali descrivo la costruzione dei miei spettacoli. In internet sono disponibili video protocolli disegni e fotografie che in internet chiunque può consultare, dal primo schizzo alla prima della spettacolo. È un mio regalo personale ai giovani artisti, è qualcosa che avrei tanto voluto leggere quando io stessa sono stata una giovane artista. Al tempo, nessuno ti spiegava come creare uno spettacolo (gardihutter.werkbuch.com) Per il resto, ho fatto con l’Osi Pierino e il lupo, e poi ho tirato il fiato, perché mi sono ritrovata a sorprendermi di quanto ero stanca. Ma ho lavorato a un progetto per la nascita di un centro d’incontro e di creazione artistica nel Medrisiotto. È un lavoro difficile, ma posso dire di essere sulla buona strada affinché si possa realizzare. Senza il Covid, non avrei certo avuto il tempo per farlo. (www.centroculturalechiasso.ch).


Alle 20.30 al Cinema Teatro con Neda Cainero, Beatriz Navarro e Juri Cainero

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