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16.11.21 - 08:20
Aggiornamento : 11:11

Castellinaria, storia di donne tra Svizzera e Afghanistan

Al festival del cinema giovane arrivano ‘De la cuisine au parlment’ di Stéphane Goël e l’intenso ‘My Sunny Maad’ di Michaela Pavlátová

Il direttore Giancarlo Zappoli lo aveva detto: uno dei fil rouge di questa edizione di Castellinaria è il ruolo della donna nella società e questa giornata del festival del cinema giovane si apre e si chiude con due film, un documentario svizzero e una fiction d’animazione internazionale, che affrontano il tema da due prospettive complementari.

Iniziamo dal documentario: parliamo di ‘De la cuisine au parlment’ di Stéphane Goël che sarà proiettato alle 8.30 al Forum di Bellinzona alla presenza del produttore Daniel Wyss (per Castellinaria, ma il film avrà poi tre proiezioni speciali alla presenza di Marina Carobbio, sempre stasera alle 20.30 al Forum, poi domani alle 20.30 al Cinema Teatro di Acquarossa e domenica 21 alle 20 al Lux di Massagno). Il titolo suonerà familiare ad alcuni: in effetti il documentario è già uscito qualche anno fa; Goël ha realizzato una versione aggiornata che ha sempre al centro un secolo di storia svizzera – dalle prime rivendicazioni alle numerose bocciature alle urne federali e cantonali fino alla votazione del febbraio del 1971 e alla caduta, per decisione del Tribunale federale, dell’ultimo baluardo maschilista di Appenzello Interno –, insistendo maggiormente su che cosa succede in parlamento dopo l’arrivo delle donne: le battaglie per il nuovo diritto di famiglia e l’assicurazione maternità, la parità di salario, il movimento #MeToo, molestie e abusi sessuali, lo sciopero delle donne.

Il passato e il presente svizzero si completa in maniera ideale, per quanto con una certa amarezza, con il passato e il presente afghano che troviamo nel bel film d’animazione ‘My Sunny Maad’ della regista ceca Michaela Pavlátová, oggi alle 20.45 all’Espocentro (e in streaming sul sito www.castellinaria.ch). Non è un documentario – per quanto sia tratto dal romanzo di una giornalista ceca, Petra Procházková, che ha sposato un afghano – e non si sofferma neanche troppo sul contesto storico, riassumendo con alcune vecchie foto le libertà dell’Afghanistan pre-talebano e e racconta eventi accaduti una decina di anni fa. Ma le immagini della fuga, per molti solo tentata, dall’aeroporto di Kabul dopo il ritorno dei talebani sono troppo recenti, e troppo emotivamente intense, perché non vengano immediatamente in mente allo spettatore, portato a chiedersi – in una commistione tra realtà e finzione – che fine avranno fatto i protagonisti di questa vicenda.

Il film è raccontato dalla prospettiva di Helen, una giovane studentessa ceca che, un po’ delusa dalla propria vita, si innamora di Nazir, un afghano venuto a Praga per studiare economia. È il grande amore della sua vita e questione di pochi attimi la ritroviamo, con il nome di Herra, a Kabul sposata con Nazir. È la sua nuova casa, la sua nuova famiglia: il saggio e progressista nonno, un ex fotografo dei tempi dell’Afghanistan aperto e tollerante, la suocera che come tutte le suocere fatica a ritenerla all’altezza di badare a Nazir, la cognata Freshta, suo marito Kaiz che si arrabatta vendendo al mercato polli malconti e i loro quattro figli, tra cui l’adolescente Roshangol.
E poi c’è la società afghana, con le sue regole alle quali tutti si devono uniformare: Herra/Helen si ritrova così a dover indossare il burqa fuori casa, a dover uscire sempre accompagnata, a non doversi mostrare agli eventuali ospiti. Regole che scopriamo attraverso uno sguardo che non è né quello di una straniera, né quello di una donna afghana, il che è uno degli aspetti interessanti del film: non abbiamo un racconto “interno”, che anche nel condannare le storture delle tradizioni afghane le accetta come qualcosa di naturale, ma neanche la facile condanna “dall’esterno” che invece troviamo nelle parole di alcuni operatori umanitari occidentali per i quali Nazir, dopo tante infruttuose ricerche di un impiego, lavora.
Herra e Nazir non riescono ad avere figli: una sciagura che la coppia, unita nonostante tutto, affronta adottato un bambino abbandonato dalla famiglia perché malato. Si chiama Muhammad, il Maad del titolo: dall’enorme testa senza capelli e i muscoli atrofizzati, porta gioia e ironia nella casa e nel film, contribuendo a una leggerezza narrativa che non è mai banale o superficiale. Almeno finché la situazione precipita, tra i talebani che iniziano a rialzare la testa, Kaiz che vuole dare in sposa Roshangol a un cugino di quarant’anni. Fino a un finale intenso e a suo modo carico di speranza – almeno finché non si ripensa all’attualità.

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